Fred sta attraversando una profonda crisi, tanto sul lavoro quanto nella vita privata. È stata sospesa dall’insegnamento dopo aver dato uno schiaffo a una studentessa, è ai ferri corti con il marito, che ha chiesto il divorzio, e il rapporto con la figlia Nina si è fatto sempre più distante. Quando un’amica le parla di un’associazione che si occupa di ragazze e ragazzi con problemi giudiziari, Fred decide di rimettersi in gioco. L’associazione propone a questi giovani un percorso di tre mesi lungo il Cammino di Santiago, un’esperienza pensata per evitare loro il carcere e aiutarli, una volta tornati a casa, a reinserirsi nella società. Fred parte insieme ad Adam, un ragazzo abbandonato dalla madre e pieno di rabbia. L’inizio è tutt’altro che semplice, ma il cammino finisce per diventare per entrambi un’occasione per abbassare le difese, imparare a comunicare e provare a rimettere in ordine una vita che sembra aver perso la direzione.
Santiago – Un cammino per ricominciare è tutto ciò che promette di essere: un film che viaggia su un binario ben preciso, con una conclusione scontata già dalla visione del trailer. Yann Samuell prende spunto dal libro Walk and Forge Your Life di Bernard Ollivier, nel quale vengono raccontati i progetti di reinserimento attivi in Francia per giovani con problemi giudiziari. Il risultato, però, è una storia di rivalsa che mette insieme, con un parallelismo matematico, le problematiche di un’insegnante di mezza età e di un giovane sfortunato. Entrambi, in un momento di crisi della loro vita, ma affatto cattivi, trovano nell’amore reciproco la forza di raddrizzare la rotta della propria esistenza senza incontrare mai il dramma vero. Adam non è un personaggio realmente problematico e tutte le sue imprese sono evidentemente gesti di ribellione per una vita fino a quel momento infelice. È scontato che Fred riuscirà a fare breccia nel suo cuore e che lei stessa, grazie all’amore ricevuto, sarà in grado di fare ordine nella sua vita.
Un racconto decisamente semplicistico che, nel migliore dei casi, rimane superficiale, pretendendo un laicismo di fondo che precipita, nel peggiore dei casi, in un buonismo alla Marcellino pane e vino quando i protagonisti trovano rifugio in un monastero e Adam rappa con i frati. Anche la storia d’amore di lui con una ragazza priva di una gamba, incontrata lungo il cammino, sfiora un pedagogismo così spicciolo da risultare irritante, dove il messaggio di fondo, gridato, è: se ce l’ha fatta lei, devo avere la forza di farcela anch’io. A migliorare le cose non aiuta una regia piattissima, che si limita a un uso spropositato di droni intenti a riprendere, con scenografici voli d’angelo, i paesini bucolici lungo il cammino o la distesa di campi in mezzo alla natura.
Ed è un peccato, perché l’idea alla base del film è decisamente più interessante della sua realizzazione. L’intento, infatti, sembra essere quello di omaggiare chi lavora quotidianamente nel reinserimento degli adolescenti e raccontare un’esperienza sociale che ha una concreta ricaduta sulla vita dei ragazzi. Secondo i dati diffusi dall’associazione Seuil, da cui prende ispirazione il film, il 57% dei giovani coinvolti in questi percorsi intraprende successivamente un processo di reinserimento, a fronte di un tasso di recidiva molto superiore dopo la detenzione. Samuell, però, preferisce trasformare questa materia in un film di buoni sentimenti, dove ogni conflitto trova la propria soluzione attraverso l’empatia, l’amicizia e un po’ di buona volontà. Il rischio è quello di ridurre un problema sociale e politico – il rapporto tra sistema penale e adolescenti – a una semplice questione psicologica: abbiamo tutti delle ferite, dobbiamo solo trovare il modo di guarirle. Un messaggio rassicurante, ma anche terribilmente semplificato. E per un film che avrebbe avuto l’occasione di raccontare quanto sia difficile ricominciare, è forse la scorciatoia più facile da prendere.

















