Moderato dalla scrittrice Cecilia Randall, il panel ha visto la partecipazione di due tra i più importanti illustratori del panorama contemporaneo: Paolo Barbieri, celebre per le sue reinterpretazioni di universi mitologici e letterari, e Ivan Cavini, artista poliedrico profondamente legato all'opera di J.R.R. Tolkien.
L’incontro si è sviluppato come un dialogo aperto sulla genesi creativa, sul rapporto con la tradizione visiva e sulla natura stessa del fantastico come territorio di fuga, indagine e rigorosa ricerca estetica.
L'esordio del confronto ha indagato le matrici biografiche e artistiche che hanno spinto i due illustratori verso il genere fantastico. Per Paolo Barbieri, il primo contatto con questo universo è avvenuto attraverso l'animazione giapponese della fine degli anni Settanta, in particolare la fantascienza robotica, Goldrake su tutti, e le opere di Leiji Matsumoto come Capitan Harlock. Un'attrazione precoce tradotta inizialmente nel tentativo di replicare i modelli televisivi, per poi evolversi nella creazione autonoma di macchine e creature inedite. Nonostante questa vocazione originaria, l'avvio della carriera professionale di Barbieri si è mosso inizialmente nell'ambito della saggistica e della narrativa mainstream, firmando copertine per thriller e romanzi gialli per la casa editrice TEA, prima di approdare stabilmente al fantastico.
Ivan Cavini ha condiviso un percorso iniziale analogo, alimentato dalla medesima estetica televisiva, per poi registrare un progressivo mutamento di prospettiva in età adulta. In seguito al suo trasferimento in un borgo medievale piemontese, l'interesse per il futuro fantascientifico ha lasciato spazio a un'archeologia dell'immaginario, orientata verso un passato misterioso e magico, eletto a rifugio e chiave interpretativa del reale.
Intervenendo sul tema della costruzione dei mondi, Cecilia Randall ha evidenziato la divergenza strutturale tra la scrittura e l'illustrazione: mentre la letteratura richiede una stratificazione lenta e progressiva, l'immagine possiede una forza evocativa immediata. Interrogato su come sia possibile condensare un intero universo visivo nello spazio di una singola tavola, Barbieri ha ricondotto la propria formazione allo studio dei classici della pittura italiana, come Michelangelo e Raffaello, così come studio delle regole della composizione dell’immagine, ma, soprattutto, in modo determinante alle locandine cinematografiche dell'infanzia. Impossibilitato a vedere le pellicole fantascientifiche a causa delle scelte familiari, l'artista ricostruiva mentalmente intere narrazioni a partire dai soli manifesti pubblicitari. Da questa abitudine è derivata la sua concezione dell'illustrazione: l'immagine non deve esaurire il racconto, ma farti varcare la soglia della storia, suggerendo atmosfere e tensioni narrative attraverso la sola forza evocativa.
Cavini ha invece descritto il proprio percorso come guidato da un'intuizione istintiva piuttosto che da un piano programmatico. Segnato fin da giovanissimo da un precoce riconoscimento unanime nel disegno, ha finito per assecondare un flusso creativo eclettico, passando attraverso percorsi di studio eterogenei e orientando la propria ricerca artistica senza la rigidità di obiettivi commerciali prestabiliti.
Analizzando l'evoluzione dei propri linguaggi stilistici nel corso degli anni, Barbieri ha sottolineato la volontà di preservare l'autonomia del segno grafico, scegliendo talvolta di appiattire la tridimensionalità per mantenere evidente la natura originaria del disegno. La sua produzione visiva precede solitamente i testi che accompagnano i suoi volumi, configurandosi come un'esigenza primaria di evasione dalla realtà. L'esperienza maturata sulle copertine di genere mainstream, in cui la drammaticità andava concentrata su singoli dettagli, come un pugnale conficcato in un albero, ha affinato la sua maestria nella gestione delle fonti luminose, una tecnica che tuttora applica per conferire monumentalità e tensione drammatica ai suoi soggetti fantastici.
Per contro, il percorso di Cavini ha trovato un punto di svolta nella partecipazione alle campagne pubblicitarie per la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli diretta da Peter Jackson. Quel confronto collettivo con
l'immaginario tolkieniano ha evidenziato come la forza soverchiante della visione cinematografica rischi di uniformare e ibernare l'interpretazione visiva di un'opera letteraria. Solo in seguito, emancipandosi dall'impatto dei film, Cavini ha ripreso a ritrarre i personaggi di Tolkien, focalizzandosi sugli aspetti emotivi marginali o trascurati, come la figura malinconica di Théoden, la cui parabola artistica riflette la tragica obsolescenza dei cavalieri di fronte alla modernità, parallelamente alla lettura storica che lo stesso Tolkien faceva dei reduci della prima guerra mondiale. Se Barbieri modella la scena attraverso la luce, Cavini predilige l'espressività delle ombre.
Riflettendo sui rispettivi anni di attività professionale, entrambi gli artisti hanno rifiutato una lettura celebrativa del proprio percorso. Barbieri ha confessato di aver convissuto a lungo con un profondo senso di inadeguatezza, cercando costantemente di colmare presunti difetti tecnici attraverso lo studio dei grandi maestri. A tal proposito, ha ricordato il rifiuto opposto da un editore a un suo portfolio di genere fantastico dopo un decennio di gavetta nel settore mainstream, un episodio emblematico che ha ispirato anche il titolo della sua autobiografia artistica, 30 anni di disegni sbagliati.
Una simile urgenza di superamento caratterizza la visione di Cavini, il quale tende a considerare ogni opera, una volta terminata, come un capitolo chiuso. Se fosse per lui, infatti, finirebbe per focalizzarsi sui difetti tecnici o sulle soluzioni, anche espositive, che lui avrebbe adottato diversamente. La pubblicazione di volumi retrospettivi, quindi, rappresenta per lui un modo per cristallizzare un ciclo espressivo e guardare oltre, senza indulgere nella nostalgia.
Interrogati sulle loro opere che riconoscono come più rappresentative o evocative, i due illustratori hanno evocato ricordi legati a una forte risonanza emotiva. Barbieri ha citato un piccolo mostriciattolo appollaiato su un fungo gigante, realizzato agli inizi della carriera e capace di affascinare una bambina durante una mostra, e la copertina di Congo, il romanzo di Michael Crichton, in cui un occhio umano si stagliava sul muso di un gorilla, lezione fondamentale sull'importanza di trasmettere un'emozione immediata. Cavini ha invece ricordato un'illustrazione ispirata a un frammento spurio e forse apocrifo del Signore degli Anelli: il momento in cui Gollum emerge per la prima volta dalla grotta colpito da un raggio di luna, oltre a riconoscere nel lavoro di curatela per la Biennale di Arte Fantastica un fondamentale traguardo di condivisione culturale.
Il panel si è concluso affrontando il nodo cruciale della rappresentazione visiva di opere monumentali come la Divina Commedia o i romanzi di Tolkien, caratterizzate da un immaginario collettivo già rigidamente codificato.
Mentre Barbieri ha rivendicato l'approccio di chi cerca costantemente di introdurre elementi di novità e variazioni inedite pur nel rispetto rigoroso del testo d'origine, ereditando l'attitudine giovanile alla reinvenzione dei modelli, Cavini ha sottolineato la differenza strutturale tra il ruolo dell'autore, che ci mette sempre del suo in una immagine, e quello dell'illustratore. Nello specifico, lui spesso nei suoi dipinti opera una complessa sintesi tra influenze storiche reali e vissuto personale, come l'innesto di riferimenti visivi longobardi nell'araldica dei Rohirrim, stratificando significati che spesso rimangono sommersi e nessuno coglie, ma che costituiscono l'impalcatura invisibile dell'opera visiva.












