Simon Williams (Yahya Abdul-Mateen II) è uno stato potenziale puro, un aspirante attore la cui carriera esiste ancora in una nebulosa di possibilità non realizzate, come un elettrone che non ha ancora "deciso" il proprio spin. Sta fluttuando in quello spazio quantico dove il successo è simultaneamente presente e assente, fino al momento dell'osservazione (o in questo caso, del casting). La sua estrema pignoleria nell'affrontare il suo lavoro sta facendo pendere pericolosamente la sua carriera verso un limbo di non esistenza.
Trevor Slattery (Ben Kingsley), di contro, si trova all'estremo opposto, come una particella che ha già attraversato il suo picco di energia. Non solo i suoi ruoli più importanti appartengono al passato, ma quello che lo ha reso più famoso è anche il più famigerato, quello del presunto terrorista Il Mandarino, in realtò fantoccio di un vero terrorista, come visto in Iron Man III. Slattery è quindi nella fase di decadimento della sua carriera, potremmo dire.Circostanze casuali sembrano farli convergere verso un obiettivo: la scoperta che il leggendario regista Von Kovak (Zlatko Burić) sta orchestrando un remake di Wonder Man, mito dell'infanzia di Simon, sta aprendo un nuovo campo di possibilità nel loro spazio delle fasi professionale.
Ecco quindi che i due attori in posizioni diametralmente opposte delle loro traiettorie si trovano improvvisamente in uno stato di entanglement, intrecciati nello stesso obiettivo. Entrambi puntano a ruoli che potrebbero causare un quantum leap nelle loro vite. Simon sogna di passare dalla potenzialità al successo concreto, mentre Trevor sogna il riscatto, interrompendo il declino.
Davanti a loro però c'è un grosso ostacolo. Simon ha dei superpoteri, e dopo un evento che potrammo chiamare "Incidente Doorman" (raccontato in flashback in uno degli episodi, con Byron Bowers nel ruolo), non sono permessi superpoteri sul set.
Più che su scontri di superpoteri, che alla fine sono quasi sempre visti in modo incidentale, sono due le principali direttive della serie.
La prima è offrire una sorta di backstage metanarrativo sulla produzione dei cinecomics, molto attuale in questo momento in cui sembrano soffrire di una moderata stanchezza. Noi spettatori veniamo posti dietro le quinte dell'industria dell'intrattenimento, diventando in parte gli osservatori che influenzano l'esperimento. La serie ci permette di vedere la meccanica nascosta del sistema Hollywood, quei momenti prima della "misurazione" pubblica (il film finito, il successo o il fallimento) dove tutto esiste ancora in sovrapposizione, salvo collassare in uno dei due stati opposti appena il film esce nelle sale.
Il fatto che lo faccia una miniserie su Disney+ è sicuramente un gesto di coraggio, perché è pericoloso quanto aprire un dispositivo elettrico con la spina inserita e lo stesso dispositivo ancora in funzione.
Ma credo che l'industria debba riflettere su quanto siano "necessari" i Marvel Movies oggi.
La seconda direzione, meno meta e più narrativa, è la bromance tra Simon e Trevor, che nasce, come spesso capita, da una menzogna, ma che poi si evolve in un'amicizia vera, con sentimenti indissolubili, che porteranno a scelte coraggiose per entrambi.
Altro non è facile dire. Wonder Man è sia un'esplorazione dell'incertezza professionale, dove l'atto stesso di provare per un ruolo trasforma irrevocabilmente lo stato degli attori, ma è anche un banco di prova emotivo, che porta a una crescita umana dei due personaggi.
Più parlata, forse fino allo sfinimento, di tutte le produzioni Marvel finora viste, che pure non erano poco verbose, considerata la natura logorrica dei fumetti di supereroi per come li concepì Stan Lee (si è sempre scherzato sui "monologhi"), Wonder Man ha comunque un approccio originale alla materia, che decostruisce in modo intelligente.
La miniserie potrebbe durare di meno, come forse poteva durare di meno questa recensione, per cui mi fermo qui, non volendovi portare allo stesso sfinimento provocato dalla visione, dandovi appuntamento su Disney+ dal 29 gennaio 2026. Dategli una possibilità e parliamone.

















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