- Il regista e produttore Timur Bekmambetov
- Bekmambetov con il suo tocco personale dalle parti della fantascienza sociale di Philip Dick
- Conclusioni
In una Los Angeles distopica dei giorni nostri, dove per far fronte al sempre più crescente tasso di criminalità si è arrivati a confinare le fasce “più a rischio” della popolazione in “zone rosse”, barricate, piantonate e “sorvolate” da forze di polizia con delle moto volanti, è stato infine attivato l’avveniristico “Mercy Program” (letteralmente “programma Pietà”).
Un metodo nuovo per accelerare i processi, ridurre la popolazione carceraria e far avvertire maggiormente il “peso” della giustizia.
I processi per i reati più gravi e con le prove più conclamate vengono gestiti da una società indipendente, mediante l’utilizzo di intelligenze artificiali evolute in funzione di giudici togati e al contempo di pubblici ministeri. In un’aula virtuale, in assenza di un legale, ha così luogo un procedimento che dura complessivamente non oltre un numero di ore predefinite per ogni fattispecie di reato. Allo scadere dei minuti disponibili per la difesa, sulla base dell’audizione diretta e delle prove documentali e testimoniali raccolte, il giudice virtuale potrà emettere un giudizio di colpevolezza, espresso in “termini percentuali”, sulla base del tasso di colpevolezza finale rilevato. Una soglia di colpevolezza superiore al 92% allo scadere del tempo comporta una pena immediata e capitale: tramite l’elettrificazione della stessa sedia sulla quale, legato, l’imputato è tenuto a presenziare avanti il giudice. Una soglia inferiore di colpevolezza comporterebbe invece l’assegnazione del caso avanti a un tribunale penale ordinario, ma per ora è considerata una mera eventualità, un “caso di scuola”: nessuno in 18 processi effettuali dalla IA è mai arrivato ad abbassare la soglia di colpevolezza sotto il 92%, anche se il Mercy Program presenta diverse possibilità di difesa.
Durante l’audizione, l’imputato è messo da Mercy nella condizione di disporre di un gran numero di risorse e autorizzazioni speciali. Può accedere direttamente a tutto l’archivio informatico e tutte le prove raccolte dalla polizia, anche relative ad altri procedimenti di indagine. Può servirsi delle registrazioni di tutte le telecamere registrate dal database cittadino, comprese quelle relative a dispositivi privati. Può pure intraprendere piccole indagini mirate, supportate direttamente dalle forze dell’ordine.
Ma il carattere particolarmente “inquisitorio” del procedimento rimane, unito al fatto che l’imputato deve difendersi da solo, in assenza di un avvocato e magari inesperto in meteore giuridiche, con lo stress di stare seduto su una sedia elettrica.
Nonostante alcune rumorose ma isolate marce di protesta, nonostante una media di 18 esecuzioni capitali su 18 processi, il Mercy Program continua e si avvia al procedimento n.19.
Certo manca ancora la “convinzione effettiva” che queste intelligenze artificiali, dotate di un sistema di valutazione percentuale innovativo ma per molti versi ancora “rigido”, possano essere dei giudici idonei a trattare anche “questioni più grigie”, dove le prove possono essere ingannevoli. La possibilità di incorrere in un errore come “condannare un innocente”, visto nella prospettiva di un “bug del sistema informatico”, è sempre dietro l’angolo.
È peraltro da non sottovalutare la possibilità che qualcuno abbia manipolato le IA perché operino in modo non parziale.
Se qualcuno guarda a Mercy come un futuro della giustizia necessario, “ai piani alti” qualcuno sta iniziando a mettere in dubbio la sopravvivenza di questo nuovo tribunale.
Diventa quindi necessario comprovare che Mercy sia un “buon giudice” e il procedimento n.19 può servire a questo scopo.
L’imputato n.19 è il Detective Chris Raven (Chris Pratt), uno dei primi sostenitori dei programma, che ha fornito direttamente a Mercy i primi imputati per il suo giudizio “immediato e definitivo”.
Raven è l’unico imputato per l’omicidio della moglie, avvenuto verso le dieci di mattina del giorno precedente l’udienza, per accoltellamento.
Per la fattispecie delittuosa in oggetto il tempo del processo previsto è della durata di 90 minuti, nel corso dei quali l’imputato dovrà convincere il giudice ad abbassare la sua soglia di colpevolezza al 92% partendo da una percentuale del 97,6%.
La IA preposta al giudizio è il Giudice Maddox (Rebecca Ferguson), con cui Raven stesso ha spesso collaborato personalmente in passato, alimentando una stima reciproca.
La condanna di Raven sarebbe la prova definitiva che Mercy non è manipolabile in quanto non fa distinzioni o favoritismi.
Ma in caso di assoluzione potrebbero insinuarsi dei dubbi in grado di portare attivamente al “fallimento” di Mercy, anche nel caso il detective fosse effettivamente innocente rispetto al reato a lui ascritto.
Raven ha dei ricordi confusi circa gli eventi del giorno prima, a causa di un problema pregresso di alcol, ma si dichiara innocente e sa come utilizzare al meglio tutte le risorse informatiche e umane di cui Mercy può disporre per difendersi.
Il tempo intanto corre molto velocemente.
Il regista e produttore Timur Bekmambetov
Un ritmo narrativo serrato, una passione estetica per l’action anni ‘80, tanto sarcasmo e autoironia. Ama costruire complesse sequenze visive che spesso diventano “creative e ipercinetiche” attraverso un uso non banale della macchia da presa, effetti visivi pratici, montaggio e computer grafica. Sul piano della narrazione, dimostra una particolare sensibilità nel raccontare storie di umanissimi anti-eroi rinchiusi controvoglia in meccanismi sociali crudeli, quasi Kafkiani: falliti underdog in cerca d’autore la cui esistenza è sempre (cinicamente) in bilico tra tragedia e farsa. Al regista kazako Timur Bekmambetov dobbiamo la creazione di uno stile visivo/narrativo spesso originale, personale quanto riconoscibile, che ha saputo influenzare il cinema di genere degli ultimi anni attraverso percorsi e canali non dissimili a quelli di Luc Besson.
Come amante del genere dark fantasy ha dato vita alla prima, inaspettata quanto sorprendente, trasposizione cinematografica dell’interessante serie di romanzi horror/fantasy del “Ciclo dei Guardiani” di Sergej Luk’Janenko (editi in Italia da Mondadori). I guardiani della notte è arrivato al cinema nel 2004, seguito da I guardiani del giorno nel 2006. Due film diventati subito amatissimi per l’amore del pubblico russo per i testi originali, ma anche per le molte idee visive originali messe in campo e dalla buona direzione degli attori di Bekmambeto. Opere che per l’impatto sui noleggi vennero considerate in Russia alla stregua della saga di Matrix delle Wachowski nonostante fossero state prodotte solo con una frazione infinitesimale del budget del colossal Warner.
In un attimo Bekmambetov approdò a Hollywood e alla sua personale idea di cinecomics. Nel 2008 arrivava in sala l’action Wanted, la prima trasposizione cinematografica di un fumetto di Mark Millar. Di Millar sarebbero poi arrivate in sala le saghe di Kick-Ass (2010) e Kingsman- Secret Service (2014), per la regia e produzione di Matthew Vaughn, senza contare la grande influenza che avrebbero avuto altri fumetti di Millar (come la saga di Ultimates e il ciclo di Civil War della testata Avengers) nella costruzione degli Marvel Disney Cinematic Universe. Ma già in Wanted Timur Bekmambetov aveva “codificato al meglio” per il cinema, le tavole di Millar: traducendo su schermo, con una miscela unica di rallenty, effetti visivi integrati, una fotografia patinata e fulminanti dettagli “slapstick/splatter”, tutta la “muscolarità e sarcasmo” per cui erano tanto apprezzati i testi e disegni dell’autore scozzese. Nel rileggere Millar, Vaughn e poi i fratelli Russo sarebbero rimasti saldamente su quel solco, giusto “calibrando” lo splatter e il sarcasmo più lontano da una immaginaria “zona Verhoeven” (perché Bekmambetov ha tanto in comune con la “poetica” dell’olandese Paul Verhoeven) a seconda delle esigenze di produzione più recenti.
Nel 2012, con Abraham Lincoln: Vampire Hunter, Timur Bekmambetov si gettava a testa bassa nella trasposizione delle folli opere di Seth Grahame Smith, autore all’epoca lanciatissimo anche per Drak Shadow di Tim Burton. Per il suo Lincoln elaborava uno stile gotico/action/splatter dal sapore cartoonesco, che avrebbe nel 2013 ispirato un’opera amabile come Hansel & Gretel: Witch Hunters di Tommy Wirkola, ispirando nel 2016 anche Jack The Giant Slayer di Bryan Singer. Ma purtroppo il sotto-genere non attecchì bene, con questo “filone” che già nel 2016 andò a chiudersi con Orgoglio e Pregiudizio + Zombie, di Steers, tratto sempre da un testo di Grahame Smith, mentre nello stesso anno Timur Bekmambetov era già altrove: provava a reinventare un proprio Ben-Hur, purtroppo senza riscontrare troppo successo di pubblico.
Parallelamente alla carriera da regista Timur Bekmambetov, un po’ come Luc Besson, si è dimostrato instancabile anche come produttore cinematografico.
Nel 2009, insieme a Tim Burton, ha prodotto il bellissimo e malinconico film di fantascienza animata in stop motion 9 di Shane Acker. Nel 2011 l’horror catastrofico L’ora nera di Chris Gorak.
Nel 2014 diede inizio alla saga horror a tema informatico Unfriended di Levan Gabriazde, in cui tutta la narrazione avviene davanti allo schermo della chat di un pc, con piccole “finestre” che collegano i personaggi.
Nel 2015 produceva l’ultra adrenalinico e ultra-splatter action Hardcore! di Il’ja Najsuller, un film tutto girato in prima persona con per punto di osservazione gli occhi del protagonista, come i videogame di Call of Duty, mentre nello stesso anno produceva anche il fantasy young adult Dragon di Indar Dzendubaev. Dal 2017 veniva affascinato dalla produzione di film di stampo biografico: Il tempo dei primi – Spacewalker, di Dmitrij Kiselev, sulla figura del cosmonauta russo Aleksej Leonov, e Edison- L’uomo che illuminò il mondo, diretto da Alfonso Gomez-Rejon.
Nel 2020 produceva la trasposizione del romanzo Lezioni di Persiano di Vadim Perelam.
Bekmambetov con il suo tocco personale dalle parti della fantascienza sociale di Philip Dick
Oggi Bekmambetov torna in sala con Mercy, un grintoso piccolo thriller a basso budget, costruito intorno a un’idea forte quanto attuale: parlarci delle possibilità, ma pure dei rischi, di un utilizzo “estremo” dell’intelligenza artificiale in ambito giuridico.
Veniamo da un periodo in cui al cinema si parla di IA come il “grande sostituto” dell’uomo nei posti di lavoro, in No Other Choice di Park Chan-Wook.
Si parla al cinema di IA anche per la sua grande capacità di “mistificatrice”, per la sua abilità di camuffare la realtà “storpiandola credibilmente”, con una computer grafica che cambia volti e narrazione ai fatti, in The Running Man di Edgar Wright.
In Mercy la IA ha un volto dalla carnagione aliena ma dallo sguardo ingenuo ma gentile: quello di Rebecca Ferguson. È una creatura eterea, quasi dall’aura “elfica”, non troppo lontana dall’amatissimo personaggio di Data, interpretato da Brent Spiner in Star Trek: Next Generation. È sviluppata come un personaggio dall’animo curioso prima che “giudicante”, ricco di piccole sfumature emotive, umorismo. Un’interlocutrice con la quale è possibile immaginare un dialogo, oltre che un inevitabile scontro che, per esigenze di trama, non può che avere conseguenze letali.
Ma la sensazione di essere all’interno di un meccanismo oppressivo rimane comunque, come da marchio di fabbrica di tutte le opere di Bekmambetov. Come rimane la sensazione di doverci confrontare con un anti-eroe inadeguato e prossimo al fallimento all’interno di una “macchina burocratica” che non è in grado di affrontare.
Fin dalle prime scene il regista decide quindi di stemperare una materia così complessa e oscura con il sarcasmo, confezionando un “mini-spot” sul Mercy Program che ha il profumo degli ultra-cinici (e divertentissimi) “spot pubblicitari” confezionati da Paul Verhoeven in Robocop, Atto di forza e Starship Troopers.
Subito dopo il film però “ci afferra”, pur sotto lo sguardo “elfico” della Ferguson: il contesto diventa diretto quanto brutale, ci fa sentire per tutto il resto del tempo impotente e incatenati a una sedia elettrica insieme a Chris Pratt. L’amato interprete di Star Lord e Jurassic World, nonché voce ufficiale del Super Mario della Nintendo, fornendo una credibile interpretazione del suo personaggio ci appare subito solo e disperato come Tom Hanks in Castaway. Il suo detective Raven sa apparirci come un uomo complesso e a tratti contorto: preda di demoni interiori, scostante, rissoso quanto a tratti fragile. Si trova in una stanza virtuale piena di schermi che trasmettono le immagini del suo arresto, i referti, le immagini dell’omicidio di cui è ritenuto colpevole, ma è condannato a “stare immobile” mentre tutti gli schermi avanti a lui si muovono di continuo, pieni di dati e immagini come in Unfriended (film prodotto da Bekmambetov). Quando la polizia entra in azione, la sua attività è ripresa in prima persona, dalle telecamere poste sull’elmetto di ordinanza, facendoci sentire come in Hardcore! (sempre prodotto da Bekmambetov), al centro della scena di un videogame a base di sparatorie, ma con Raven che è comunque costretto a rimanere immobile, come lo spettatore, cercando di sopravvivere in ragione di alcuni “gesti di pietà” (Mercy…) che speriamo arrivino dal personaggio della IA con il volto di Rebecca Ferguson. Sperando che nella “relazione momentanea” tra il detective e il giudice virtuale, tra uomo e IA, le cose “vadano meglio” che in Ex Machina di Garland o in Her di Spike Jonze. Chris Pratt e Rebecca Ferguson sanno raccontarci bene questo complesso dialogo tra uomo e macchina: costruendo un balletto emotivo “tra ragione e sentimento” che conquista e qualche volta diverte, nel dipanarsi di una indagine scritta in modo affatto banale. Al di fuori del “piccolo mondo” della stanza virtuale del Mercy Program si può scorgere invece un “mondo posticcio”, simile a un fanta-action anni 80/90. Un mondo “ingenuo” nell’uso degli effetti speciali per le “moto volanti”, quanto abbastanza “tradizionale” nell’uso artigianale di modellini in cartonato, usato nella costruzione delle scene di distruzione più “spettacolari”. Un’estetica retro-futuristica “ultra-soft”, amorevolmente dalle parti di Timecop con Van Damme.
Ma il film “sta tutto” e “funziona” bene dentro quella stanza virtuale: nello scambio di battute gustose tra Pratt e la Ferguson. Nei dialoghi sul valore etico e produttivo delle “percentuali”. Nei discorsi sulla necessità di accettare delle “imperfezioni” rispetto al protocollo, per garantire le ragioni più profonde per cui ogni protocollo è stato redatto. Sono qui che vengono espresse le cose più interessanti e si fa largo, piano piano, una visione del mondo futuro complessa, che non dispiacerebbe a Philip Dick.
Conclusioni
Mercy è un piccolo film con un piccolo budget, ma realizzato con tanto amore e soprattutto buone idee narrative. Un film oggi particolarmente utile anche per portare avanti in modo non banale il dibattito sulle IA.
Bekmambetov si conferma un autore interessante, ricco di sarcasmo e di sorprese visive, che qui sa “sfruttare” alcune buone idee nate all’interno di alcune pellicole da lui stesso prodotte (Unfriended e Hardcore!), immergendo il tutto in una gustosa “salsa fantascientifica anni 80” con aromi da Verhoeven.
Molto bravi Pratt e la Ferguson.
Solo 90 minuti di durata complessiva: cosa che per i giorni nostri è quasi un miraggio.





















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