- I numeri di un successo annunciato
- Il verdetto del pubblico: trionfa il dramma onirico "Fujiko"
- Yuen Woo-ping: L'Architetto del Movimento nel Cinema Mondiale
La ventottesima edizione del Far East Film Festival si è aperta nel segno della fiducia nel potere salvifico del grande schermo, un messaggio incarnato dalla presenza carismatica di Yakusho Koji. L'icona del cinema nipponico, accolta dagli applausi del Teatro Nuovo Giovanni da Udine in occasione della consegna del Gelso d’Oro alla Carriera, ha dato il via a una kermesse che ha saputo riaffermare l'importanza fondamentale delle produzioni orientali nel mercato culturale odierno. L'evento ha trasformato un riconoscimento individuale in una celebrazione collettiva della resilienza artistica, confermando come le storie provenienti dall'Asia abbiano la forza universale di unire i popoli anche in fasi storiche segnate da profondi conflitti.
L'edizione numero 28 non si è limitata alla celebrazione estetica, ma ha scavato nelle urgenze della contemporaneità, proponendo una selezione attenta ai temi sociali e alle nuove dinamiche di un continente in perenne trasformazione.
I numeri di un successo annunciato
Il bilancio finale della manifestazione delinea un quadro di crescita solida e partecipazione diffusa:
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75 pellicole in programma, provenienti da 12 paesi, con un prestigioso pacchetto di 8 anteprime mondiali e 18 internazionali;
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70.000 presenze registrate nelle sale, a dimostrazione di un legame mai interrotto tra la città e il festival;
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236 ospiti d’onore, con i riflettori puntati su eccellenze come Yuen Woo-ping e Fan Bingbing, quest'ultima insignita del premio per i risultati eccezionali raggiunti in carriera;
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2.000 accreditati, tra cui spicca una nuova generazione di cinefili composta da 150 studenti e 40 docenti universitari giunti dai principali atenei d'Europa.
Il verdetto del pubblico: trionfa il dramma onirico "Fujiko"
Come avviene fin dalla prima edizione del 1999, è stata la giuria popolare a stabilire le gerarchie dei titoli in concorso. Il gradino più alto del podio, il Mulberry Audience Award 2026, è stato conquistato da Fujiko di Kimura Taichi, un lungometraggio che ha saputo fondere atmosfere oniriche e istanze di emancipazione femminile.
Il secondo posto è andato al ritmo serrato di The Seoul Guardians, cronaca cinematografica di un colpo di stato, mentre il terzo gradino ha visto un inedito ex aequo tra quattro pellicole. Tra queste spicca Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert, presentato durante l'emozionante serata di chiusura proprio dal leggendario regista e coreografo Yuen Woo-ping, che ha ricevuto anche il Gelso d'oro alla carriera. Insieme a lui sul podio My Name di Chung Ji-young; Tunnels: Sun in the Dark di Bui Thac Chuyen; The King’s Warden di Chang Hang-jun.
Yuen Woo-ping: L'Architetto del Movimento nel Cinema Mondiale
Nato a Guangzhou nel 1945, Yuen Woo-ping è considerato uno dei nomi più influenti nella storia del cinema d'azione mondiale. Figlio d'arte (suo padre Yuen Siu-tien fu il primo "Drunken Master"), ha ereditato una profonda conoscenza delle arti marziali e dell'opera cinese, trasformandole in una forma di coreografia cinematografica senza precedenti. La sua ascesa inizia a Hong Kong negli anni '70, dove lancia la carriera di Jackie Chan con successi leggendari come Drunken Master (1978), definendo lo stile del "kung fu comedy". Negli anni '90, la sua maestria tecnica attira l'attenzione dei fratelli Wachowski, che lo chiamano a Hollywood per curare le coreografie di Matrix. Il successo è planetario: Yuen introduce in Occidente l'uso dei cavi (wire-fu) e una fluidità nei combattimenti mai vista prima, che diventerà lo standard per il cinema d'azione moderno.
La sua impronta è rintracciabile in molti dei più grandi capolavori del genere degli ultimi decenni. Oltre alla celebre trilogia di Matrix, il suo contributo è stato determinante nel definire l'estetica di pellicole come La tigre e il dragone di Ang Lee, in cui ha trasformato i duelli in vere e proprie danze aeree di straordinaria eleganza. La sua capacità di adattarsi a stili diversi lo ha portato a collaborare con Quentin Tarantino per Kill Bill, dove ha saputo innestare il rigore tecnico tipico di Hong Kong nel linguaggio pulp del regista americano. Più recentemente, ha esplorato con sensibilità artistica la filosofia e l'estetica del Wing Chun in film acclamati come la saga di Ip Man e il raffinato The Grandmaster di Wong Kar-wai.











