Jared vive con la sorella Lizzie e i genitori, avvocati in carriera, in una villetta a Bayleen Bay, idilliaco paesino americano fatto di case bianche, grandi prati e bambini che giocano spensierati. L’arrivo di un furgoncino dei gelati dall’aspetto retrò sembra destinato a portare soltanto un po’ di dolcezza nella tranquilla comunità. Gli abitanti accolgono con entusiasmo l’uomo dei gelati, ma il giorno successivo Jared si accorge che qualcosa è cambiato: le strade sono deserte e i suoi compagni si comportano in modo inquietante, ignorandolo completamente. È soltanto quando il furgoncino riprende a diffondere la sua musichetta che i bambini sembrano risvegliarsi. Ma i loro giochi, questa volta, sono tutt’altro che innocenti.

Ice Cream Man - Credit Valerie Flores - The Horror Section
Ice Cream Man - Credit Valerie Flores - The Horror Section

Dopo Thanksgiving e il passo falso di Borderlands, Eli Roth torna a frequentare il territorio in cui si trova più a suo agio: quello dello slasher a basso budget, dove sangue, crudeltà e umorismo nero possono convivere senza troppe pretese. Ice Cream Man non cerca di reinventare il genere né di costruire una mitologia particolarmente elaborata. La vicenda si consuma nell’arco di una giornata, sfrutta poche location e si affida a una premessa elementare: una misteriosa maledizione si abbatte su una cittadina apparentemente perfetta, trasformando i bambini in piccoli mostri assetati di violenza. La sceneggiatura procede lungo binari ampiamente prevedibili, affidandosi a personaggi familiari e situazioni già ampiamente esplorate dall’horror. Il protagonista è il consueto ragazzino un po’ nerd, affiancato dalla sorella avvenente e da una banda di giovanissimi che devono trovare il modo di fermare la carneficina. Non è certo sul piano narrativo che il film tenta di distinguersi, quanto piuttosto su quello della messinscena, trasformando l’immagine rassicurante dell’infanzia in un pretesto per una serie di omicidi grotteschi e improbabili. Più le uccisioni diventano assurde e sadiche, più Roth sembra divertirsi a spingere lo spettacolo oltre ogni limite ragionevole.

Ice Cream Man è, prima di tutto, un esercizio di stile e una dichiarazione d’intenti. Roth rivendica un horror che non ha alcuna intenzione di nobilitarsi attraverso metafore troppo elaborate o ambizioni autoriali ostentate. Lontano dalle tendenze dell’elevated horror, il regista punta sulla fisicità dello splatter, sul disgusto e sull’esagerazione, filtrandoli attraverso un’ironia che finisce per disinnescare almeno in parte la brutalità delle immagini. Non è mancata anche una polemica sull’impiego dell’intelligenza artificiale generativa per realizzare il cartone animato che popola la mente dei bambini. Una scelta che solleva interrogativi legittimi, soprattutto in un film che sembra guardare nostalgicamente agli effetti speciali artigianali del passato. Non a caso, accanto alle elaborazioni digitali, Ice Cream Man ricorre ampiamente al trucco prostetico, recuperando quella materialità del gore che ha fatto la fortuna di tanto cinema di genere.

I riferimenti sono evidenti: da Stephen King al cinema di serie Z, passando per The Stuff – Il gelato che uccide (1985), il film accumula suggestioni e citazioni senza preoccuparsi troppo di nascondere i propri debiti. Eppure, dietro l'apparente superficialità dell'operazione, si intravede un elemento più interessante. La Bayleen Bay di Roth è il ritratto di una comunità americana idealizzata, con le sue villette ordinate e la fiducia incrollabile nella rispettabilità borghese. Un'immagine che richiama inevitabilmente l'incipit di Velluto blu, con la sua superficie idilliaca destinata a rivelare un sottosuolo marcio e inquietante. In questo caso, però, a scardinare l'ordine sociale sono proprio i bambini, oggetto di adorazione e investimento emotivo da parte degli adulti. Sotto il divertimento sanguinolento si intravede così una satira piuttosto elementare, ma non del tutto priva di efficacia, di una società che costruisce la propria serenità su convenzioni fragili e sulla rimozione di tutto ciò che potrebbe incrinarle. Quando l'American Dream si trasforma in un incubo, qualcuno deve pagare il prezzo della sua conservazione e, come bel sa il gelataio, a farne le spese è il più debole.

Ice Cream Man resta un prodotto derivativo, che saccheggia l'immaginario horror senza riuscire a trasformarlo in qualcosa di davvero originale. Ma sarebbe ingeneroso giudicarlo soltanto in base alle sue ambizioni narrative: Roth conosce bene il terreno su cui si muove e orchestra la carneficina con il gusto provocatorio di chi vuole divertirsi, prima ancora che spaventare. Il risultato è uno slasher rozzo, eccessivo e consapevolmente sopra le righe, che trova nel suo stesso cattivo gusto la ragione d'essere. Non tutto funziona, ma per chi cerca un horror senza freni, più interessato al sangue che alla suspense, il gelataio di Bayleen Bay ha ancora qualcosa da offrire.