Little Death è una giovane regista indipendente al suo primo lavoro con gli Studios. A lei è stato affidato l'arduo compito di rivisitare la saga horror Camp Miasma, il cui capostipite, realizzato negli anni '80, ha avuto un grandissimo successo al box office, ma che gli infiniti sequel hanno privato del suo smalto. Per trovare l'ispirazione, Kirs si reca a casa di Billy Presley, la protagonista del primo film, che ora vive reclusa e lontana dal mondo in quello che era stato il set del film che l'ha lanciata. Tra le due donne nasce un'attrazione immediata, frutto del magnetismo di Billy, in bilico tra ciò che è lei e il suo personaggio, e dell'ossessione di Kirs nel trovare una nuova chiave interpretativa della saga che la purifichi dalla transfobia dell'originale. Il killer, infatti, di Camp Miasma era un ragazzo non binario ucciso per la sua ambiguità sessuale e, per questo, in cerca di vendetta.
Con Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte Jane Schoenbrun affronta il patrimonio dello slasher classico, da Halloween a Venerdì 13, con un'ambizione dichiaratamente metacinematografica. L'intento non è tanto omaggiare il genere quanto smontarne i codici per riflettere sul rapporto tra rappresentazione, identità e memoria culturale. L'operazione, però, finisce spesso per soccombere sotto il peso delle proprie ambizioni. Le intuizioni sono numerose, ma raramente trovano una sintesi convincente, dando vita a un film che accumula livelli di lettura senza riuscire davvero a organizzarli. Sul piano formale, Camp Miasma rivela invece una notevole consapevolezza. L'alternanza tra set artificiali e fondali dipinti, il continuo dialogo tra pellicole di diversa grana, il recupero della soggettiva carpenteriana e il costante slittamento tra il film "reale" e quello immaginario costruiscono un dispositivo visivo affascinante. Schoenbrun dimostra di conoscere profondamente il linguaggio dello slasher e di saperne manipolare l'immaginario con precisione filologica.
La dimensione filologica resta l'aspetto più riuscito dell'opera. Emblematica è la lunga sequenza del massacro, costruita con la macchina da presa fissa sul volto del killer Little Death, in un ribaltamento speculare della celebre soggettiva di Carpenter. La maschera, che richiama un vecchio proiettore cinematografico, trasforma l'assassino nella personificazione stessa dello sguardo filmico, mentre il suo volto emerge dalla penombra solo per un istante, suggerendo come il cinema sia al tempo stesso ciò che mostra e ciò che nasconde. Ma anche l'idea che le protagoniste si nutrano solo di caramelle gommose e cibo da fast food, associato al cinema "fast food", che Gillian Anderson richiami una diva nello stile di Gloria Swanson in Viale del tramonto e, soprattutto, il passaggio tra varie grane di pellicola — quella del film che si guarda e quella del vecchio Camp Miasma — costituiscono un divertente gioco metatestuale.
Come già accaduto in Ho visto la TV brillare, dove a essere chiamate in causa erano le serie degli anni '90, Schoenbrun rompe un po' il giocattolo quando si tirano le somme, finendo per citare un a caso anche Videodrome, in un cambio di punto di vista dove Little Death diventa l'autore delle stragi e, per questo, ana essere il centro della narrazione: un guardare che rimbalza dall'adolescente Billy Presley nel vecchio film degli anni '80, a Little Death nel macello dei ragazzi, fino a Kirs, che finalmente può raggiungere il ruolo di regista. Un interessante riflessione sul potere dello sguardo e sulla responsabilità di chi crea immagini, ma che resta più enunciata che realmente sviluppata.














