Bari, 1999. La vita di Anna è perfetta: vive con il marito Walter e i figli Alice e Tobia in una mega villa con piscina, grazie all’attività di famiglia che li ha resi più che benestanti. Un tragico incidente alla bambina manda però tutto in frantumi: Alice rischia di perdere una gamba proprio quando è stata scelta per recitare in una pubblicità della Barilla. In ospedale, una strana donna si avvicina ad Anna e le promette di salvare la gamba e il futuro della figlia ma il prezzo da pagare, però, riguarda l’altro figlio, Tobia, un ragazzino appassionato di calcio e dotato di un certo talento. Anni dopo, Anna si presenta nell’appartamento romano della figlia, durante un nubifragio, pretendendo di raccontarle una storia tanto bizzarra quanto difficile da credere.
C’era attesa per il nuovo film di Paolo Strippoli, uno dei pochi registi capaci di tenere in vita un horror italiano che non abbia paura di guardare oltre i confini del genere. Dopo A Classic Horror Story e soprattutto La valle dei sorrisi, Strippoli torna in sala con un film presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e scelto come rappresentante italiano agli Oscar 2027. Una candidatura che dice molto sulle ambizioni di L’estranea e sulla direzione intrapresa dal regista: prendere temi profondamente radicati nella nostra società e raccontarli attraverso un linguaggio capace di dialogare con il cinema internazionale. Strippoli si muove infatti nel territorio dell’elevated horror, un filone che ha progressivamente spostato il baricentro del genere dalla paura alla riflessione, rinunciando alla centralità dello jump scare e della violenza esplicita per lavorare su atmosfera, inquietudine e conflitti interiori. Ari Aster, Robert Eggers e Jordan Peele sono ormai i nomi più riconoscibili di questa corrente, mentre The Babadook di Jennifer Kent resta uno degli esempi più riusciti di come l’horror possa trasformarsi in una lente attraverso cui raccontare il dolore, la depressione e il lutto materno.
L’estranea ne riprende alcuni dei meccanismi più caratteristici, a partire dall’ambiguità dei rapporti familiari. Ma Strippoli aggiunge un elemento tutt’altro che secondario: porta l’orrore dentro una famiglia alto-borghese italiana, dove l’amore per i figli sembra essere stato sostituito dalle aspettative che i genitori proiettano su di loro. Anna vede in Alice una futura attrice, Walter nel figlio maschio un possibile calciatore. Due figli trasformati in progetti, investimenti, occasioni di riscatto. È qui che il film trova il suo nucleo più interessante. Dietro la villa, la piscina e il benessere economico si nasconde una famiglia costruita sulla superficie, incapace di distinguere l’amore dal materialismo. La presenza demoniaca che irrompe nella vita di Anna non è quindi soltanto una minaccia soprannaturale: diventa la cartina tornasole delle sue scelte e, attraverso di lei, di una classe sociale che ha tutto ciò che può essere comprato, ma è prima di strumenti morali.
Jasmine Trinca nella parte della protagonista è gigantesca, capace di switchare dalla dolcezza alla freddezza in un battito d’occhi, mentre l’estranea, Valeria Bruni Tedeschi, è mefistofelica e inquietante in modo inaspettato e sorprendente. C’è nel suo personaggio un sadismo spesso divertente, che si lega a una sensualità ambigua nel suo rapporto con Anna e che funziona alla perfezione. Ci sono dei momenti in cui L’estranea riesce a essere potente anche nella messa in scena, come quando Anna è in macchina per andare da Walter dopo l’incidente stradale ed è circondata dai tifosi che festeggiano la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 2006. Il contrasto tra la sua disperazione e la gioia di tutti quelli che la circondano è un momento davvero di grande cinema. Strippoli non riesce a mantenere il livello dell’asticella sempre così alto e, in alcuni casi, specie nella cornice narrativa che tiene insieme il racconto, risulta un po’ artefatto, così come nella citazione mucciniana della festa in bianco, con carrellate vertiginose intorno ai protagonisti. Ma è proprio l’ambizione a rendere L’estranea interessante. Strippoli non cerca una facile via d’uscita e non ha paura di spingere il suo horror verso il territorio della critica sociale, mettendo in discussione famiglia, classe e responsabilità genitoriale. Il risultato può essere non sempre perfetto ma ha il merito, oggi tutt’altro che scontato, di voler fare qualcosa con il genere invece di limitarsi a utilizzarlo.















