Se si potesse tornare indietro nel tempo di 60 secondi, cosa si cambierebbe della propria vita? Questo è il quesito attorno a cui orbita Appena un minuto, commedia italiana che fa l’occhiolino ai film di monito americani, ma che allo stesso tempo preserva ambo i piedi nell’umorismo “romanaccio”. Una creatura ibrida che fallisce drammaticamente nel mescolare il moralismo protestante d'oltreoceano all’atteggiamento caciarone e strampalato degli stereotipi nostrani, ma che garantisce qualche attimo di intrattenimento a mente leggera.

Trama

Claudio (Max Giusti) è un uomo di mezza età che ha visto la vita sfaldarsi davanti ai propri occhi. La moglie (Susy Laude) lo ha abbandonato per un maestro di zumba (Dino Abbrescia), i due figli (Carolina Signore e Francesco Mura) gli rivolgono a malapena la parola e il suo migliore amico (Paolo Calabresi) lo ricopre di consigli fallimentari, il padre (Massimo Wertmüller) non gli perdona di aver fatto fallire il negozio di famiglia e la madre (Loretta Goggi) lo attanaglia in una morsa affettuosa dal sapore edipico.

Per fronteggiare i suoi problemi, Claudio vive nel passato, cercando di preservare la sua emotività in un guscio di illusioni vecchie di quindici anni. Nel compiere un primo passo verso l’accettazione della situazione attuale, nel cambiare il proprio cellulare scalcagnato con uno smartphone, l’uomo si trova per le mani una macchina del tempo che gli consente di riavvolgere gli accadimenti dell’ultimo minuto. Desideroso di ricongiungersi con la famiglia che lo ha abbandonato, nonché di sistemare le sue disavventure lavorative, Claudio cerca di sfruttare lo strumento a ogni occasione, scoprendo tuttavia che certe cose non possono essere risolte percorrendo facili scorciatoie. 

Tecnica

Terzo lungometraggio di Francesco Mandelli, personaggio noto per la sitcom I soliti idioti, porta tutti i segni di una produzione poco matura e poco audace, figlia di un’influenza fortemente televisiva. La direzione, tutto sommato funzionale, applica infatti tutti i crismi dei film per la televisione, affidando la fotografia a Massimo Schiavon (Amici come noi, Omicidio all’italiana) e il montaggio a Marco Costa (Mariottide). Il progetto è consapevolmente radicato nel panorama di basso costo e alto consumo a cui si affacciano frequentemente i comici della televisione, omologato a un bacino di irrilevanza atta a generare intrattenimento scevro da ogni valore aggiunto.

Il copione, firmato dallo stesso Max Giusti in collaborazione con Giuliano Rinaldi, sembra voler imitare la struttura dei grandi blockbuster del cinema di ammonimento (vedi Bugiardo bugiardo o Una bugia di troppo), ma si tratta di mera parvenza. Il protagonista delle vicende non subisce un’evoluzione personale degna di nota, né si trova a fronteggiare situazioni drammatiche di non ritorno. Il trauma della separazione è ormai storia e la quotidianità del protagonista non offre sfide che portano a rivoluzioni esistenziali. Ai titoli di coda, Claudio non è una persona migliore: ha riottenuto i favori della famiglia attraverso il ricatto, la violenza fisica e le raccomandazioni professionali, tutti misfatti condonati dalla pellicola al pari di simpatici interventi mirati a riequilibrare le alchimie di famiglia. 

In effetti l’unico elemento sincero e genuino che traspare dalla trama è la fobia di invecchiare e morire in solitudine. Il tema del mantenimento dei contatti con figli e partner, della solitudine della terza età, viene riproposto sottobanco con costanza e coerenza. Viene esplorato senza passi falsi, ma rimane sempre in secondo piano, appesantito dal timore che un argomento tanto concreto possa ledere la frivolezza della commedia.

Attori

Appena un minuto fa ampio uso di “amichevoli partecipazioni” e rimpatriate di attori uniti da frequenti collaborazioni. Questa natura conviviale fa sí che il progetto possa vantare nomi di spicco e volti noti, anche se non sempre la loro presenza si traduce in un impegno formale. Max Giusti si destreggia in un'interpretazione energetica, ma per scelta o per direzione trasforma Claudio in un personaggio cartoonesco col quale è difficile creare un legame profondo. Nel nucleo della famiglia allargata dei protagonisti, a sorpresa, i migliori sono i figli: Carolina Signore (Viaggio sola) e Francesco Mura (La befana vien di notte). Seppur gravati dai limiti della gioventù, i due si impegnano attivamente per dare vita ai loro ruoli. Almeno entro i limiti imposti dal copione.

Tra le presenze secondarie degne di nota troviamo certamente Paolo Calabresi (Boris, La corrispondenza), il quale non veste i panni di un individuo particolarmente profondo o interessante, ma è strepitoso nell’azzeccare alcuni tempi comici, prerogativa essenziale per le commedie, ma che sembra troppo spesso sottovalutata. Criminalmente mal sfruttati sono Ninni Bruschetta (Boris, To Rome with Love) e Mirko Frezza (Il più grande sogno), i quali interpretano con competenza due riflessi nefasti di ciò che Claudio sarebbe potuto diventare. Il testo dell’opera si scrolla di dosso l’importanza di questo parallelismo, preferendo relegare i due personaggi sullo sfondo in favore delle simpatiche – e superflue – comparsate del calciatore Marco Tradelli.

Conclusioni

Si è diffusa nel tempo l’idea che le commedie debbano essere prive di spessore, smussate di carattere e poi vendute come “film per tutti”. Ricomincio da capo, Little Miss Sunshine, La cena dei cretini, Perfetti sconosciuti dimostrano come sia possibile creare qualcosa di intrigante anche senza attingere a vaste risorse, basta impegno e fiducia nella propria utenza. Appena un minuto non tenta neppure per un attimo di provocare gli spettatori, piuttosto li seda con 93 minuti di torpore mentale, ricadendo nella nutrita schiera del “junk food” cinematografico. Un passatempo nel senso letterale del termine.