1. Un Inferno di Cenere e Odio

La figura nera come la pece avanzava lentamente nel buio appena illuminato dalla pallida luce della luna. L’aria era tersa e calda, l’estate era ormai giunta da quasi un mese e mezzo, e il profumo del grano tagliato si spandeva lungo i campi e tra le vie del piccolo borgo di contadini che sorgeva nella campagna interna della Sicilia.

Sant’Angelo Miceli era un agglomerato di una trentina di case, che si era formato nel corso degli ultimi duecento anni ai piedi delle alture sulle quali sorgeva la città di Castrogiovanni, l’antica Henna. Quella sera i suoi abitanti, stanchi e tediati dal caldo opprimente, erano andati a dormire appena aveva fatto buio; le strade erano deserte. L’ombra, se così poteva chiamarsi quella figura nera e grigia che si aggirava di soppiatto, si intrufolò in uno dei granai, dove cataste di balle di fieno stavano a riposare tra lo squittio dei topi, e d’un tratto si illuminò.

Lingue robuste di fuoco si impadronirono immediatamente di tutto il circondario, ma l’ombra sfuggì velocemente all’incendio che si andava propagando e si infilò in una casa lì vicino, passando davanti a un barile di pece utilizzato da uno degli abitanti del luogo per ricucire gli strappi della sua povera dimora. Anche lì il fuoco si fece ben presto vivo, iniziando a consumare rapidamente l’intera abitazione.

Dando mostra di conoscere quei luoghi come il palmo della propria mano, l’ombra proseguì con scientifica precisione, avventandosi ora su una casa, ora su un fienile, ora su un carretto sgangherato pieno di foraggio, e lasciando su ognuno di questi una traccia viva di fuoco, come a voler contrassegnare il suo passaggio con la terribile firma del suo odio.

Chiunque si fosse trovato nelle vicinanze del borgo avrebbe visto il cielo notturno ferito da una grande lingua di fuoco, simile a una fenice risorgente che spiccava il volo verso l’alto. L’ombra aveva incendiato oltre metà degli edifici, rapida e furtiva come una volpe.

A quel punto gli abitanti di Sant’Angelo Miceli abbandonarono i giacigli di paglia sui quali avevano trovato requie e si precipitarono in strada. Bimbi, donne e anziani, sorretti dagli adulti, cercarono la fuga dopo avere constatato che era impossibile salvare le loro cose. Ma prima che tutti riuscissero ad allontanarsi, uno o due tetti vennero giù, seppellendo una buona dozzina di persone.

Esterrefatti, gli abitanti si guardavano l’un l’altro, chiedendosi come e quando quell’inferno di fuoco si fosse propagato; nel mentre, altre case, altri fienili, altri carretti, tutto continuava a prendere fuoco come in un processo assurdo di autocombustione.

Se avessero osservato con maggiore attenzione, avrebbero notato tra le fiamme, in quell’accecante luminosità che squarciava la notte, quell’ombra furtiva che si muoveva come una faina, toccando e bruciando. Ma nessuno ne ebbe coscienza.

Alcuni, in preda alla disperazione, intrapresero l’imponderabile impresa di spegnere il fuoco attingendo acqua dal pozzo al centro del villaggio. Formarono una catena umana armata di secchi e cercarono di vincere una battaglia che era già persa in partenza.

Il fumo si alzò denso nell’aria e si mescolò al caldo torrido dell’estate. Il respiro divenne affannoso e in quel vano tentativo di salvare il salvabile i primi a cadere furono gli anziani, abbattuti dalla mancanza di aria respirabile e da ceneri e lapilli che scoppiettavano tutto intorno, finendo per bruciare le loro vesti.

Le ultime ad andare a fuoco furono le stalle, come se l’ombra avesse avuto più rispetto per gli animali che per gli esseri umani. E dalle stalle fuggirono quasi subito muli, cavalli, pecore e bovini, che si riversarono in un concerto di suoni e versi disperati lungo le strade del villaggio, travolgendo chiunque intralciasse loro la fuga.

Viste vane tutte le loro azioni, molti degli abitanti si inginocchiarono a piangere e pregare, come a ricorrere in ultima analisi al volere di Dio, chiedendo a Lui il perdono dei peccati che avevano in qualche modo innescato quel biblico disastro.

Nessuno dall’alto dei cieli rispose, ma l’ombra restò per un attimo a guardare, prima di dare fuoco alle ultime costruzioni. Voleva vedere i volti segnati dalla disperazione, le rughe scavate dalla paura, le orbite spente dallo svanire dell’illusione di salvezza, le mani tremanti, le bocche annaspanti. Voleva godere degli esiti del suo diabolico operato, come se dentro di sé tutto ciò avesse un senso e non fosse il folle gesto di un piromane impazzito.

Infine, così come era venuta, l’ombra si dileguò. Si allontanò dalla luce del fuoco per perdersi nella campagna buia e desolata, mentre alle sue spalle danzavano ancora senza sosta le fiamme che aveva appiccato.

***

Alle prime luci dell’alba, una piccola compagine di armigeri provenienti da Castrogiovanni giunse tra le rovine di ciò che era stato Sant’Angelo Miceli.

Il borgo era un cumulo di ceneri e tizzoni ardenti, sotto i quali ardeva ancora il fuoco. Gli abitanti sopravvissuti, anneriti, disperati, piangenti, giacevano chi a destra chi a manca, ovunque avevano trovato uno spicchio di terra sicuro dalle fiamme; nessuno di loro aveva ancora ben compreso cosa fosse esattamente accaduto.

Gli armenti, sparpagliati un po’ ovunque, si erano finalmente calmati, ma alcune carcasse ingombravano la strada maestra del villaggio.

Molti corpi giacevano sepolti sotto i resti delle case. A una conta approssimativa, fu subito chiaro che almeno una ventina di persone aveva perso la vita, soprattutto infermi e anziani che non erano riusciti a mettersi in salvo.

Il caporale che comandava gli armigeri inviò i suoi uomini a sedare gli ultimi focolai dell’incendio e ad assistere i più bisognosi; poi si avvicinò a quello che aveva tutta l’aria di essere a capo del piccolo borgo e lo interrogò.

— Cos’è accaduto, esattamente?

— Non lo sappiamo, quando il fuoco ci ha svegliato metà del paese era già in fiamme.

L’uomo aveva capelli, mani e abiti bruciacchiati. Il volto, sudato e annerito, era sconvolto. Parlava a stento, respirando convulsamente a ogni parola, come se il fumo gli avesse congestionato i polmoni.

— Pensate che l’innesco possa essere stato accidentale? — chiese il caporale guardandosi intorno.

— Non saprei… La velocità con cui le fiamme si sono propagate… Tutto farebbe pensare che il fuoco sia divampato in più punti del paese.

— Quindi, pensa che ci sia una mano umana dietro a tutto questo.

— O forse la mano di un demonio! — intervenne uno dei soldati, mostrando una pietra focaia e un focile che aveva rinvenuto nelle vicinanze.

— Santissimo Signore! — esclamò il capo del villaggio.

— Queste cose sono state lasciate qui a bella posta, non posso pensare che un piromane le abbia dimenticate. Vogliono farci sapere che il fuoco non è stato accidentale — ragionò il caporale.

— E questo cosa può voler dire?

— Che voi siete stati i primi, ma dubito che sarete gli ultimi. Dovremo allertare le guarnigioni dell’intero Vallo.

— E noi? Noi cosa faremo?

— Vi manderò un monaco per le esequie dei vostri cari, e chiederò a qualche ospizio di Castrogiovanni di trovarvi ricovero. Ma capirete che con la guerra in corso… — Il caporale ebbe un sussulto, la sua voce si affievolì, come si rendesse conto di promettere cose che sapeva di non potere mantenere.

Il dialogo fu interrotto da una serie di singhiozzi sordi, intervallati da un inquietante sussurro, una richiesta di aiuto. Si voltarono tutti simultaneamente verso l’origine di quei suoni e lo videro.

Solo, completamente annerito dal fumo, con le gote rigate dal pianto, un bimbo stava in ginocchio davanti al cadavere della madre, cercando riposo e conforto in quel corpo che non poteva più dargli affetto e calore.

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