Bryan è un corriere medico che sta vivendo la peggiore serata della sua vita. La sua ragazza gli ha appena detto di essere incinta, ma lui non ha ancora le idee chiare su cosa fare. Vorrebbe soltanto tornare a casa da lei, quando gli viene chiesta un’ultima consegna in un ospedale di una città sperduta tra le montagne. Il tempo, però, non è dalla sua parte: una violenta tempesta di neve lo sorprende lungo il tragitto e, poco alla volta, iniziano a manifestarsi fenomeni sempre più strani. Dopo un incidente in macchina, l’incontro con una donna ferita dall’atteggiamento bizzarro e quello decisamente meno rassicurante con un cane mostruoso, Bryan trova rifugio in una casa apparentemente abbandonata. È soltanto la prima tappa di un viaggio da incubo che lo condurrà verso Raccoon City e il suo ospedale.
Quanto è difficile rinverdire una vecchia saga cinematografica? Cosa si può ancora tirare fuori dal cappello dopo anni trascorsi a spremere fino al midollo un’idea, un immaginario, un universo narrativo che ha funzionato per un paio di film, prima di trasformarsi in poco più che una speranza d’incasso? Di reboot, soprattutto nell’ambito dell’horror, negli ultimi dieci anni ce ne sono stati a bizzeffe e sono pochi quelli che hanno saputo trovare una strada davvero nuova. Il recente Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte di Jane Schoenbrun ragiona proprio in chiave metacinematografica sul concetto di reboot e sulla necessità di cambiare il punto di vista, anche in maniera radicale, per poter reinterpretare in chiave contemporanea quegli stereotipi, come il corpo della donna, che hanno contribuito a definire il genere.
Zach Cregger, che firma anche la sceneggiatura di questo nuovo Resident Evil, parte invece da una premessa completamente diversa e compie un piccolo miracolo: realizza un film che ragiona sul genere senza avere bisogno di mostrarne esplicitamente i meccanismi. Più che dal videogioco, Cregger parte dal Resident Evil cinematografico di Paul W.S. Anderson con Milla Jovovich e prende gli elementi fondamentali di quella saga per ribaltarli uno a uno. Dove là c’era una bellissima protagonista atletica e brava a menare, qua c’è un ragazzo un po’ sfigato, per nulla in forma e incapace persino di usare una pistola. Dove là il tono era serissimo, quello dell’action dei primi anni 2000, qua lo slapstick diventa uno strumento per far ridere. Dove là la storia era immediatamente chiara e i protagonisti dovevano semplicemente sopravvivere, qui il povero Bryan parte da una lontana periferia, completamente ignaro di quello che sta per succedere e, soprattutto, del virus che ha trasformato quel mondo in un incubo.
Come già aveva fatto in Barbarian e Weapons, Cregger dosa con attenzione le informazioni, ma questa volta cambia completamente il gioco: non può contare sullo spettatore che conosce già tutto, quindi decide di giocare con il suo protagonista. Bryan scopre il mondo di Resident Evil a piccole dosi e Cregger si diverte da matti a metterlo nelle situazioni più assurde e paradossali. I topoi della saga videoludica vengono utilizzati sia per qualche discreta strizzatina d’occhio ai fan, come nel caso della macchina da scrivere o del doberman mutato, sia per evidenziarne il lato involontariamente assurdo e comico. È il caso, per esempio, della scalata del povero Bryan all’interno dell’edificio infestato, una sequenza che prende uno degli elementi più riconoscibili dell’horror videoludico (arrivare in un luogo) e lo trasforma in una vera e propria gag.
Il gioco di Cregger funziona anche sul piano della regia. I jumpscare sono pochi e collocati nei momenti giusti, una scena d’inseguimento strizza l’occhio a It Follows e la suspense viene dosata con attenzione, senza mai scivolare nel prevedibile. Ma il vero merito del regista è quello di aver capito che per riportare in vita una saga non è sufficiente riproporne gli elementi riconoscibili. Bisogna trovare un nuovo modo di guardarli. È una strada intelligentissima quella scelta da Cregger, consapevole che, prima ancora di realizzare l’ennesimo titolo della saga di Resident Evil, bisogna semplicemente girare un buon film. E forse è proprio questo il segreto per far respirare nuovamente un franchise che sembrava aver già esaurito tutte le sue possibilità.













