Il regno di Kensuke ci mostra l'avventura straordinaria di Michael, un bambino in viaggio per mare con la famiglia e la sua cagnolina Stella, che è riuscito a imbarcare di nascosto.
La vita per mare, tuttavia, non sembra fare per Michael che fatica a trovare una connessione con il resto della sua famiglia, sentendosi spesso ignorato o non compreso. L'unica compagna che riesce sempre a capire Michael è proprio la sua cagnolina per la quale, durante una tempesta, il bambino rischia il tutto per tutto e i due vengono travolti da una potente onda.
Trascinati così in mare, Michael e Stella naufragano su una remota isola, senza nulla in vista all'orizzonte, se non un oceano sconfinato.
È proprio su quest'isola che il duo incontra l'anziano Kensuke, un uomo giapponese naufragato sull'isola decenni prima, che li accoglie nella sua vita e che mostra a Michael come sopravvivere in questo ambiente.
Il rapporto tra Kensuke e Michael non inizia facilmente: i due non hanno modo di comunicare, dato che parlano due lingue diverse; Kensuke è molto chiuso in sé, segnato da un passato doloroso e alla sua saggezza si contrappongono l'impulsività e curiosità di Michael.
Comprendendo, tuttavia, che il piccolo è solo un bambino spaventato e rimasto solo, Kensuke lo accoglie sotto la sua ala, trasmettendogli le proprie conoscenze e mostrandogli le meraviglie che si nascondono nelle foreste intorno a loro.
L'empatia è l'unico modo che i tre hanno per capirsi ed è la lente migliore attraverso la quale possiamo guardare questo film.
Il regno di Kensuke non ha bisogno di grandi dialoghi per comunicare il suo messaggio, chiede solo di essere guardato con mente e cuore pronti a ricevere e comprendere. La barriera linguistica diventa un problema relativo quando si parla nel linguaggio dell'empatia, rivolta alle altre persone ma anche agli animali e all'ambiente che ci circonda, e proprio grazie ad essa Michael ha la possibilità di crescere e imparare.
La foresta e gli animali diventano maestri tanto quanto Kensuke che si prende cura del piccolo e dell'ambiente come farebbero un papà o un nonno.
Tutto ciò è tuttavia messo a rischio da chi di sensibilità e empatia invece non ne ha nemmeno un po': persone come i bracconieri infatti non vedono la bellezza e la gioia dell'isola e del suo ecosistema, ma piuttosto solo una fonte di facile guadagno alle spese della fauna locale.
Attraverso scene particolarmente forti, la pellicola ci mette di fronte agli orrori che la mancanza di rispetto e compassione si trascina dietro ogni volta che prevale la freddezza. Se l'empatia è la chiave che ci permette di leggere il mondo e il messaggio de Il regno di Kensuke, l'indifferenza e l'insensibilità ne sono la negazione totale, portando a niente meno che lutto e distruzione: nulla di buono può seguire quando l'insensibilità è la principale forza motrice e l'opera invita ancora e ancora a sforzarci per comprendere il mondo intorno a noi e amarlo al massimo delle nostre capacità.
Il fortissimo messaggio del film viene accompagnato da uno stile molto lineare e semplice, dai colori vibranti e dai tratti che ricordano immagini tipiche dei libri di fiabe. Il valore artistico di questo prodotto di animazione è innegabile, vantando illustrazioni e animazioni pulitissime e una regia invidiabile. Pur nella sua semplicità, il grande lavoro artistico che si nasconde dietro alle scene della pellicola, porta chi guarda a immedesimarsi fino ad avere la sensazione di trovarsi veramente in una foresta o in mezzo al mare.
A sostenerlo vi è anche un comparto sonoro dalla forza incredibile: la colonna sonora infatti prende lo spettatore per mano, guidandolo attraverso la storia di cui la musica è parte fondamentale; ogni momento è reso più profondo dalle composizioni e veicola le emozioni con un'intensità che riverbera nell'animo di chi ascolta, parlando al pubblico con una precisione e una naturalezza che trascende il dialogo.
Il regno di Kensuke si qualifica come un ottimo film, adatto a tutti e che soprattutto ha qualcosa da insegnare ad ognuno di noi. L'unica cosa che ci chiede infatti è di tentare di guardarlo con sensibilità e poi, con la stessa sensibilità, rivolgerci al di fuori della pellicola.
















