Quanto segue è il resonconto di quanto detto nel panel Med-Fantasy, da Tolkien al fantastico mediterraneo, tenutosi fra le 09 e le 10 dello scorso 3 Giugno, nel contesto della seconda giornata dei DelosDays 2011

Da Tolkien alle origini del Fantasy, introduzione.

Nel tempo abbiamo scritto diversi articoli sul tema Fantasy mediterraneo i quali hanno ricevuto risposte spesso fuori misura, ma ciò è dovuto anche al fatto che non abbiamo mai fatto parlare le fonti per noi. Non abbiamo mai fornito i nostri discorsi di pezze d’appoggio. E fare parlare le fonti (alcune di esse, dato il poco tempo) è proprio quanto mi prefiggo di fare in questa che è la mia parte di esposizione.

Prima di Tolkien, A. Sapkowski e la necessità di conoscere le origini del Fantasy britannico, per acquisire la tecnica.

Quanto vi sto per leggere è un pezzo di un lungo articolo di Andrzej Sapkowski, l’autore polacco che ha conquistato le menti di molti appassionati del Fantasy, suscitando numerose trasposizioni della sua opera imperniata sul witcher, Geralt di Rivia. Questo articolo, intitolato Pirog è comparso nel 1993 sulla rivista specializzata in Fantascienza e Fantasy polacca Fantastika, che ci è stato gentilmente tradotto da Gabriella Mariani.

Il boom del fantasy non poteva, risparmiare la Polonia. L’apparizione del fantasy nel nostro paese è però coincisa con il pieno rifiuto culturale di quel processo complesso e cervellotico che è la lettura a favore di qualcosa di più leggero e user friendly: il video. Così, a fianco del meraviglioso (in un certo senso) “Conan il barbaro” del regista Milius, il fantasy ci è pervenuto nella forma di orribile video spazzatura, roba di quint’ordine come i “prodotti italiani de Cinecittà”, oppure i filmini della “Cheapo Films” di Santa Monica. Certo, c’erano anche i libri. C’era Tolkien, pubblicato non ricordo da chi negli anni ’60, c’era il Mago di Earthsea (scritto da Ursula K. LeGuin, nda).

Il fantasy è diventato popolare tramite le traduzioni amatoriali pubblicate sulle cosiddette fanzines, cioè da quei tipi che appartengono al cosiddetto (scusate la ripetizione) fandom. Ma persino i fan più consumati, ricchi di letture e dallo spirito più infuocato, non conoscevano praticamente nulla del fantasy. E non c’è da meravigliarsi, visto che, a parte i già citati Tolkien e Le Guin, a parte Leiber e White in polacco non era stata tradotta NESSUNA opera significativa di tale corrente: della lista di 33 bestseller fantasy di tutti i tempi e di tutte le nazioni elaborata da “Locus” solo otto titoli sono stati tradotti e pubblicati in Polonia. La sostanziale ignoranza rispetto ai canoni del genere che impera da noi non ha comunque impedito agli autori patri gli esperimenti nella scrittura di fantasy “Made in Poland”.

E gli esperimenti furono, o meraviglia, decenti finché ci si attenne agli schemi howardiani - tolkieniani. Tutto si sviluppò in modo normale finché gli autori, con le loro modeste conoscenze, sono stati consapevoli di quello che stavano facendo e di quello che volevano.

Qualcuno, a un certo punto evidentemente, si era ricordato che non siamo nati ieri e che siamo diversi da tutti gli altri popoli. Prendendo spunto da una saggia considerazione, che per basarsi sugli archetipi bisogna fare un passo indietro nel passato, gli autori della nuova generazione presero carta e penna e partirono. All’improvviso nel nostro fantasy nacque qualcosa di sarmaticamente bello e festivo, audace e profondo, pittoresco e originale. Qualcosa di nostro che sapeva di borgo antico, di vie non lastricate. Era tutto un olezzo d’estate, di fiori e di letame. Ma... BUM!

Cos’è questo fragore? È Bolko che pianta colonne presso l’Oder? O forse è Czcibor che sconfigge Oddone e Sigfrido presso Cedynia ? O forse una zanzara si è spiaccicata contro la Quercia Sacra?

No. È il clamore causato dal nostro amato fantasy slavo.

E che ce ne importa di Conan, di Ged Sparrowhawk, che ce ne importa della Compagnia dell’Anello. Abbiamo anche noi i nostri eroi, che chiamiamo con nomi “nostri”: Zbiróg, Piróg, Kociej, Pociej, Zagraj, Zabój, Przybój i Pozamiataj. E questi Pirogi si spostano di borgo in borgo. A zig-zag, ovviamente. Si spostano per le foreste i boschetti e le macchie, attraverso i portali ed i templi, portando con sé i lapti, i gusli e la braga. Vanno per il campo aprico e per la steppa ove cresce la malerba e la malasorte, attraversano i boschetti sacri e i ruscelli.

Ecco una breve sinossi della tipica trama del romanzo Fantasy polacco: Sulle Grigie Cime, là dove Piròg s’è recato con la sua prode druzhina, non c’è oro e probabilmente mai ce n’è stato. Comunque c’è un cattivo Strzygaj, insieme a due rinnegati che lo appoggiano, Wolec e Stolec. Tutti quanti vengono uccisi dalla sulica di Pirog, e ovviamente a Piròg non cade un solo capello dal capo. La Santa Polenta e la Sacra Salsina, vilmente sottratte, sono riportate nel tempo del dio Swantewit, dove sempre son state custodite. Fine.

Per noi il fantasy è qualcosa del genere: mani e piedi contro il muro, e cervella spiaccicate. Spade affondate fino all’impugnatura. Budella che scappano ovunque. Un tipo truce condotto alla tortura che viene tormentato in ogni modo. E infine, cito da un romanzo famoso, “esplose il sangue e traboccò il midollo osseo”. Yum-yum. Che deliziosa visione onirica. La terra dei nostri sogni.

La stupidità delle opere appartenenti a tale corrente che ci sono imposte e proposte in tutti i modi è terrificante. Il dilettantismo, l’ottusità, la spudorata ignoranza dei traduttori, nel complesso,  è spaventosa.

Andrzej Sapkowski
Andrzej Sapkowski
Tiriamo questa debita conclusione: in Polonia abbiamo il “postmoderno” e i Pirogi, ma non abbiamo il vero fantasy, all’infuori di poche eccezioni che confermano la regola. Non esiste un nostro fantasy perché non ci sono archetipi “nostri”.

Lo so, c’è la mitologia slava, ci sono i vari Swarog, Swantewit e Weles. Ma tale mitologia non la percepiamo come archetipo, non avvertiamo la sua proiezione nel mondo dei nostri sogni. E ci siamo impegnati parecchio per ottenerlo. La mitologia slava altro non è che paganesimo. Tutte le nostre leggende e i nostri miti e persino le fiabe e le favole con cui siamo stati educati sono state castrate in ogni modo dai catechisti, nella gran parte da quelli laici, che sono i peggiori. Da ciò deriva che le nostre fiabe ricordano terribilmente le vite dei santi, con i loro angeli, le preghiere, la croce, il rosario, la virtù e il peccato, e sono caratterizzate da uno squisito sadismo. Nelle nostre favole c’è una sola morale. Se non diciamo le preghierine viene il diavolo e ci spinge nell’inferno con il forcone. Nelle pene eterne. E Dio è ovunque nelle nostre fiabe. Non c’è da stupirsi se l’unico archetipo che ci venga dalle fiabe è quello del pentimento e della mortificazione, che per il fantasy non è adatto.

Il fantasy è fuga. Fuga nel Paese dei Sogni. E l’archetipo si adatta a noi in base a ciò da cui fuggiamo. Se viaggiamo insieme a Frodo, Ged, Aragorn e Belgarion, ci rifugiamo in un mondo dove il bene trionfa, l’amicizia è gratificata, ci si deve confrontare con l’onore e la giustizia e l’amore vince sempre. Fuggiamo in un mondo nel quale la magia, l’equivalente della nostra onnipotente tecnologia senza cuore, al contrario della tecnologia, non si mette al servizio di chi non è degno di chiamarsi giusto. Fuggiamo in un mondo ove la crudeltà, l’intolleranza, la morbosa sete di potere e la volontà di trasformare la verde Neverland in una Mordor, in una Waste Land per la quale marciano le orde degli orchi sono sempre fermate, sconfitte e punite.

Ma da dove siamo partiti, quindi, chiederà qualcuno. Il nostro fantasista deve battere la concorrenza della letteratura dozzinale d’importazione e il “Più sangue e più sperma per tutti!” deriva da questo. E del fatto che il genere ne soffre, e del fantasy autentico non ne importa a nessuno, visto che nemmeno si sa che cos’è. Il fantasy in Polonia è dominio di autori giovani, per età e per esperienza. E questo, mi venga un colpo, lo si vede a occhio nudo. Il nostro fantasy è fatto di scenette scoordinate incollate con lo sputo, che abbondano in forza bruta e sesso, elementi intesi e descritti sempre in modo infantile. Ma, visto che sono dirette a un pubblico infantile incontrano approvazione e popolarità. L’autore e il lettore vivono nella stessa nicchia ecologica, in perfetta simbiosi.

E’ sintomatico? Certo che lo è. Non c’è, lo ripeto, con mio gran dispiacere, conoscenza dei canoni del fantasy e del metodo di lavoro. Non c’è la tecnica, e quindi ci rimane che il solo Pirog.

In un altro punto di questo articolo, Sapkowski suggerisce quali siano, secondo lui, le radici del Fantasy britannico:

Torniamo ancora una volta al fantasy e alle sue – supposte – radici fiabesche. Gli anglosassoni, che dominano la corrente, e che l’hanno creata, hanno a disposizione del materiale meraviglioso: la mitologia celtica. La leggenda arturiana, le saghe irlandesi e bretoni e i Mabinogion gallesi forniscono come ispirazione del fantasy materiale cento volte migliore delle fiabe, infantili e primitive. Il mito arturiano è ancora vivo presso gli anglosassoni, e il suo archetipo è profondamente radicato nella loro cultura. Ecco perché l’archetipo di TUTTE le narrazioni fantasy è la storia di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda.Abbiamo quindi individuato una primissima radice del fantasy nell’archetipo della leggenda arturiana. Ma il fantasy non è un albero con una sola radice. Il genere non ha ottenuto popolarità solo perché ha rielaborato gli armoniosi cantari di una saga ben inserita nella tradizione culturale, ma l’ha ottenuta in quanto degno prodotto della cultura CONTEMPORANEA. Ovvero sia è generato dai vari accadimenti odierni.

È il modo in cui gli autori fantasy hanno reagito all’epoca in cui è capitato loro di vivere. Ricordiamoci che il fantasy è dilagato tra gli anni sessanta e settanta, quando tale letteratura fu percepita ed eletta come simbolo, insieme alla musica dei Beatles, dai Figli dei Fiori, da Woodstock. Fu la reazione all’attentato di Dallas e al Vietnam, all’imposizione della tecnologia, all’inquinamento ambientale, alla diffusione del culto edonistico professato dai filistei, il culto dell’auto-annullamento di fronte alla televisione, la quale erutta di continuo “Bonanza”, “Dinasty” e altri peana in onore dell’American way of life. In quegli anni nacque una nuova religione, quella della “riot”. Sui muri delle stazioni del metrò apparvero scritte ottimistiche del genere “Frodo vive”, “Gandalf for President!”