Clark è un architetto fallito che, dopo una serie di eventi sfortunati, si ritrova a gestire un anonimo negozio di arredamento. Abbandonato dalla moglie per via del suo alcolismo, intraprende un percorso terapeutico con la dottoressa Mary Kline, psicologa ossessionata dall’idea di “loop emotivi”, cicli di comportamenti autodistruttivi dai quali sembra incapace di liberarsi persino lei stessa. Durante una seduta Clark racconta di aver scoperto, nel seminterrato del negozio, uno spazio impossibile: un labirinto sconfinato di stanze, corridoi e scale che sembrano moltiplicarsi all’infinito. Mary inizialmente liquida il racconto come una proiezione delirante, ma quando l’uomo scompare misteriosamente decide di scendere lei stessa in quel sottosuolo.

Giovanissimo ma già considerato uno dei talenti emergenti del web horror, Kane Parsons, noto online come Kane Pixels, è riuscito a distinguersi come regista e creatore di effetti visivi, grazie a uno stile capace di mescolare realismo e creepypasta. Nel gennaio 2022 il suo video The Backrooms (Found Footage) ha conquistato milioni di utenti su YouTube con un progetto che si ispira agli “spazi liminali”, ovvero ambienti vuoti come corridoi deserti, uffici anonimi e stanze silenziose che diventano disturbanti, e dove il confine tra reale e surreale appare sempre più sottile. Non sorprende quindi che A24 abbia deciso di espandere quell’universo in un lungometraggio. Il problema è che ciò che funzionava perfettamente in forma breve fatica a reggere il peso di una narrazione estesa.

L’idea alla base di Backrooms resta potentissima. Parsons costruisce un mondo architettonico disturbante proprio perché plausibile: non un universo surreale alla Escher, ma uno spazio che obbedisce apparentemente alle regole della fisica, dove ogni porta conduce davvero da qualche parte e ogni scala sembra avere una funzione. È l’infinità stessa di questo ambiente a generare angoscia. L’idea ricorda moltissimo Casa di foglie di Danielewski, con una messa in abisso di luoghi che sono impossibili da esplorare e per questo perturbati e orrorifici. Il film va oltre però, come se gli spazi liminali pensati da Parsons e l’idea di smarrirsi in essi non fosse sufficiente e dovesse esserci un mostro più classico e comprensibile.

Da qui il film si perde cercando di mettere disperatamente insieme una spiegazione razionale con una situazione impossibile, utilizzando l’inconscio e la materializzazione dei traumi, per dare un senso alla storia. Non aiuta anche il fatto che Backrooms abbia due protagonisti che si dividono la storia, con Clark che passa il testimone a Mary solo per non svelare in anticipo allo spettatore cosa stia accadendo. L’unica cosa che si ottiene però è una mancanza di identificazione e l’evidente messa in scena di un giochino che si avvita su se stesso. Resta però impossibile ignorare il talento visivo di Parsons. La regia dimostra una notevole consapevolezza dello spazio, trasformando corridoi anonimi e stanze vuote in immagini profondamente perturbanti. Anche l’estetica VHS, pur non particolarmente innovativa nel panorama horror contemporaneo, viene utilizzata con misura e intelligenza, senza mai diventare semplice nostalgia estetica. Se la scrittura mostra limiti evidenti, tutto ciò che riguarda la costruzione atmosferica conferma invece l’occhio di un autore da tenere sotto osservazione. Backrooms è un film irrisolto, spesso frustrante, ma attraversato da un immaginario così forte da lasciare comunque il segno.