Cole Reed deve tutto al suo capo Taran, che lo ha assunto come guardia del corpo per sé e per suo figlio Kameron dopo un passato da ex combattente dell'esercito britannico. Quando l'imprenditore viene assassinato alla vigilia della vendita della sua compagnia di navigazione e la colpa ricade su Cole, l'uomo si mette sulle tracce dei responsabili. L'indagine lo conduce a bordo di una nave cargo, dove scopre un traffico clandestino legato alla morte di Taran. Intrappolato in mare aperto e braccato dall'equipaggio, trova un'unica alleata in Angie Ellis, terzo ufficiale ignara delle attività criminali che si consumano a bordo. Da quel momento la missione diventa una lotta per la sopravvivenza e, soprattutto, una vendetta personale.

Giudicare un film con Jason Statham significa inevitabilmente confrontarsi con un interrogativo: ha ancora senso valutarlo come un'opera autonoma oppure è più corretto considerarlo l'ennesima variazione di un modello ormai perfettamente codificato? Perché Mutiny non prova nemmeno a sottrarsi alle regole del "film con Jason Statham", limitandosi ad applicarle con la consueta disciplina. Negli ultimi anni l'attore britannico ha costruito un personaggio granitico e immutabile. Che interpreti un apicoltore (The Beekeeper), un capocantiere (A Working Man) o un ex agente governativo (Missione Shelter), il meccanismo narrativo resta sempre lo stesso: un uomo dal passato tormentato, ritiratosi dalla violenza, è costretto a tornare in azione dopo aver subito un torto personale. Cambiano le professioni, cambiano i nomi, ma la struttura rimane pressoché identica. In Mutiny la scintilla è l'omicidio del suo datore di lavoro, figura paterna e amico, ma la premessa ha un peso relativo: serve unicamente a dare il via a una lunga sequenza di combattimenti.

Ed è proprio qui che il film trova la sua ragion d'essere. Più che chiedersi se la storia funzioni, lo spettatore finisce per domandarsi se Statham avrà abbastanza occasioni per menare le mani. La risposta è affermativa. Jean-François Richet dirige con mestiere, senza particolari guizzi ma anche senza cedimenti, sfruttando l'ambientazione della nave per costruire uno spazio d'azione credibile e sufficientemente vario. Corridoi stretti, sale macchine, ponti e stive diventano il terreno ideale per una serie di scontri fisici che privilegiano impatto e concretezza rispetto alla spettacolarità coreografica. Siamo lontani dall'eleganza di John Wick o dalla precisione del miglior action orientale. Mutiny guarda piuttosto al cinema muscolare degli anni Novanta, dove conta più la fisicità dei colpi che la loro messa in scena. Un po' sotto la media, invece, la spalla di Statham: Annabelle Wallis, poco carismatica e poco a suo agio con l'action, mentre rispettano tutti i canoni del genere i "cattivi", dal capitano al viscido uomo d'affari, smascherato da Cole come traditore praticamente fin dalla prima inquadratura.

Mutiny è evidentemente un film pensato per un pubblico ben preciso, che uscirà soddisfatto dalla sala per aver trovato ciò che voleva. Tutti gli altri, forse, qualcosa di divertente lo troveranno, ma prevarrà probabilmente un fastidioso senso di déjà vu.