Arriverà nelle sale italiane il 23 settembre Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio, nel profondo selvaggio, il survival thriller di David Ayer con Brad Pitt nei panni di un ex ufficiale delle Forze Speciali James Belmont.
Sulle cime impervie e inviolate dell'Alaska, un aereo della sicurezza privata precipita durante una violenta tempesta. Il superstite dell'impatto è James Belmont (Brad Pitt), un ex operatore delle Forze Speciali ritiratosi dal servizio, rimasto ferito e privo di qualsiasi mezzo di comunicazione. Al suo fianco c'è soltanto Odino, il suo cane da ricerca e attacco, un pastore addestrato per scenari di guerra.
Belmont e Odino dovranno raggiungere la civiltà, ma potranno farlo solo facendo affidamento al loro legame profondo nonché alla loro esperienza per sopravvivere non solo alle insidie della natura, ma anche alla fame e alla follia che minacciano di divorarli prima del traguardo.
La trama segue unicamente James Belmont insieme al suo cane da combattimento Odino. Ma la vera protagonista della pellicola è la natura stessa: la selva non è semplicemente un bioma inospitale, ma un'entità viva, minacciosa e quasi sovrannaturale, che richiama da vicino le nostre più grandi e primitive paure.
Mito, sangue e istinto primordiale
David Ayer abbandona l'azione urbana per calarsi in un'atmosfera sospesa nel tempo. La regia trasforma gli alberi secolari in guardiani silenziosi e la nebbia perenne in una barriera incantata. Ayer ha voluto anche che il paesaggio fosse un vero e proprio co-protagonista sonoro: il crepitio del ghiaccio, il soffio del vento tra gli alberi e il respiro affannato dei protagonisti sostituiscono quasi del tutto la colonna sonora tradizionale nelle sequenze più intense.
Per tutta la pellicola a tenerci con il fiato sospeso (e con la lacrimuccia pronta a scendere) è il legame tra Belmont e il suo cane Odino, che supera qualsiasi limite del semplice addestramento bensì un patto di mutuo soccorso da saga epica, in cui il confine tra l’istinto umano e quello animale si dissolve del tutto.
Ad aiutare la fotografia ci sono i paesaggi e le loro atmosfere incorniciati con una palette cupa e minerale, ove il freddo e il fango diventano naturalmente gli elementi narrativi.
La narrazione pecca talvolta di un’eccessiva linearità. Se cercate colpi di scena o un ritmo più serrato, da questo film non troverete quello che cercate. Anche i dialoghi sono scarni, tali forse da riempirne un foglio A4 in tutti i 140 minuti. Tutto è dato e concesso alla sola natura e all’amore reciproco e senza limiti tra James e il suo Odino.
Nel profondo selvaggio convince per la sua carica viscerale e per la capacità di trasformare una classica storia di sopravvivenza in un racconto primordiale ed evocativo. Brad Pitt offre una prova fisica e magnetica, ben supportata dalla regia muscolare di David Ayer. Un’opera consigliata agli amanti del cinema d'atmosfera e delle storie di uomo contro natura, anche se la trama segue binari narrativi piuttosto tradizionali.
Superamento della visione "strumentale" alla dipendenza reciproca come cura
Il film sfrutta la cornice del survival thriller per esplorare in modo profondo e viscerale la condizione dei cani da lavoro impiegati in contesti militari e il legame simbiotico che li unisce ai loro conduttori (handlers).
La pellicola, si scaglia contro l'idea del cane militare come semplice "equipaggiamento" o risorsa bellica usa e getta. Odino non è un'arma biologica al servizio dell'esercito, ma un individuo con una propria sensibilità, memoria e dignità. A sottolineare uno di questi aspetti, e che ho apprezzato maggiormente, è il parallelismo tra il disturbo da stress post-traumatico del protagonista e quello dell'animale. Il film evidenzia come anche i cani da guerra accumulino traumi psicologici legati a esplosioni, violenza e perdite, soffrendo delle stesse ferite invisibili degli umani.
Nel profondo selvaggio, dunque, le gerarchie militari riescono a crollare.
Il rapporto si spoglia dell'addestramento formale (comandi, rigore, esecuzione) per ritornare ad un livello primordiale di empatia. Odino non obbedisce più per disciplina, ma per un'alleanza biologica ed emotiva; allo stesso tempo, prendersi cura del cane diventa per Belmont l'unico modo per non perdere la propria umanità.


















