Elle si imbatte, prima di tornare nel suo immenso appartamento in un grattacielo di lusso, in Hunter, una giovane e bella starlette che girerà con lei un film. Ad accoglierle in casa trovano Dominique, la giovanissima moglie di suo padre, a cui in passato la legava un forte rapporto di amicizia, ma che ora Elle detesta perché crede che la donna voglia prendere il suo posto nel cuore del genitore. Johnny Thunders è un uomo folle ed eccentrico, che lascia spesso da sola la figlia e che si diverte a raccontarle la storia di Leather Man, un’entità diabolica che arriva con la nebbia e uccide giovani ragazze. E proprio con l’arrivo della nebbia in città, Elle e Hunter assistono a un brutale omicidio, mentre il misterioso soldato K dà la caccia al killer che ha ucciso sua figlia.

Dopo una pausa dal grande schermo durata dieci anni, durante i quali ha girato due serie televisive, Nicolas Winding Refn torna al cinema portandosi appresso, come se il tempo non fosse mai passato, tutti gli stilemi di The Neon Demon, radicalizzandoli però fino all’estremo. L’ossessione per la forma, le immagini al neon e quel gusto per l’arte che va a braccetto con moda e design, già presenti nei suoi lavori precedenti, qui si fondono con architetture impossibili e nebbie che lambiscono e nascondono ogni cosa. Il mondo di Her private hell, popolato quasi esclusivamente da corpi bellissimi, maschili e femminili, diventa un set dalle luci perfette, dalle inquadrature ricercatissime e dalle simmetrie vertiginose. Un esercizio di stile che affascina anche grazie a scelte registiche che dimostrano, se ce ne fosse stato bisogno, quanto Refn ci sappia fare con la macchina da presa.

Nella scena del primo omicidio, soprattutto, la compenetrazione tra glamour e orrore è davvero perfetta: l’uso dell’illuminazione, del buio e della luce, nel vedere e non vedere il mostro, creano una tensione magistrale. Ma è l’intero film a dimostrare un gusto estetico quasi impossibile da ritrovare in altre pellicole contemporanee. Refn costruisce immagini che sembrano pensate per essere appese a una parete, fotogrammi in cui ogni elemento è studiato al millimetro e dove anche l’orrore diventa, prima di tutto, una questione di composizione. Le musiche di Pino Donaggio rimandano ai thriller di Brian De Palma, la nebbia a John Carpenter, ma c’è naturalmente David Lynch dietro all’idea di una storia non lineare, fatta più di suggestioni che di un racconto coerente. E qui arriva il però, quello che diventa l’elefante nella stanza di Her private hell. Il manierismo di Lynch non era mai fine a se stesso e la dimensione fantastica e orrorifica non si riduceva mai a un vuoto autocompiacimento. In Refn, invece, l’estetica è talmente preponderante da far pensare che la storia che c’è sotto al film conti meno dell’illuminazione del suo set.

Non bastano quindi gli echi suggestivi per dare un senso a una vicenda che mescola incesto, come già in Solo Dio perdona, autodeterminazione e amore familiare, buttando lì temi scottanti senza riuscire davvero a parlarne. Tutto resta in superficie, mentre la perfezione estetica diventa una sorta di luce per le allodole che abbaglia, seduce e impedisce di vedere quanto ci sia poco sotto. È questo il limite di un cinema sempre più brandizzato, quello di Refn: un cinema che nei primi dieci minuti toglie il fiato, ma che, passato l’abbaglio, sembra non avere più niente da dire.