Avvertenza
Resurrection è una “creatura cinematografica” unica e complessa, che sarebbe giusto approcciare all’oscuro di tutto, direttamente nel buio di una sala. Facendosi stupire e travolgere dalla sua frammentata e magniloquente narrazione, simile a un intimo flusso di coscienza.
Lasciandosi immergere in immagini fortemente “materiche”, dominate da elementi come acqua, vapori, luci artificiali, architetture eleganti e decadenti.
Procedete quindi nella lettura a vostro rischio e pericolo, anche se la breve annotazione che segue può essere utile per orientarvi in modo più agevole nella visione.
La premessa
Si dice comunemente che, nell’istante prima di morire, qualcuno possa vedere, “proiettati nella sua coscienza”, gli ultimi istanti della sua vita. Forse i “momenti più significativi”. Nella cultura Buddhista si ritiene che, prima della morte, l’equivalente della nostra coscienza, il “Vijnana”, si stacchi progressivamente dai cinque sensi (vista, udito, olfatto, tatto e gusto). Bi Gan, dopo aver osservato personalmente il distacco dai sensi di un suo familiare, ha deciso di rappresentare questo processo di separazione attraverso singoli piccoli film/visioni, in cui un misterioso protagonista morente, interpretato dall’attore Jackson Yee, si trovava a vivere situazioni e storie che stilisticamente omaggiano alcune “tappe fondamentali” della storia del cinema. Dagli albori “documentaristici” dei Lumiere (L’arrouseur Arrose,1895), all’horror espressionista di Murnau (Nosferatu,1922) “abbellito” da scenografie teatrali che sembrano uscire del fantasy di Melies. Dal noir piovoso e notturno di Carol Reed (Il terzo uomo, 1949) alle albe sepolcrali dei film meditativi di Kon Ichikaka (Bimura no Tategoto, 1956).
Dal romanticismo platonico e malinconico di Wong Kar-Wai (Hong Kong Express,1994) alla frenesia delle avventure scombinare di Jim Jarmush (Solo gli amanti sopravvivono, 2013). Arrivando infine a citare pure se stesso, Bi Gan ripropone un lunghissimo piano-sequenza come in Long Day’s Journey into night, del 2019: simile per tecnica ai lavori di De Palma, ma anche al linguaggio dei videogame in prima persona.
Si potranno riscontrare, durante questi viaggi visivi, accurati omaggi anche verso opere di Jean-Pierre Melville (Le Samourai,1967), Joel Shumacher (Lost Boys, 1987), Takashi Kitano (L’estate di Kikujiro, 1999), Kim Ki-Duk (L’isola, 2000). Ma la “caccia al tesoro”, storiografica quanto a-geografica, può essere ancora più grande, “dotta” e ghiotta. Resurrection è un viaggio in cui un amante del cinema può perdersi e ritrovarsi all’infinito.
Sinossi
In un mondo futuro morente, in cui è stato scoperto il modo di allungare la vita rinunciando ad avere i sogni, i più pericolosi e incomprensibili criminali sono coloro che si sono ostinati a continuare a sognare, a costo di staccarsi sempre di più dalla loro natura umana.
Sono diventati creature incomprensibili, che vivono tra realtà, ebbrezza e finzione, nascondendosi tra sale da oppio e sale cinematografiche. Li hanno chiamati “deliranti”.
Si sa ancora pochissimo di loro, ma sembra siano ormai pochi.
Una fotografa è riuscita a catturarne uno, antico ma morente, all’interno di un cinema che proiettava una pellicola in bianco e nero.
È riuscita a “impressionarlo su pellicola” prima che la sua struttura fisica finisse del tutto in polvere, permettendogli momentaneamente di rivivere, come vampiro/non-morto, nello studio fotografico della donna.
La fotografa ha poco tempo, prima che il processo di degradazione della creatura inevitabilmente si ripeta. Per questo decide di trovare un modo inconsueto per comunicare con lui: estraendo dal ventre del non-morto il suo “proiettore interno” e trasformandolo in una sorta di “sala di proiezione organica”. Per poter osservare su uno schermo, su pellicola in nitrato d’argento, le immagini più intense dei suoi ultimi ricordi. Quelle che lo legano fino alla fine ai suoi cinque sensi, prima che la coscienza si spenga di nuovo del tutto. Il delirante inizierà così a rivivere e comunicare attraverso il suo “schermo interiore”.
In un “viaggio interiore” cercherà di rincorrere il “suono scomparso” della musica di un musicista scomparso in circostanze tragiche.
In un altro “sogno” avrà a che fare con il gusto amaro di una vita che lo vede diventato ladro di tombe, dopo una vita da monaco finita nel disonore. Un evento che lo vedrà incontrare in prima persona un bizzarro “demone dell’amarezza”.
Sarà di nuovo un truffatore in un’altra “visione”, mentre cercherà di addestrare una bambina ingenua a fingere di avere dei poteri precognitivi per raggirare un ricco uomo di potere: cercando di farle “ricordare l’odore” di un padre scomparso in mare.
In un’altra storia (tutta girata in un unico piano sequenza) il delirante cercherà di “guardare con i suoi occhi” quella che per molti sarebbe stata l’ultima alba del mondo. Al termine della lunga notte di Capodanno del 2000, vissuta al fianco di una donna misteriosa e sensuale, da seguire nei vicoli infiniti e locali notturni di una città decadente sull’orlo della follia.
In oltre due ore di “proiezione” il delirante vivrà accompagnato dalla fotografa epoche e storie diverse, sempre cavalcando gli eventi tra realtà e sogno. Fino a che gli sarà possibile farlo.
Il terzo film di Bi Gan
Nato nel 1989 nella città di Kaili, nella provincia cinese di Guizhou, Bi Gan dal 2008 al 2011 frequentava la “Radio, Film e Television Cadre College” di Taiyuan, appassionandosi alla settima arte e iniziando già dal 2010 a farsi notare nei festival con i suoi cortometraggi. Profondo amante di Tarkovsky, in special modo di Solaris, Bi Gan sviluppa uno stile visivo profondamente personale, al contempo moderno e colto: con la volontà di legare le tecniche e linguaggio del cinema tradizionale con le più recenti intuizioni visive proprie del mondo digitale. Il suo primo film arrivato in sala nel 2015, Kaili Blues, gli faceva conquistare come opera prima premi al 52esimo Golden Horse Awards, al Festival di Locarno e al festival dei Tre Continenti di Nantes. Il suo secondo lungometraggio uscito nel 2018, Long Day’s Jurney Into Night, veniva accolto dalla critica con l’Un Certain Regard a Cannes e vinceva tre Golden Horse.
Bi Gan è ancora molto giovane, ha sempre amato e alimentato l’idea di trasportare lo spettatore in mondi paralleli tra sogno e incubi, ma durante gli ultimi anni si è sentito “frenato”, a partire dallo stop imposto all’industria dalla pandemia. Si è trovato ad accumulare insieme più progetti paralleli, a cui non riusciva a dare uno sbocco per mille questioni organizzative diverse. Progetti che in breve tempo hanno iniziato a confluire in “Resurrection”, elaborandosi e riconoscendosi a vicenda come il corpo di un’unica struttura narrativa frammentata ma coesa, che non dispiacerebbe concettualmente al viscerale Cronenberg di Videodrome, al Lynch del delirante Mulholland Drive, ma anche alle sorella Wachowski dei mondi paralleli di Cloud Atlas. Un inno alla settima arte che arriva nelle sale nel momento che, per molti analisti, si ritiene di maggiore crisi della stessa: un “Epic science fiction drama” con al centro la storia della vita (e della morte) di quello che lo stesso regista ha definito amorevolmente il “suo Frankenstein”. Un “movie Monster”: un sognatore che alla sua prima (abbastanza traumatica) apparizione sembra una creatura da incubo fuggita dal cinema espressionista tedesco, che può vivere e sopravvive solo dentro “i sogni generati dal cinema”, mutando ogni volta per adeguarsi e farsi “accettare/accogliere” (come può) dal nuovo contesto.
Un mostro cinematografico “nato storto”, durante il periodo del Covid-19 in cui le sale erano diventate deserte per legge, per poi vivere in un momento in cui il cinema è iniziato a essere, fin troppo rapidamente, una forma di linguaggio e intrattenimento sempre più “ancillare”, per pochi, forse decadente. Con le nuove generazioni che gli hanno progressivamente preferito nuovi media più bulimici, forse più “veloci” ma al contempo più “vuoti”: ideali per vendere dei nuovi prodotti nel minor tempo possibile, più che per veicolare nuove idee e riflessioni.
Media che di fatto stanno uccidendo la fantasia: “standardizzandola e impacchettandola”, fino a definire che la fantasia, con la conseguente “arte di sognare”, ormai non servano più.
Bi Gan, molto critico sul futuro del cinema, e sul futuro “in genere”, con questa idea compone così la sua opera più mastodontica: un monumento funebre al “cinema che fu”, per mezzi tecnici e artisti coinvolti, imponente e sontuoso come una piramide egizia, a partire dai suoi 159 minuti di durata.
Un film che in ogni suo fotogramma punta a essere un raffinato atto di ricerca visiva, emotiva, tecnica e narrativa. Un’opera estremamente “cerebrale”, qualcuno potrebbe dire “con venature” anche psicanalitiche e afferenti alla religione.
Un’opera senza dubbio originale, pregiata anche per la presenza sulla scena, in ruolo “multipli”, di due grandi attori. Il divo Jackson Yee, celebre attore e cantante cinese, che dà corpo all’“anima spezzata” del multiforme “delirante”, in performance sempre dal forte impatto emotivo, in cui lui riesce ogni volta camaleonticamente ad apparire diverso nel linguaggio, età e postura del corpo. L’attrice taiwanese Shu Qui, che assume l’algido e distaccato ruolo della fotografa, ma è anche voce narrante della vicenda, interpretando “freudianamente” anche il ruolo di madre. Ma si ricordano molto volentieri anche la ragazzina ”truffatrice del paranormale” interpretata dalla piccola e già bravissima Guo Mucheng, lo “spirito dell’amarezza” cui dà corpo Chen Yungzhong, l’oscuro criminale Mr Luo di Huang Jue e la “ragazza dell’ultimo giorno del mondo”, interpretata dalla bella e sfuggente Li Gengxi.
Il lavoro di Bi Gan sa disegnare bene un microcosmo complesso e affascinare che non è quindi “solo estetica”. Un lavoro in grado di toccare corde emotive inaspettate, grazie a una maturità tecnica e una capacità narrativa non comuni, che sanno davvero portare lo spettatore in universi cinematografici unici, che sanno bene istallarsi e restare nella memoria anche diversi giorni dopo la visione.
Finale
Resurrection di Bi Gan è un film ciclopico, complicato, eccessivo nella durata, cerebrale e legato a una spiritualità lontana, forse così ambizioso da risultare per qualcuno eccessivamente “compiaciuto”.
Non è un film “per tutti”, non è un film da approcciare in modo distratto, non è un film che può dare il 100 % del suo fascino se è vissuto sul piccolo laptop di un portatile. Va visto al cinema, su grande schermo, nella migliore sala possibile.
Ma è un’opera che se colpisce (e sa colpire forte), sa impiantarsi nella memoria dello spettatore in profondità, regalando incredibili sogni cinematografici che rimangono vividi anche nei giorni seguenti. Grande cinema e grandi interpreti.
Un regista davvero straordinario.

















