I

Il re di Gardariki penzolava fustigato dal vento, appeso a testa in giù al più alto frassino del bosco da una corda avvinghiata alle gambe come un serpente famelico.

Lo so io, fui appeso al tronco sferzato dall’aria per nove intere notti, ferito di lancia e consegnato a Odino, in offerta a me stesso, su quell’albero che nessuno sa dove dalle radici s’innalzi, recitò questi versi nel suo intimo, sollevò una mano e si accarezzò gli zigomi infossati.

Con l’altra sfiorò le costole sporgenti e, andando più su, le ossa del bacino spuntavano sotto un esile strato di pelle. Il prurito nelle piaghe non era altro che il brulicare dei vermi. Gli rimaneva poca carne da offrire.

Dopo nove giorni senza muovere la bocca, si inumidì le labbra ed ebbe la sensazione di leccare la corteccia dell’albero.

Incominciò a piovere. Quel pomeriggio il cielo era cosparso di oscuri rami di nubi. Distese la lingua, facendola scivolare fuori dalla sua grotta, e catturò qualche goccia.

Un lampo fendette le nuvole. Ricacciò dentro il suo drago, dilatò gli occhi e fissò il bagliore. Doveva vedere.

A terra si avvicinava, scricchiolanti i suoi passi sulla melma tappezzata di fuscelli e foglie marce nereggianti come cenere, quella maledetta strega, piccola come un’ombra d’infanzia deformata dal tempo. Il suo volto ricordava più un intaglio su un vecchio tronco che un sembiante umano, e dal vincastro avvolto dalle dita raggrinzite pendeva un cordone al quale era appesa la runa Ansuz. Arrivò lo schianto del martello di Thor.

— Tu non sei Odino. — Si arrestò e lo squadrò, corrugando la fronte. — Altrimenti avresti posto fine a quest’insensatezza! — gli scoccò di getto parole di rimprovero, che le saltarono dalla bocca insieme alle stille di saliva. — Oramai sono trascorsi nove giorni e nove notti, Svafrlami! Basta sprecare il tuo tempo. Che tu sia un re o un mendicante, non sei altro che un essere umano, quindi lontano dalla materia degli Asi. Non temi di essere punito per la tua sfacciataggine? Sei un esserino più spregevole del più infimo verme che rode le tue ferite.

Non batteva ciglia, squadrandola di rimando. Non era ancora giunto il momento di parlare.

— Scendi subito! Ti piacerebbe essere testimone di ogni cosa che accade nei nove mondi, ma ignori che il tuo trono vacante è bramato da molti nobili del regno? Uno dei tuoi perversi cugini, Ormr dagli occhi di serpe, tesse intrighi e agguati per accaparrarselo. Sostiene che sei già morto, che ti ha visto languire appeso a un albero, e un suo fantoccio fa la corte a tua madre e assilla tua sorella, la buona Eyfura. Impiega sempre parole purulente. Questo non ti turba il cuore? Non ti smuove nulla dentro? Ma figuriamoci, certo che no! Abbatteranno questo frassino, il cui tronco verrà aperto, e ti infileranno dentro per poi spingerti sulle acque nelle quali sprofonderai! — La tosse le troncò la voce. — Sono spossata! — L’anziana si sedette su una roccia, ansante. Gli rivolse un’occhiataccia, scrollò le spalle e tacque.

Per quanto tempo la volva[1] sarebbe rimasta in silenzio appié dell’albero, sotto il sole e la pioggia, ricevendo sulla testa e sulle spalle anche la rugiada e la grandine?

Il re sospeso all’albero chiuse gli occhi.

II

Sul sovrano di Gardariki incombeva la minaccia di perdere il trono. Ma Svafrlami aveva un’anima caratterizzata da un ardente bisogno di conquiste.

Era un devoto di Odino e quello era solo l’inizio della più dura prova rituale alla quale poteva sottoporsi un esperto di seidr. Emulava il sacrificio che si diceva che Óske[2] avesse compiuto allo scopo di ottenere la saggezza delle rune, immolando se stesso quando si era appeso all’Albero del Mondo, Yggdrasil.

Qualora fosse stata soddisfatta la terribile richiesta di restare per ottantuno giorni appiccato col capo in giù, il seidmadr avrebbe potuto prolungare la durata della sua esistenza terrena, mantenendo intatta la sagacia. Avrebbe acquisito una forza sovrannaturale, che sarebbe rimasta invariata per oltre cent’anni, dopodiché avrebbe cominciato a ridursi. La decadenza però avrebbe proceduto a rilento e per di più avrebbe potuto, ogni qualvolta lo avesse voluto, vedere tutto ciò che accadeva nei nove mondi.

Pochissimi, tuttavia, erano riusciti a completare un’impresa talmente ardua. Molti erano deceduti o si erano arresi a metà strada. L’anziana che gli si trovava sotto, la volva Eikintjasna, era una delle rare creature ad aver conseguito quel grande obbiettivo.

Sino a raggiungere i cent’anni, sembrava non averne più di quaranta. Ma ne erano trascorsi oltre duecento. A dire il vero, si avvicinava ai trecento, e per questa ragione si era appassita. Forse erano vicini alla fine i suoi giorni su Midgard.

Nondimeno erano vere le promesse del Sacrificio, poiché la Visione, la memoria e le sue capacità intellettive erano rimaste inalterate.

Per molti anni, non aveva mai pensato di trovare, proprio al termine della sua vita, qualcuno in grado di succederle, benché lei e Svafrlami fossero in tanti sensi alquanto diversi.

Intendeva migliorare il mondo degli uomini prima di lasciarlo indietro. Ecco perché era stata consigliera di re, come nel caso del precedente sovrano di Gardariki, Sigrlami, padre di Svafrlami. Ma con il primo non aveva avuto successo:

— Sigrlami era un porco ingordo! — Spesso tesseva confronti fra padre e figlio. Che, se da una parte gli gonfiavano il petto, dall’altra lo portavano a storcere il naso. — Pensava soltanto a ingozzarsi di carne e a farsi riempire i corni di birra! Certo, aveva alcune poche virtù, ma non era nemmeno remotamente paragonabile a te, che sei un allievo di gran lunga superiore, sia perché ti concentri meglio di chiunque altro che io abbia mai conosciuto, sia per il tuo genuino interesse nell’apprendimento. Sei lungi dall’essere pronto e perfetto, ma hai più qualità regali di quante ne avesse lui! — Di rado il sovrano di Gardariki esponeva le sue insoddisfazioni. Quando lo faceva, la divertiva, dal momento che lei aveva sempre ragione: — I saggi non hanno mai torto, altrimenti non sarebbero saggi.

Non si aspettava però che il suo discepolo, nonostante la sua mancanza di saggezza dovuta all’inesperienza, fosse talmente bravo e racchiudesse in sé un simile Önd[3]. Il fatto che diventasse un buon re e un buon seidmadr era nei suoi piani. Ma portare a termine l’iniziazione dell’Albero?

Non di rado sembrava compiacersi di umiliarlo, eppure non era affatto questo ciò che la spronava ad agire in tal modo.

Ormai non gli diceva più nulla. Ma era sempre più fiera del suo prode allievo.