Quando un ex ambasciatore viene trovato morto nel suo appartamento, Maigret viene incaricato di occuparsi del caso. L’uomo è stato ucciso con cinque colpi di pistola e nell’abitazione si trova soltanto la governante, che sostiene di non aver sentito nulla. Un testimone tutt’altro che convincente, dietro il quale il commissario intuisce immediatamente l’esistenza di qualcosa di non detto. Seguendo le tracce lasciate dalla vittima, Maigret arriva a una vecchia storia d’amore, fatta di lettere, ricordi e occasioni perdute. E come spesso accade nei romanzi di Simenon, il delitto diventa soltanto la porta d’ingresso per entrare nelle vite degli altri.

Pascal Bonitzer sceglie di non trasformare Maigret in un detective contemporaneo. Niente tecnologia miracolosa, inseguimenti o colpi di scena costruiti per tenere lo spettatore incollato allo schermo. Il commissario osserva, ascolta, fuma, fa domande e soprattutto aspetta. Il problema è che, insieme a lui, sembra aspettare anche il film. È proprio qui che Maigret – L’amore e la morte mostra il suo limite principale. La lentezza può essere una scelta di stile, ma deve essere sostenuta da una tensione capace di crescere sotto la superficie. Qui, invece, l’indagine procede spesso per inerzia e il mistero non riesce sempre a diventare davvero coinvolgente. Più che chiedersi chi abbia ucciso l’ambasciatore, ci si ritrova a osservare le persone che gli sono state accanto e a ricostruire un passato fatto di sentimenti frustrati e occasioni mancate.

Maigret - L'amore e la morte
Maigret - L'amore e la morte

Eppure è proprio questa dimensione umana a rappresentare l’aspetto più interessante del film. Bonitzer sembra essere molto più interessato alle conseguenze del tempo che al delitto in sé. I suoi personaggi sono figure consumate dai ricordi, imprigionate in un passato che continua a riaffiorare. L’amore, anche quando è finito da anni, lascia tracce più difficili da cancellare di quelle di un omicidio. Denis Podalydès evita di imitare le interpretazioni precedenti e costruisce un Maigret dimesso, silenzioso, quasi invisibile. Non ha bisogno di dimostrare di essere il più intelligente nella stanza: gli basta osservare. Il suo Maigret è soprattutto un ascoltatore, un uomo che conosce la fragilità degli esseri umani e sa che prima o poi qualcuno finirà per tradirsi. La regia accompagna questa scelta con una messa in scena sobria, quasi austera, che lascia spazio ai volti e ai dialoghi. Una sobrietà che funziona quando il film riesce a catturare la malinconia dei personaggi, ma che diventa un limite quando la storia avrebbe bisogno di maggiore tensione. Anche la breve durata, poco più di un’ora e venti, non basta a evitare la sensazione che alcune sequenze siano dilatate oltre il necessario.

Maigret – L’amore e la morte è quindi un giallo che sembra quasi vergognarsi di essere un giallo. Il delitto c’è, l’indagine procede, il colpevole deve essere trovato, ma ciò che interessa davvero a Bonitzer è tutto quello che si nasconde dietro il crimine: l’amore, la solitudine, il rimpianto e la difficoltà di lasciarsi alle spalle il passato. Un film elegante e malinconico, con un protagonista perfettamente calato nei panni di Maigret, ma che avrebbe avuto bisogno di una maggiore dose di tensione e di ritmo. Perché anche il più paziente dei commissari può permettersi di aspettare la verità, ma lo spettatore non sempre è disposto a fare altrettanto.