In questi giorni siamo tutti corsi a vedere Lo hobbit – Un viaggio inaspettato, diretto da Peter Jackson. Abbiamo trovato un film godibile, piacevole, con un alto livello tecnico (soprattutto chi ha avuto modo di vederlo a 48fps). È stato possibile notare anche come lo spirito dell’opera nel complesso sia stato rispettato. Tuttavia i “tolkieniani” vecchio stampo hanno giustamente arricciato il naso su alcune scelte che riguardano dei cambi di trama rispetto al libro scritto più di settantacinque anni fa da J.R.R. Tolkien.

Riprendiamo rapidamente proprio la trama: Bilbo Baggins scrive le sue avventure e le racconta agli spettatori, incarnati in Frodo (nipote dell’hobbit). Bilbo parte, spinto da Gandalf lo stregone, insieme a 13 nani per riconquistare la loro patria e il loro tesoro: infatti i nani avevano perso tutto a causa di Smaug, un potente drago.

Durante il viaggio, che s’interrompe a fine film rimandando al secondo episodio, i protagonisti affrontano vari nemici tra cui spicca Azog, un orco, nemico giurato di Thorin Scudo-di-Quercia, che è il capo dei nani. A questo villain nel libro si accenna solo rapidamente in quanto realmente morto nella battaglia di Moria. Naturalmente farlo ricomparire era una necessità a livello cinematografico: essendo un'unica storia diventata una trilogia non si poteva far passare un intero film senza un antagonista reale e presente. Dal momento che il drago era molto lontano si è deciso d’inserire un altro personaggio che desse anche spessore a Thorin. Nel libro infatti il re sotto la montagna fa trasparire solo oltre la metà del libro le sue reali capacità.

Se certi cambi sono necessari per rendere più scorrevole la trama alcune libertà nella caratterizzazione dei personaggi lasciano qualche perplessità. Non i 13 nani che sono a dir poco incredibili: si temeva infatti che pesassero sulla storia (13 coprimari sono difficili da gestire). Invece per come sono stati caratterizzati sono molto vari e, a modo loro, avvincenti. 

Invece per come sono stati caratterizzati sono molto vari e, a modo loro, avvincenti. Infatti ogni nano ha qualche elemento che lo rende subito distinguibile dagli altri: Dwalin che è un forte guerriero è più alto, robusto e ha alcune cicatrici sul volto; Balin, il “saggio” dei tredici, ha una lunga e ordinata barba bianca; Bombur, cuciniere e golosone della compagnia, è il più grasso che non smette mai di mangiare; e così via per tutti i nani.

È Bilbo una delle pietre dello scandalo: troppo coraggioso e troppo guerriero per un hobbit, soprattutto per essere l’inizio dell’avventura. Nel libro infatti si dimostra coraggioso e combattivo ma quando ormai sono all’interno del Bosco Atro, luogo in cui sconfigge diversi dei ragni giganti che abbiamo già intravisto in questa prima parte della trilogia. 

Ian McKellen nei panni di Gandalf
Ian McKellen nei panni di Gandalf
Altro dubbio sorge su Gandalf (un po’ meno saggio e più irriverente) e sugli stregoni in generale: sono molto depotenziati dal loro ruoli di custodi della Terra di Mezzo. Gandalf, in alcuni punti appare come il bambino colto con le mani nella marmellata da Saruman. Quest’ultimo appare il vecchio “bacchettone” di turno che nessuno ascolta. Radagast (personaggio assente nel libro e che fa appena capolino ne Il Signore degli Anelli) appare come uno sciamano un po’ perso nei suoi pensieri ma attento ai problemi del mondo e della natura.

Interessante e inaspettata è la comparsa di Galadriel nel “bianco consiglio” a Granburrone. È evidente che questo cameo sia stata la trovata cinematografica per inserire una figura femminile in mezzo a tre ore circa di film con soli uomini. Non diventa tuttavia un peso per la narrazione: al contrario aiuta lo spettatore a cogliere i meccanismi di alcuni “intrighi politici” che sarebbero altrimenti faticosi e complessi da mettere in scena.

Altra cosa che lascia un po’ in dubbio sono i continui, e talvolta forzati, richiami alla trilogia dell’Anello, quasi si avesse paura di non riuscire ad intrecciare le due trame. Forse questo nasce dal fatto che anche i toni sono molto più leggeri rispetto all’altro film: manca quel sapore di epicità e le scene più divertenti si sprecano, senza tuttavia mai sconfinare nel comico. Questo è però proprio il clima e lo stile del libro a cui s’ispira Peter Jackson, regista di entrambe le trilogie, che è riuscito a rendere bene le atmosfere del romanzo.

In sostanza promuoviamo il film a pieni voti sulla parte tecnica, sulle atmosfere che si è riusciti a ricreare e sulla colonna sonora (con alcune canzoni molto piacevoli che aiutano a creare l’ambientazione). Rimandato a dicembre di quest'anno invece per la trama quando vedremo il secondo film (che aspettiamo con ansia) con l’evoluzione della storia.