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Il biglietto che non fu mai scritto

Michele realizzò che aveva fatto male a tuffarsi. Che forse stava davvero morendo. Eppure, dov’era finita l’acqua del mare? Perché non faticava a respirare? Cosa gli sarebbe successo?

Pensò a Lucetta, la sua amica Mnis. A tutte le parole che avrebbe ancora voluto dirle. Si rese conto di quanto gli mancasse.

Quand’era stata l’ultima volta che l’aveva vista viva? Prima di quel triste dialogo sul letto di morte? La misteriosa grotta nell’ottavo anello, alla base del picco più alto dello Scorpione. Gli occhi di Lucetta, brillanti dei colori dell’iride in mezzo al buio. Sapeva che lei non poteva essere lì, almeno non fisicamente, eppure…

Si erano dati la mano.

Lei gli aveva consegnato quel biglietto misterioso.

Il biglietto che l’avrebbe messo sulla giusta direzione.

Una direzione che avrebbe portato alla morte di lei.

Michele lottò contro quella nuova consapevolezza. Era stato lui a uccidere Lucetta. Se il Palazzo delle Ombre fosse rimasto al suo posto, così come l’anima di Lucetta, la sua Mnis sarebbe sopravvissuta.

Eppure aveva dovuto farlo.

Non c’era stata altra soluzione.

E proprio Lucetta gli aveva dato quel biglietto. Proprio lei.

La strada verso la giustizia e la verità comporta sempre sacrifici, disse una voce, somigliante a quella di suo papà.

Ma perché proprio lei? Perché?, urlò Michele.

Di nuovo la voce di suo papà: È vissuta tre secoli fa. Avrebbe già dovuto essere morta. Di lei può rimanere soltanto più la polvere.

Ma la sua anima…

La sua anima vive ancora, e vivrà per sempre.

Udì lo scroscio di un’onda, potente. Si sentì sollevare e spingere avanti. Una forza propulsiva lo catapultò nello spazio, forse nel tempo. Non vedeva nulla: solo i suoi pensieri, immagini di ricordi, forse di sogni lontani, ma avvertiva il mutamento. Quell’onda lo stava portando lontano. Lontanissimo.

Quando riaprì gli occhi, e si rese conto del suo corpo, e prese coscienza del solido ambiente circostante, fu come risvegliarsi da un sogno.

*

Michele riconobbe quel posto. La radura irregolare in mezzo ai picchi e agli strapiombi. La capanna di legno sulla destra, di fianco all’imbocco di una scala intagliata nella roccia. E su nel cielo già scuro di un pomeriggio autunnale, in mezzo a un banco di nuvole, la sagoma accennata di una porta.

Molte cose erano differenti rispetto alla sua precedente visita in quel luogo. Non c’era vento, per esempio. Lo spiazzo era completamente deserto. E gravava un silenzio innaturale.

Si trovava seduto con la schiena appoggiata contro un masso, vicino allo sbocco del sentiero che scendeva verso il confine con il sesto anello. Da lì aveva una visuale completa della piana della muta. Come sono finito così lontano dal mare?, si chiese.

Poi la coda dell’occhio registrò un movimento. La capanna del custode della muta. La porta si era aperta; ne fuoriuscì un uomo.

Nonostante la distanza, Michele lo riconobbe subito. Per via degli inconfondibili baffi spioventi a manubrio, ma non solo. Si trattava di Venanzio, lo zio di Lucetta: il custode della muta.

Eppure l’ho visto morire. L’ho visto morire con i miei occhi.

Uscito dalla porta, l’uomo avanzò di qualche passo nell’erba, poi si fermò. Portò la mano di piatto a riparare la fronte dai raggi del sole ormai morente, e guardò verso l’alto. Verso il varco nel cielo che Michele conosceva così bene. Pareva in apprensione. E anche in qualche modo più giovane del custode che aveva conosciuto lui, malato e ormai morente. Più giovane e decisamente più in forma.

Michele si alzò. Il fedele zainetto giaceva accanto a lui. Se lo mise in spalla e si incamminò verso l’uomo, deciso a parlargli e a chiedergli spiegazioni.

Pensava che l’uomo l’avrebbe scorto prima ancora che lui lo raggiungesse. Invece, nonostante fosse ormai a pochi passi da lui, continuava a guardare verso il cielo, l’aria assorta. Michele notò come avesse un’espressione triste. I suoi vestiti inoltre erano strani: parevano vecchi di secoli, somigliavano ai costumi di certi film ambientati nei secoli precedenti.

Michele gli fu davanti. Ora non poteva non vederlo, eppure continuava a ignorarlo.

- Signor Venanzio – lo chiamò.

Silenzio. Nessuno movimento.

- Signor Venanzio! – Michele si sbracciò; avrebbe potuto toccarlo.

Finalmente l’uomo si mosse. Si portò una mano alla guancia, se la sfregò. Si arricciò un baffo, abbassando gli occhi. – Ma arriverà davvero? – si chiese.

Michele era sconcertato. – Signor Venanzio! – urlò per la terza volta.

Niente da fare: l’uomo rimaneva fermo. Rialzò gli occhi, puntandoli verso di lui. Ma non lo mise a fuoco. Lo sguardo era perso sul paesaggio alle sue spalle.

Michele allungò una mano per toccarlo sulla spalla. Fu allora che ebbe una delle sorprese più strane della sua vita. Strane e spaventose.

Infatti la sua mano non gli toccò la spalla, ma l’attraversò. Come se Venanzio fosse fatto d’aria. O come se fosse un fantasma.

Michele fece un passo indietro, spaventato. Sto sognando, si disse. Oppure…

Nel frattempo l’uomo, sempre fermo, si stava stringendo le braccia intorno al petto, e pareva rabbrividire dal freddo. Pronunciò altre parole. – Forse ho fatto male ad accettare quel patto…

Michele fece un passo avanti. Andò incontro a Venanzio. Gli passò attraverso e si ritrovò alle sue spalle.

Cavoli, pensò. Proseguì verso la casetta del custode della muta. Non infilò la porta; andò contro la parete di legno. Si ritrovò all’interno della capanna, come se la parete fosse stata d’aria. Michele sorrise. Poi scoppiò a ridere.

È come un sogno, pensò. Solo che è realtà… Ciò a cui sto assistendo è successo veramente… È tutto vero!

L’interno della capanna ricordava quello che aveva osservato solo pochi giorni addietro. Ma c’erano alcune sostanziali differenze. La brandina, il tavolo, il pavimento, tutto lì dentro era pulito e aveva l’aria di essere nuovo. Perfino l’equilibrante appeso alla parete sembrava essere stato dipinto da pochissimo. E poi gli scaffali, le librerie: dove il custode della muta aveva accumulato i suoi preziosi registri. C’erano, certo, ma erano vuoti.

Proprio in quel momento udì la voce dell’uomo, da fuori:

- Sta arrivando… sta arrivando! – gridava.

*

La scena che Michele trovò fuori gliene ricordò immediatamente un’altra. La discesa dei Giassà dalla porta su nel cielo, di cui era stato testimone solo poco tempo addietro. Ma, come per l’interno della capanna, c’erano alcune differenze. E queste differenze rendevano il tutto più triste e insieme più terribile.

Un’unica figura calava lentamente giù dal cielo, planando verso di loro con oscillazioni simili a quelle di un fiocco di neve. Quella figura apparteneva a una bambina, ed era lievemente soffusa di una luce violetta. Aveva i capelli ricci e, Michele lo capì subito, era in carne e ossa.

Lucetta!

Questo non era tutto. Su nel cielo la porta era chiusa come prima. Ma qualcosa l’avvolgeva, o meglio, sembrava essere rimasta in qualche modo impigliata a essa. Oppure appiccicata, difficile a dirsi. Un’ombra dai contorni confusi, eppure decisamente umani. Michele distolse lo sguardo. La visione di quell’ombra là appesa gli trasmetteva un sottile senso di angoscia.

Lucetta era atterrata. Il custode della muta si era chinato e l’aveva abbracciata. Stava singhiozzando.

- Perché piangi, zio? – disse Lucetta.

- Non ti ricordi nulla?

- No. Cosa ci facciamo qui?

- Oh, stai tranquilla, il peggio è passato. Vieni dentro che ti registro. Poi potrai andare a casa.

- Casa? – disse Lucetta. – Verrai anche tu?

L’altro distolse lo sguardo. – Non… non subito. Più tardi ti raggiungerò.

- Dove sono i gelati alla ciliegia?

- Lucetta – la chiamò Michele.

Lei non si volse neppure.

- Lucetta! – Michele corse verso di lei. Provò ad abbracciarla. Lucetta si era incamminata per seguire lo zio all’interno della capanna. Michele inciampò su sé stesso e cadde sull’erba.

Lo sguardo fu di nuovo su quell’ombra attaccata alla porta nel cielo. Mormorava parole che da quella distanza erano incomprensibili. Dal brusio si capiva che era la voce di una bambina.

Michele si rialzò e raggiunse i due all’interno della capanna.

Erano seduti intorno al tavolo, Lucetta da un lato, Venanzio dall’altro. Venanzio stava scrivendo qualcosa sulla prima pagina di un grande registro, servendosi di una penna d’oca appena intinta nel calamaio. Michele si portò alle sue spalle e lesse ciò che stava scrivendo:

15 agosto 1666 secondo il calendario di Vallascosa.

La prima muta si è conclusa, tutto è andato bene.

Nome da bambina: Lucetta Valloni.

Staccò la penna dal foglio, guardò la nipote e disse: – Ora devi ritornare su dalla Madama Gracchiante.

- Chi è la Madama Gracchiante?

- È la signora che gestisce la tua nuova casa. Vedrai che ti troverai bene, lì. Potrai giocare tutto il tempo che vorrai, senza che nessuno ti sgridi. Sarai sola, ma presto tanti altri bambini verranno a farti compagnia, non devi preoccuparti.

- Ma tu non vieni con me?

L’altro abbassò gli occhi. – Ora non posso. Ma verrò presto a trovarti. Te lo prometto.

- Almeno dalla Madama Gracchiante potrò assaggiare finalmente il gelato alla ciliegia?

- Ma certo, Lucetta. Certo. – L’uomo si alzò, sollevò la nipote da sotto le braccia e se la strinse a lungo contro il petto.

Michele ricordava il racconto dell’anima di Lucetta. Sentiva un gelo nel cuore che non sapeva del tutto spiegarsi. Forse dipendeva dal fatto che non aveva modo di comunicare con lei; era come avere a che fare con fantasmi, in quel mondo lontano nel tempo.

O forse dipendeva dai lamenti di quell’ombra disperata, attaccata alla porta su nel cielo.

*

I due uscirono di nuovo fuori; Michele li seguì.

Il custode della Muta indicò verso la porta su in alto.

- Tu sei scesa da lassù, e adesso la stessa forza che ti ha permesso di scendere ti riporterà là.

- C’è un’ombra attaccata alla porta…

- Non devi preoccuparti di quell’ombra. Tu sei più forte di lei. Ora ti spiego cosa dovrai fare una volta giunta lassù.

- Mi fa un po’ paura…

- Lucetta, guardami negli occhi. – Lei obbedì. – Non devi averne paura. Basta che segui le istruzioni che adesso ti darò. Prometti che lo farai?

- Prometto.

- Bene. Ecco ciò che dovrai fare. Una volta arrivata lassù, non preoccuparti troppo di quell’ombra, anche se ti sembrerà viva. Dovrai semplicemente aprire la porta e poi spingervela dentro; prendila pure a calci nel sedere, se è necessario, o se sarà recalcitrante. Non farti problemi: in fondo, se lo merita. Una volta che sarà passata dall’altra parte, richiudi la porta.

- Ma dove andrà a finire?

- Nel posto che compete a lei. A quel punto lascia passare un minuto o due e poi bussa alla porta. La Madama Gracchiante ti aprirà e così potrai andare da lei, che ti accoglierà e ti spiegherà tutto.

- Ma allora sarò insieme a quell’ombra.

- No! Lei finirà dall’altra parte del bivio. Tu e quell’ombra non vi vedrete mai più.

- Zio, quando verrai a trovarmi?

- Presto, molto presto. Ora va’.

Una luce violetta, simile a quella che l’aveva avvolta nella discesa, la stava di nuovo circondando. Michele, che aveva assistito a quel colloquio con grande interesse, ma anche provando una sorda rabbia e un intenso dolore, fu preso all’improvviso da un’ispirazione. Smontò lo zainetto e vi frugò dentro; finalmente la trovò: la busta con dentro il messaggio che le aveva dato Lucetta in quella grotta lontana.

La busta su cui c’era scritto:

ISTRUZIONI DA SEGUIRE IN CASO LO SCORPIONE IMPAZZISCA E VOGLIA DARSI LA MORTE.

Lucetta si era già staccata dal suolo. Michele le andò appresso e le porse la busta. – Devi farla passare sotto lo spiraglio della porta! – gridò. – Devi fargliela avere!

Lucetta non si volse minimamente a guardarlo, mentre i suoi piedi si sollevavano. Michele le infilò la busta tra le dita delle mani. Non avrebbe dovuto funzionare. Non c’era compatibilità tra lui, le sue cose e gli abitanti di quel mondo.

Invece funzionò.

Misteriosamente la busta rimase pinzata tra le dita di Lucetta.

E salì con lei nel cielo, verso la porta.

In fondo era naturale che funzionasse, pensò Michele. Altrimenti io non sarei qui.

Poi gli vennero dei dubbi. Ma se sono io che ho fatto avere la lettera alla Lucetta dentro il Grande Sogno, tramite la sua Mnis, per far sì che possa darmela durante il nostro incontro alla grotta dell’ottavo anello, ma allora… chi l’ha scritta, quella lettera?

Chi?

Preferì dimenticare quella domanda.

*

Tutto si compì in pochi minuti. Lucetta arrivò lassù, mentre l’ombra cercava di scostarsi, come se avesse paura di lei. Aprì la porta e poi, senza fare troppi complimenti, afferrò l’ombra e la cacciò dentro l’uscio, nello stesso modo in cui s’infila una grossa coperta in un sacco. L’ombra non fece particolare resistenza. Lucetta richiuse la porta.

Lasciò passare qualche minuto, in cui il silenzio riempì il cielo e il paesaggio sotto la porta. Infine bussò, e i rintocchi scesero fin nella piana, come se tutta la volta del cielo ormai scuro ne avesse rimbombato.

- FINALMENTE… FINALMENTE! – echeggiò una voce metallica, e Michele rabbrividì.

La porta lassù si riaprì, e dopo che Lucetta ne varcò nuovamente la soglia, si richiuse alle sue spalle con un tonfo.

Dopodiché scomparve dietro una nuvola.

Per tutta la durata di quella specie di rito il signor Venanzio, il custode della muta, aveva pianto come un bambino.

Nel frattempo si era alzato un filo di vento.

*

Il custode della muta rientrò nella capanna. Michele si accoccolò sull’erba, contemplando il paesaggio avvolto dalle prime brume della sera. Cominciava ad avvertire il freddo, ma sapeva che i suoi brividi non erano solo per quello.

Dunque è questo il Grande Sogno, pensò. La possibilità di viaggiare nello spazio e nel tempo attraverso il mondo dello Scorpione.

Cercava di non pensare a Lucetta, al suo triste destino. Cercava di concentrarsi sul presente, su ciò che doveva fare. Ma era difficile.

Quindi è il mare a custodire nelle sue viscere il passaggio verso il Grande Sogno. O forse il mare è il Grande Sogno. Ma ora cosa devo fare?

La risposta era semplice. Come le aveva suggerito Lucetta in punto di morte, era venuto lì per ritrovare e aiutare suo papà. Aiutarlo a sconfiggere il Demone Rosso, per portare una pace duratura sui mondi.

Il problema di difficile risoluzione era un altro. Come raggiungere papà?

Rievocò i momenti successivi al suo abbandonarsi al mare. Aveva pensato fortemente a Lucetta, soprattutto al momento in cui avevano avuto quell’incontro particolare, alla grotta dell’ottavo anello. Era stato a causa di quel ricordo che si era ritrovato in quel preciso punto del Grande Sogno? I pensieri influivano sulla destinazione?

Per spostarsi probabilmente avrebbe dovuto ritornare al mare e rituffarsi.

Ma il mare era lontano dal settimo anello. Lontanissimo.

La brezza che si era alzata non era in grado di scalfire il silenzio tutt’intorno. In realtà c’era un altro rumore, e non proveniva dalla capanna del custode della muta. Arrivava da oltre la spianata.

Il fiume…

Michele si rialzò. Raggiunse la scala intagliata nella roccia, di fianco alla capanna, e cominciò a salire. Ricordava bene quel sentiero.

Presto la sera si trasformò in notte. L’aria era fredda; Michele si stringeva nella maglietta. Nello zaino non aveva nulla con cui coprirsi, non aveva pensato che potesse essere necessario. Doveva fare in fretta. Purtroppo in quella zona il fiume non permetteva di immergersi: troppo sprofondato entro gole inaccessibili, troppo irruento. Doveva raggiungere la piana al confine con l’ottavo anello. Il punto dove Scintillante l’aveva abbandonato a sé stesso.

Quando lo raggiunse, dopo due ore di cammino, sentì che le forze lo stavano abbandonando. L’oscurità era fonda, ma a un certo punto intravide il riflesso delle stelle sulle acque fattesi calme. Senza neppure rendersene conto, aveva già i piedi immersi nel piccolo laghetto.

Vinto dalla stanchezza, incurante del gelo, Michele si lasciò andare e s’immerse.

*

Il fiume funzionava. Dava accesso ad altri corridoi dentro il Grande Sogno. Forse il mare era il portale principale di quel mondo, e il fiume, al suo interno, funzionava da mezzo di trasporto spaziotemporale.

Tuffandosi e tuffandosi nel fiume, in diversi punti del suo corso, Michele visitò vari tempi e vari luoghi dello Scorpione, come ormai chiamava quel mondo. E scoprì che in effetti i pensieri, le emozioni, espresse o inespresse, influivano davvero sulla destinazione. Forse la determinavano del tutto.

Così, tra meraviglia, sconcerto e anche un po’ di divertimento, Michele passeggiò per la felice e luminosa Città delle Anime com’era prima del rapimento del Sorvegliante. Assistette con inesprimibile commozione alla discesa dell’anima di suo papà. Come un pensionato di fianco a un cantiere, spiò l’indefesso lavorio di alcune anime Oscure intorno ai fabbricati della Fenice S.r.l., durante un’alba fredda e nebbiosa. Fu nel Tunnel quando Turo del Primo Anello entrava per la prima volta nella sua nuova casa. Vide l’anima di Lena svegliarsi prematuramente e dirigersi fuori dal Sognatorio#9 verso l’appuntamento con la sua controparte. Partecipò, invisibile, a svariate riunioni del Consiglio delle Anime, spiando inquieto la rossa e imponente figura del Ministro.

Visitò anche la Coda dello Scorpione. Il vederla incurvarsi improvvisamente durante il rapimento del Re delle Poiane, da un anfratto roccioso dell’ottavo Anello, lo riempì di un orrore inesprimibile. E subito dopo fu testimone della prima migrazione di un drappello di anime Oscure verso quelle lande divenute più ospitali per via del cataclisma, che le aveva rese pianeggianti.

Tutte queste esperienze si susseguirono rapide come parti di uno stesso film. Alla fine Michele si scoprì provato, e percorso da una fastidiosa malinconia. Capitava sempre nel Grande Sogno dello Scorpione; ci doveva essere un confine che lo separava dal Grande Sogno di Vallascosa, così come lo Scorpione e Vallascosa erano ben separati nella sua realtà abituale. Quel confine appariva invalicabile.

Sempre se fosse esistito. Ma dove? E quando?

Dopo l’ultimo bagno, Michele venne a trovarsi nuovamente nel luogo della muta. Con la coda dell’occhio scorse su nel cielo un uccello in rapido allontanamento verso l’ottavo Anello. Il rapace era cavalcato da una figura.

Michele si tirò su; il terreno era ricoperto dalle sagome inconfondibili delle Complete, ancora addormentate. Di lì a poco si sarebbero svegliate.

Perché sono finito qui?, si chiese.

Michele era stanco. Sentì le palpebre pesanti, gli occhi che si chiudevano. Quanto tempo era che non si faceva una bella dormita?

Sistemò lo zaino contro un masso ricoperto di muschio, alle sue spalle, e vi appoggiò la testa.

L’ultimo pensiero fu per Vallascosa. Per i suoi amici: Beba, Giangi e Fabio. Chissà cosa stavano facendo in quel momento…

Probabilmente festeggiavano il ritorno dei Mnis. Beba e Giangi del proprio, naturalmente. Fabio, che non aveva passato la muta, festeggiava il ritorno di quello di suo papà, che da Giassà non era mai stato tenero con lui. Povero Fabio…

Non  ci aveva mai pensato, ma lui e Fabio si somigliavano in molte cose.

In quella landa desolata e silenziosa, dove tutti dormivano, finalmente anche Michele si addormentò.

*

Non era tutto buio. Da qualche parte un raggio di luce doveva penetrare, perché i rilievi erano scolpiti e si intuiva il contorno di quel luogo. Un contorno frastagliato e irregolare, anche sul pavimento.

Una grotta, pensò Michele.

La vedeva dall’alto, come fosse appeso a una roccia sporgente sotto la volta scavata.

Si accorse del rumore. L’unico rumore, forse, lì dentro. Una voce umana. Fioca e lamentosa. La voce di un ragazzo.

- Aiuto… – mormorava debolmente.

E poi: – Aiutatemi…

E poi ancora, più forte: – Qualcuno mi aiuti!

Il cuore di Michele si riempì di angoscia. Non lo vedeva. Dove sei? Dove sei?

- Fabio! – chiamò. Fu strano, perché non sentì il rimbombo lungo le pareti della caverna. Era come se avesse urlato solo dentro sé stesso.

E di nuovo quel lamento: – Aiuto… vi prego…. Aiutatemi!

D’improvviso lo vide. Stava buttato contro una parete, simile a un mucchio scomposto. Un riflesso di luce rosa l’aveva reso percepibile, ma il resto era una massa scura. Eppure era lì. Ed era proprio Fabio.

Michele fluì nella sua direzione, come si può fare solo nei sogni; scese sull’amico.

Giaceva rannicchiato contro la parete. La caviglia sinistra si apriva in un angolo innaturale.

- Aiuto…

- Fabio… Fabio! – urlò Michele.

Non lo sentiva, esattamente come nel Grande Sogno.

Ma quello era il Grande Sogno?

Una strana luce rosa aveva preso ad avvolgerli.

- Fabio, ti prego… – Michele si chinò, allungò le braccia verso l’amico. Le mani affondarono nel nulla, fino a incontrare la roccia sotto il corpo di Fabio.

- Oh no… no… nooo! – urlò Michele, portandosi le mani sul viso.

La luce rosa era forte, come il fascio di un faro. Michele, sconcertato, si voltò. In quel momento udì una voce che lo chiamava. Tornò a girarsi verso Fabio, pensando che fosse lui, che l’avesse finalmente visto. Ma Fabio non si era mosso. Taceva.

- Michele, svegliati! – urlò di nuovo qualcuno.

Si sentì scuotere.

Finalmente riprese coscienza.

Sopra di lui c’era Tracimante, e la luce rosa si riversava dai suoi occhi in due cascate sfolgoranti.

- Era ora! Stai bene? – gli domandò.

Dietro Tracimante, la piana della muta era ancora ricoperta, nella sera incombente, dalle sagome delle Complete in attesa del risveglio.

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