Santiago del Cile, 1973. Il paese è una polveriera pronta a esplodere: di lì a poco un golpe militare rovescerà il governo democratico, ucciderà il presidente socialista Allende e trascinerà il Cile in una delle pagine più sanguinose del Novecento. A preparare il terreno ci sono anche Chris e Lee, due agenti della CIA spediti da Washington con un compito preciso: destabilizzare. Chris, però, è un killer ormai vecchio e malato, uno che sente di non avere più nulla da perdere. Racconta con disarmante leggerezza quello che sta per accadere, persino a due ragazze conosciute in aeroporto, poco prima di partire con Lee per l’Isola di Pasqua. E quando minaccia di mettere tutto nero su bianco in un libro di memorie, il suo capo, MJ, entra in allarme. Nessuno deve sapere chi sia davvero Chris, né cosa abbia fatto per il suo paese. Tocca a Lee assicurarsi che il vecchio collega tenga la bocca chiusa fino alla fine. Tra i due, però, c’è un’amicizia autentica, messa alla prova dalle continue amnesie di Chris, che lo spingono a dubitare di tutto, perfino delle proprie intenzioni.

Da In Bruges a Tre manifesti a Ebbing, Missouri, passando per Gli spiriti dell’isola, il cinema di Martin McDonagh ha sempre cercato un equilibrio instabile tra commedia e disperazione, costruendo storie nerissime in cui l'umorismo diventa spesso l'unica risposta possibile all'assurdità del mondo. Wild Horse Nine rappresenta forse la sintesi più estrema di questa poetica. I dialoghi brillanti, le battute al vetriolo e i tempi comici della migliore black comedy si intrecciano con le dinamiche del buddy movie, perfette grazie a John Malkovich e Sam Rockwell. Il risultato è un film che diverte, spiazza e, progressivamente, lascia emergere un quadro sempre più desolante della condizione umana e della società contemporanea. La differenza rispetto ai lavori precedenti sta soprattutto nella prospettiva. Se in passato McDonagh concentrava l'attenzione sui personaggi e sui loro conflitti personali, utilizzando il contesto come cornice di vicende profondamente umane, qui i protagonisti diventano soprattutto strumenti attraverso cui osservare il presente. La storia del Cile e le operazioni clandestine della CIA non sono soltanto lo sfondo di un racconto di amicizia e tradimento, ma il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla natura del potere, sulla violenza e sulla responsabilità di chi contribuisce a costruire la Storia.

In questo senso, Wild Horse Nine si inserisce in una tendenza sempre più evidente del cinema americano contemporaneo. Da Eddington di Ari Aster a Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson, passando per Bugonia di Yorgos Lanthimos, torna con insistenza la stessa domanda: che cosa sta accadendo all'America e, di conseguenza, al resto del mondo? E soprattutto, dove stanno conducendo una società sempre più polarizzata, la guerra permanente e la normalizzazione della violenza? Film diversi per linguaggio e sensibilità, ma accomunati da una diagnosi profondamente pessimista. Se Anderson lascia intravedere, almeno in parte, la possibilità che le nuove generazioni possano correggere gli errori dei propri padri, McDonagh non concede nessuno spiraglio. Il suo sguardo è ancora più spietato: non soltanto sembra impossibile cambiare il corso degli eventi, ma persino manifestare il proprio dissenso appare un gesto inutile.

Non è casuale, allora, la scelta dell'Isola di Pasqua come teatro della vicenda. Un luogo che porta con sé il peso di una catastrofe: quella di una civiltà che, secondo la lettura tradizionale della sua storia, non seppe arrestare il proprio sfruttamento delle risorse e finì per condannarsi all'estinzione. Chris e Lee, con il loro cinismo e le schermaglie verbali, sembrano inizialmente usciti da una commedia dei fratelli Coen. Ma, a differenza dei loro personaggi, spesso eccentrici, vulnerabili e involontariamente grotteschi, i due protagonisti di McDonagh appartengono alla categoria dei vincitori: uomini che hanno attraversato la Storia senza preoccuparsi troppo delle conseguenze delle proprie azioni e che continuano a considerare la violenza uno strumento legittimo per conservare il proprio potere. Non sono outsider da compatire, ma ingranaggi di un sistema che ha imparato a sopravvivere divorando tutto ciò che incontra.

A fare da contraltare al loro disincanto c'è la studentessa rivoluzionaria, portatrice di ideali di democrazia e libertà destinati a scontrarsi con una realtà in cui le parole non hanno più alcun peso. La sua vicenda rende ancora più evidente il pessimismo del regista: in un mondo governato dalla forza, chi cerca di opporsi al potere non dispone degli strumenti per farlo. Resta allora soltanto la fuga. Allontanarsi, cercare un'isola lontana dal resto del mondo, nella speranza di sottrarsi a un meccanismo che sembra destinato a ripetersi ovunque. Ma anche lì la pace è provvisoria: il mare alle spalle e un fucile sempre pronto a rispondere a chi verrà a reclamare il proprio diritto di conquista. In Wild Horse Nine la black comedy diventa così il riflesso grottesco di una tragedia collettiva. Si ride, spesso amaramente, perché l'alternativa sarebbe riconoscere che non è rimasto niente da salvare.