Nel panorama degli adattamenti da opere a fumetti, l'incontro tra la sensibilità autoriale di Hirokazu Kore-eda e l'immaginario di Tatsuki Fujimoto, rappresenta un evento raro, capace di dare origine a un film delicato, ma profondissimo. Presentato in anteprima nazionale alla sessantesima edizione di Lucca Comics & Games e introdotto sul palco dallo stesso regista (autore anche della sceneggiatura) in un dialogo con Manlio Castagna, Look Back giunge nelle sale a distanza di tempo dalla fortunata trasposizione animata, ridefinendo i contorni del testo d'origine attraverso il vocabolario cinematografico di Kore-eda, fatto soprattutto di natura, silenzi e inquadrature larghe.
La genesi del progetto, raccontata dallo stesso cineasta durante l'incontro lucchese, affonda le radici nella contingenza storica della pandemia. Chiuso in isolamento durante il periodo del Covid, Kore-eda ha scoperto e interiorizzato il manga di Fujimoto, trovando in quelle pagine un rispecchiamento intimo delle proprie ossessioni tematiche: la solitudine, i legami d'elezione, la fragilità delle esistenze e il peso ineludibile delle geografie formative. Da quell'incontro forzato è nata la necessità di tradurre il tratto grafico in un’opera filmica, scegliendo di percorrere una via rigorosamente analogica. Girato interamente in pellicola 35mm su emulsioni Kodak Vision3 500T e 250D, il film rifiuta la tentazione della pulizia digitale per affidarsi alla grana e alla densità cromatica della luce chimica, ritenuta dal regista l'unico medium capace di restituire la verità stagionale dei luoghi.
Una delle scelte più radicali e coerenti della produzione, infatti, risiede nella selezione delle location. Kore-eda e la sua troupe hanno deciso di girare nella prefettura di Akita e nello specifico nella cittadina di Nikaho, cioè i luoghi natali reali di Tatsuki Fujimoto. Non si tratta di una mera operazione di filologia biografica o di fan service territoriale, quanto piuttosto di una precisa scelta estetica. Il paesaggio di Nikaho, con i suoi inverni rigidi, la vastità dei cieli e il mutare radicale dei colori stagionali, diventa il vero co-protagonista della narrazione. La pellicola 35mm coglie le sfumature della neve, il verde spento della vegetazione autunnale e la luce radente dei pomeriggi settentrionali con una precisione materica che restituisce la genesi stessa dell'immaginario dell'autore del manga. È in quel contesto geografico, segnato da una quiete che rasenta l'isolamento, che le due protagoniste prendono forma, radicate in un territorio che non fa da semplice sfondo, ma condiziona la percezione stessa dello spazio e del tempo.
Sinossi
La trama di Look Back si sviluppa attorno al rapporto simbiotico e complesso tra due ragazzine, Fujino e Kyomoto, entrambe dedite alla pratica del disegno e unite dal comune desiderio di diventare mangaka. Fujino è spavalda, sicura del proprio talento, seppur acerbo, e circondata dall'approvazione scolastica; Kyomoto è invece reclusa, chiusa nella propria stanza da una condizione di isolamento volontario, una vera e propria hikikomori, ma è dotata di una tecnica rigorosa e sbalorditiva. L'incontro tra le due, mediato dalla carta e dall'inchiostro del giornalino della scuola, innesca un sodalizio che ridefinisce le loro identità.
Senza scadere nei facili sentimentalismi o nella retorica edificante del "credere nei propri sogni", il film di Kore-eda adotta uno sguardo misurato. La narrazione riflette sulle promesse reciproche e su come queste possano alterare in modo irreversibile il corso di un'esistenza. Piuttosto che affidarsi al meccanismo narrativo dei what if o delle sliding doors, escamotage che avrebbero banalizzato la struttura originaria, la sceneggiatura scende in profondità, interrogandosi su cosa significhi davvero dedicare la propria vita a un’espressione artistica, facendosi carico non solo delle proprie ambizioni, ma talvolta anche di quelle altrui. Il lavoro sul desiderio creativo viene così spogliato di ogni alone mitizzante e restituito nella sua dimensione quotidiana, fatta di fatica, insicurezza e solitudine.
Dal punto di vista formale, il film porta impresso il marchio di fabbrica del cinema di Kore-eda. La regia predilige tempi distesi, privi di urgenza narrativa, lasciando che le immagini respirino al ritmo del mutamento naturale.
Caratteristica fondamentale della messa in scena è l'uso costante di inquadrature a campo lunghissimo. Le protagoniste appaiono spesso piccolissime, quasi schiacciate all'interno di inquadrature che le vedono dominate dalla vastità dei campi innevati, dai corridoi spogli della scuola o dall'immensità urbana di Tokyo, dove Fujino si trasferisce successivamente per intraprendere la carriera professionale. Questa scelta compositiva svolge una duplice funzione: da un lato sottolinea l'inevitabilità della natura e il fluire inesorabile delle stagioni, ribadendo la transitorietà della vita umana; dall'altro amplifica l'implicita solitudine dei personaggi.
A Tokyo, l'isolamento non è più quello bucolico e protetto della provincia di Akita, ma diventa alienazione metropolitana. La macchina da presa osserva le giovani artiste da lontano, come a voler rispettare un pudore visivo che impedisce allo spettatore di invadere la loro intimità emotiva. La solitudine del tavolo da disegno, con le protagoniste curve, quasi sdraiate sulle chine e sui fogli di carta da lucido, viene restituita attraverso dettagli minuti: il ticchettio delle penne, il fruscio della carta, la luce livida delle lampade notturne, che conferiscono al film una consistenza quasi documentaristica.
Un plauso particolare merita l'impeccabile lavoro di casting, elemento portante per la riuscita emotiva e di continuità del lungometraggio. Il compito di trovare attrici capaci di incarnare i personaggi di Fujino e Kyomoto in fasce d'età differenti, nell'infanzia e nell'adolescenza fino alla prima età adulta, rappresentava uno scoglio notevole.
La produzione, però, è riuscita a individuare interpreti non solo eccellenti sul piano attoriale, ma dotate di una somiglianza fisica sbalorditiva. Il passaggio scenico dalle giovani attrici che interpretano le protagoniste bambine a quelle che le impersonificano nella fase successiva, avviene con una naturalezza disarmante. Le fisionemie, le espressioni e la gestualità sembrano appartenere davvero alla medesima persona in stadi evolutivi differenti, eliminando qualsiasi frizione di verosimiglianza e rafforzando l'illusione di trovarsi di fronte a una vera e propria biografia emotiva.
Kore-eda dimostra una straordinaria duttilità nell'impossessarsi di un materiale letterario così marcatamente nipponico e legato ai codici del manga contemporaneo, rileggendolo attraverso la propria lente umanista, trascendendo i confini del genere d'animazione o dell'adattamento mediale per farsi cinema universale
Se si volesse avanzare una riserva, si potrebbe rilevare come la lentezza e la pacatezza del ritmo possano inizialmente smarrire lo spettatore meno avvezzo ai tempi distesi del cinema d'autore giapponese. Tuttavia, si tratta di una scelta stilistica non negoziabile, funzionale a metabolizzare il dolore, la perdita e la riconciliazione con il proprio passato. Il finale, privo di facili catarsi e giocato su una delicata sospensione emotiva, conferma la maturità di un'operazione che riflette sull'arte non come esercizio di vanità, ma come unico strumento possibile per stabilire un contatto con chi non c'è più, o con chi avremmo voluto essere.
















