È uno splendido viaggio sonoro e visivo  Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft: The Tour (Live in 3D) film documentario del settimo tour mondiale della cantautrice Billie Eilish, girato durante alcuni spettacoli a Manchester.

La struttura narrativa del film è abbastanza convenzionale, con spezzoni di concerto inframezzati da una intervista con l'artista, con flashback sulla preparazione della serata, e cenni biografici. Ma quello che scaturisce dall'incontro tra James Cameron, regista di kolossal che hanno sfruttato il 3D al meglio della sua potenzialità tecnica, e una cantautrice che ha fatto del suo look minimalista la sua bandiera, potrebbe sembrare un autentico ossimoro. L'accostamento funziona perché in questo caso il linguaggio del cinema 3D si mette al servizio di luoghi fisici e reali, non di schermi verdi e CGI. Il palco dello show di Billie Eilish sembra scarno, ma la sua struttura scomponibile, i suoi schermi pronti a difffondere immagini multicolori, le piattaforme mobili, sono funzionali a mettersi al servizio della musica, ma allo stesso tempo a stupire in modi del tutto inaspettati.

Eilish è a tutti gli effetti co-regista del film, perché riesce a fare sembrare spontaneo e creato al momento quello che invece, per esigenze di ripresa, deve essere meticolosamente preparato.

Come esperienza ibrida, tra il distacco dello spettatore cinematografico e la vissuta fisicità del concerto live, l'esperimento è del tutto riuscito.

È interessante come le panoramiche sul pubblico non stigmatizzino l'uso del cellulare da parte del pubblico. Spesso si dice che quest'uso impedisca di vivere al meglio l'esperienza, di non godersi il momento. Eilish coinvolge i cellulari del pubblico, comunica direttamente con i fan sui sociali, persino quando sono in attesa, bivaccati per potersi accaparrare i migliori posti al momento dell'apertura dei cancelli, costruendo con loro un rapporto quasi osmotico.

In quest'epoca in cui tutto si consuma e si ingloba velocemente, forse Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft: The Tour (Live in 3D) non arriva con la forza dirompente che fu di Stop Making Sense nel 1984, ma si propone comunque, come spesso ha fatto il cinema di Cameron, come parametro di riferimento visivo per i film concerto.