Jo e Raissa sono amiche da tanti anni, nonostante siano molto diverse tra loro. Jo ha un padre assente e vive con la nonna, che adora; è chiassosa, solare e decisamente poco incline alle regole. Raissa, invece, ama studiare e proviene da una famiglia regolare. A unirle, però, c’è una grande passione: le storie sul mito di Nakali, l’isola dimenticata, e il desiderio di trovare il passaggio che possa condurle fin lì. Gli anni passano e, nonostante la vita trascorsa insieme, le due ragazze sembrano andare incontro a destini molto diversi. Jo finisce a lavorare in un fast food, mentre Raissa si prepara a lasciare le Filippine per studiare in un college americano. Proprio la notte prima della partenza, però, compare finalmente il portale per Nakali. Le due vivranno un’avventura straordinaria che, al loro risveglio, non ricorderanno più. Che cosa è accaduto? E, soprattutto, come faranno a tornare a casa?

L’isola dei ricordi, diretto da Joel Crawford e Julian Mercado e prodotto da DreamWorks, si confronta con quello che sembra essere uno dei problemi più complessi dell’animazione moderna: la trasversalità. Un film pensato per i bambini deve riuscire a coinvolgere anche gli adulti che li accompagnano, trovando un equilibrio tra la necessità di divertire i più piccoli e quella di non annoiare chi siede accanto a loro. Un equilibrio delicato, che spesso fa pendere la bilancia da una parte o dall’altra, dando vita a film troppo infantili oppure troppo meta per essere davvero apprezzati dai piccoli. L’isola dei ricordi, invece, riesce a colpire nel segno su parecchi fronti. Merito innanzitutto di una sceneggiatura solida, capace di sviluppare con attenzione il rapporto tra le due protagoniste, ma anche di un character design di gusto, di una buona colonna sonora e di una regia per nulla pigra. Crawford e Mercado sanno infatti modulare la messa in scena a seconda delle esigenze del racconto, alternando momenti psichedelici, inquadrature angolate e composizioni bizzarre, perfettamente coerenti con la dimensione fantastica della storia, a soluzioni più semplici e immediate negli snodi narrativi più complessi, adatte anche ai più piccoli.

Intelligente, poi, la scelta di inserire citazioni grafiche dagli anime giapponesi, quasi ci trovassimo in un filler di Naruto, con il passaggio da un’animazione 3D al disegno tradizionale. Ciò crea una sorta di link che associa stilizzazioni tipiche dell’animazione orientale con sentimenti ben riconoscibili da tutti, senza dover perdersi in spiegazioni inutili. Anche da un punto di vista strettamente tecnico, la progettazione di Nakali come mondo coloratissimo, con creature straordinarie, strizza un po’ l’occhio all’universo miyazakiano, in particolare con la demone dei ricordi Bativa e, più in generale, con un leggero gusto horror che di solito manca completamente nei film occidentali per bambini.

Il tema centrale de L’isola dei ricordi rimane naturalmente il rapporto di amicizia che lega le due protagoniste, ma attraverso di esso il film riflette anche sul valore dei ricordi e su quanto la loro perdita possa modificare ciò che siamo. Jo e Raissa commettono degli errori l’una nei confronti dell’altra, ma proprio attraverso questi conflitti la sceneggiatura riesce a mettere in evidenza ciò che dovrebbe essere davvero importante in un rapporto d’amore e, soprattutto, cosa significhi calarsi nei panni dell’altro. Un principio che vale tanto per la propria migliore amica quanto per il gruppo di personaggi che le due ragazze incontrano a Nakali. Ne nasce un discorso sulla tolleranza e sull’empatia tutt’altro che scontato, lontano da qualsiasi pedagogismo spicciolo. Ed è forse questo il merito maggiore del film: riuscire a trasmettere qualcosa senza trasformare la lezione in una predica, parlando ai più piccoli ma lasciando agli adulti qualcosa su cui riflettere.