Sam Gallo è un giovane musicista reduce da un grande successo, alla disperata ricerca della prossima hit. Per ritrovare l’ispirazione e isolarsi dal mondo, si rifugia con il cane Elvis in una splendida villa italiana. Ma la tranquillità è solo apparente: Sam è tormentato dalla visione di una donna seduta al pianoforte del salotto, uno strumento inutilizzabile perché privo della chiave che ne sblocca i tasti. Sarà proprio Elvis a dissotterrare una vecchia cassetta contenente un diario, alcuni spartiti e la misteriosa chiave. Quando Sam si mette a suonare quella melodia, però, l’incubo abbandona la sua mente per invadere la realtà.
In vent’anni di incursioni nel cinema, Federico Zampaglione ha alternato horror, gialli e opere più intimiste, costruendo una filmografia in cui la passione per il genere si accompagna a un gusto spiccatamente artigianale. The Nameless Ballad vorrebbe fondere due delle sue grandi passioni, l’horror e la musica, trasformando quest’ultima in una maledizione capace di attraversare il tempo e contagiare chiunque ne venga sedotto. Un’ossessione che non ha bisogno di rituali o spiegazioni soprannaturali particolarmente elaborate: basta lasciarsi catturare dalla melodia. Se con The Well il regista aveva recuperato l’immaginario dell’età d’oro dell’horror italiano, tra suggestioni vintage e un’estetica volutamente rétro, con risultati convincenti, qui tenta invece la strada del thriller soprannaturale anglosassone. Non a caso, il film è girato in inglese e punta a evocare atmosfere alla The Others.
La villa isolata, i pochi personaggi, i segreti del passato e una fotografia algida, dominata da colori freddi, sembrano indicare la volontà di confezionare un horror più elegante e internazionale, lontano dalle concessioni splatter del precedente film. Il problema è che, una volta abbandonati il sangue e l’artigianalità che costituivano parte del suo fascino, il cinema di Zampaglione perde anche la sua personalità. A emergere è una sceneggiatura povera di idee, che procede con un’ingenuità da horror televisivo degli anni Settanta, senza riuscire a trasformare i suoi stereotipi in qualcosa di davvero inquietante.
Il paradosso è proprio questo: nel tentativo di emanciparsi dal gusto vintage che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti, Zampaglione finisce per rinunciare a ciò che li rendeva riconoscibili, senza guadagnare in cambio né raffinatezza né tensione. L’ambizione internazionale rimane così un involucro estetico, incapace di nascondere una trama elementare, prevedibile e, a tratti, involontariamente imbarazzante. Perché, se si eliminano la patina rétro, le gustose teste mozzate, i fiumi di sangue e le budella finte, ciò che resta deve pur reggersi sulle proprie gambe. E The Nameless Ballad non ci riesce. Non è forse un caso che alla sceneggiatura abbia collaborato Barbara Baraldi, una delle penne dell’attuale Dylan Dog, curatrice della testata. Guardato da questa prospettiva, il film sembra proprio un albo Bonelli trasposto sullo schermo: una storia dai contorni netti, costruita per spiegare tutto allo spettatore e accompagnarlo per mano fino alla soluzione, con il risultato che più che inquietare annoia. Peccato che il cinema non funzioni così.
















