Nel panorama dell'animazione d'autore contemporanea, l'adattamento di opere a fumetti autobiografiche legate al trauma e alla memoria clinica rappresenta una delle sfide figurative più complesse. Diretto da Leah Nelson e basato sulla graphic novel omonima di Sarah Leavitt (Tangles: A Story About Alzheimer's, My Mother and Me), il lungometraggio d'animazione Tangles si inserisce in questo filone con un rigore formale e un rispetto della materia trattata che ne fanno un'opera di straordinario valore espressivo.
Il film affronta il progressivo e inesorabile decadimento cognitivo dovuto all'Alzheimer all'interno di un nucleo familiare, evitando con cura le trappole del patetismo a buon mercato per concentrarsi sulla complessa dinamica del caregiving, sul ridefinirsi dei ruoli affettivi e sulla dissoluzione dell'identità personale.
Il principale punto di forza di Tangles risiede nella sua raffinata gestione del registro drammaturgico. La sceneggiatura dimostra una disinvoltura al tempo stesso unica e dolorosa nel modulare i toni del racconto, muovendosi con fluido dinamismo tra l'ironia scanzonata della commedia familiare e la spietata crudezza del dramma clinico.
Nella prima parte della pellicola, l'opera restituisce la quotidianità della famiglia Leavitt attraverso un taglio arguto e brillante, capace di strappare nello spettatore più di un sorriso genuino. Le eccentricità dei protagonisti, le incomprensioni generazionali e le piccole nevrosi domestiche vengono trattate con una leggerezza che risulta (nell’economia complessiva del racconto) un indispensabile ancoraggio alla normalità prima della frattura.
Tuttavia, con il progredire della malattia della madre, questo registro ironico non viene accantonato, ma distorto, trasformandosi nell'unico scudo difensivo a disposizione dei personaggi di fronte al crollo del loro mondo. La transizione verso il dramma puro avviene senza stridori meccanici: il film passa da momenti di intima ilarità ad affondi emotivi diretti, autentici pugni nello stomaco che trafiggono lo spettatore per la loro spoglia e veritiera brutalità. Si tratta di un'esperienza di visione che, al di là dell'analisi formale, possiede una carica di immedesimazione umana di rara intensità, di quelle di fronte a cui è quasi impossibile rimanere impassibili o emotivamente distaccati.
Dal punto di vista della direzione artistica, la scelta di adottare un rigoroso bianco e nero rappresenta uno degli aspetti stilistici più riusciti ed efficaci dell'intera produzione. L'assenza di colore potrebbe far pensare, a un'analisi superficiale, a un impoverimento della tavolozza visiva o a un appiattimento delle immagini verso una bidimensionalità illustrativa tradizionale. Al contrario, la resa monocromatica si rivela la soluzione ideale per calibrare l'attenzione di chi guarda. Privando la scena della componente cromatica, il film costringe lo spettatore a concentrarsi sull'essenziale: le forme, le ombre, la geometria degli spazi e, soprattutto, i gesti e le espressioni dei personaggi. In una narrazione di questo tipo, infatti, il colore avrebbe rischiato di costituire un'inutile distrazione estetica, Il bianco e nero lavora come un processo di sottrazione concettuale, che rispecchia visivamente la malattia stessa, intesa come progressivo svuotamento e rarefazione dei ricordi. Le campiture di grigio diventano il territorio simbolico in cui la memoria della protagonista sfuma, lasciando emergere soltanto i contorni essenziali degli affetti.
Il comparto tecnico dell'animazione si distingue per un'incredibile intelligenza esecutiva. Per buona parte del film, lo stile visivo mantiene un tono dimesso, misurato e compassato. Il tratto dei disegni è essenziale, quasi minimalistico, orientato interamente a far emergere la sottigliezza delle micro-espressioni facciali e le esitazioni della recitazione dei personaggi. La resa delle emozioni e degli stati d'animo attraverso la mimica è straordinaria: basta una leggera flessione di una linea sopra l'occhio o un micro-movimento delle labbra per restituire smarrimento, rabbia o rassegnazione.
Questo registro contenuto funge tuttavia da controcanto alle sequenze in cui l'animazione decide di abbandonare il realismo per esplodere in soluzioni visive complesse ed elaborate. Quando il racconto deve rappresentare dall'interno il punto di vista della madre e la percezione alterata del suo cervello aggredito dalla decadenza neurologica, piuttosto che i pensieri ansiosi e ansiogeni della protagonista, assediata dai timori per l’incertezza del futuro, lo stile visivo si trasforma. I fili della memoria, quei tangles, o grovigli, che danno il titolo all'opera, diventano strutture grafiche dinamiche che si arrotolano, si spezzano e riorganizzano lo spazio sullo schermo in modo allucinatorio e poetico. Questa alternanza tra l'essenzialità del quotidiano e la complessità delle metafore visive conferisce al film un ritmo espressivo di altissimo livello.
Tangles non si limita a raccontare il decorso di un'infermità, ma riflette sulla natura profonda dei legami di parentela e sul valore dell'eredità affettiva. L'opera si interroga su quanta parte di noi rimanga quando la memoria storica e biografica viene cancellata, ed esamina la condizione di chi resta, costretto a riorganizzare la propria identità in funzione di una figura genitoriale che gradualmente smette di riconoscere i propri figli.
La regia di Leah Nelson adotta uno sguardo improntato al rispetto, senza mai indulgere nella trappola del voyeurismo del dolore. La “macchina da presa” (se così si può definire), e con essa la linea del disegno, mantiene un pudore costante, lasciando che la sofferenza emerga dalle situazioni reali e dalla gestione dei piccoli gesti quotidiani: la vestizione, la preparazione di un pasto, il silenzio pesante di una stanza.
Tangles di Leah Nelson si attesta come un'opera matura, formalmente ineccepibile e dotata di un'onestà intellettuale straordinaria. Capace di passare con grazia spietata dalla levità dell'umorismo domestico al baratro del dramma familiare, il film sfrutta la potenza del linguaggio dell'animazione per rendere visibile l'invisibile: il progressivo sfaldarsi della mente umana e la resistenza della devozione filiale.
Una prova di altissimo profilo per l'animazione indipendente, a conferma di come il disegno e il bianco e nero possano farsi strumenti privilegiati per esplorare le pieghe più complesse e dolorose della condizione umana.
In una parola: un capolavoro.
Un film da vedere e far vedere. Vi farete male, ma ne varrà la pena.
















