Patton James, ex campione di MMA, ha mollato tutto dopo essere finito in carcere a causa di una rissa. Una volta uscito, ha incontrato la donna della sua vita e ha messo su famiglia, ma le cose, dal punto di vista economico, non gli vanno bene ed è costretto a lavorare come pescatore. Oltretutto ci si mette anche suo fratello Malon, anche lui nel circuito delle MMA, sommerso dai debiti. Patton è costretto a tornare a combattere perché il campione Xavier Grau gli propone un sacco di soldi per un match, poiché era stato l’unico a sconfiggerlo tanti anni prima. Nonostante il parere contrario della moglie, Patton accetta di combattere, da principio solo per denaro, ma le cose si complicano e la sua diventerà una sete di vendetta.

Beast, del regista australiano Tyler Atkins, non perde tempo a inventarsi qualcosa di particolarmente originale e mette in campo praticamente tutti gli ingredienti del classico film di riscatto sportivo: il campione caduto in disgrazia, il ritorno impossibile, il vecchio allenatore, i problemi familiari, l’avversario cattivissimo e, naturalmente, l’ultima grande sfida. Tutto già visto, tutto piuttosto prevedibile. Eppure il film riesce a giocarsi queste carte con una certa convinzione. Il primo atto funziona proprio perché non si vergogna dei suoi stereotipi. Patton è il classico combattente che deve ritrovare se stesso prima ancora di tornare a combattere, mentre Sammy, interpretato da Russell Crowe, che firma anche la sceneggiatura, è il vecchio coach amareggiato che ha diverse cose in sospeso con lui. Anche la dimensione familiare segue binari abbastanza conosciuti, ma riesce a dare al combattimento finale una motivazione che va oltre il semplice desiderio di tornare sul ring.

Il problema arriva nel secondo atto, dove Beast comincia a perdere un po’ la bussola. La storia procede in maniera ondivaga, alternando allenamenti, drammi familiari e preparazione al combattimento senza trovare sempre il ritmo giusto. È la parte in cui si avverte maggiormente la natura stereotipata del racconto e in cui il film rischia di diventare il solito prodotto sportivo costruito a tavolino per arrivare al grande incontro conclusivo. E proprio quando sembra che l’attesa stia diventando un po’ troppo lunga, arriva il match finale a rimettere tutto in ordine. Qui Tyler Atkins cambia marcia e punta tutto sulla fisicità dello scontro, con combattimenti girati da vicino e una certa attenzione alla brutalità dei colpi. Non è tanto la sorpresa a funzionare, quanto il modo in cui il film riesce finalmente a trasformare tutto quello che abbiamo visto prima in qualcosa di concreto: sudore, botte e dolore. Le sequenze di combattimento sono infatti l’elemento in cui Beast trova la sua identità più precisa, in un film che non chiede allo spettatore di interrogarsi troppo sulle motivazioni dei personaggi: li presenta, li mette nella gabbia e aspetta che siano i pugni a raccontare il resto.