Ridere per non piangere. Questo sembra l’approccio di Alejandro González Iñárritu nel proporci la pazza (ma forse non tanto) storia di Digger Rockwell (Tom Cruise), un petroliere che vuole proporsi come salvatore del mondo dopo averlo distrutto.
Quando viene informato dal suo responsabile alla sicurezza (Riz Ahmed) che l’impianto di estrazione in Groenlandia sta per causare una catastrofe ambientale Digger ha come unico obiettivo scaricare le responsabilità. Digger è avido, spietato e narcisista, ma ha anche dei difetti. Uno dei quali è il legame a doppio filo, quasi una catena, al potere politico, in particolare all’inetto Presidente degli Stati Uniti (un immane John Goodman) e al suo gabinetto di incapaci cialtroni.
Ma chi è veramente il personaggio che noi spettatori seguiamo in Digger? Dove ci portano Iñárritu, e gli altri sceneggiatori Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman? Le domande potrebbero non avere una risposta così semplice. Perché per narrare una vicenda già sappiamo che Iñárritu è ricorso a piani paralleli di narrazione, a confusione tra attore e personaggio, alla meta-narrazione come parte integrante del processo di immersione dello spettatore.
Se da altre parti vi hanno raccontato il passaggio cruciale del film, io ve lo lascio scoprire da soli, perché fondamentalmente vi invidio. Alcuni di voi magari leggono questo articolo dopo il film sa di cosa parlo, mentre è giusto che chi lo fa prima, magari solo per sapere cosa motivi il mio giudizio, sappia solo il minimo indispensabile.
Tom Cruise giganteggia come rare volte ha fatto nella sua carriera, ricordando per un momento la tragica e cinica macchietta del produttore di Tropic Thunder, ma su scala planetaria.
Il monologo in cui affronta un’intera classe politica, ma anche forse tutti noi, ricordandoci che, forse, siamo tutti ambientalisti fino a un certo punto (tema che ricorre sottilmente anche nel confronto a base di tonno con il personaggio di Riz Ahmed), non vale da solo tutto il film, ma compone mirabilmente il risultato. La camera segue Cruise virtuosamente, ballandogli dietro, alternando piani larghi, primissimi piani, panoramiche del teatro dell’assurdo.
Digger è sicuramente un omaggio in chiave ambientalista al Dottor Stranamore, dal quale saccheggia senza pietà parecchi tropi, studiandoli, masticandoli, assimilandoli e adattandoli alla nuova paura dei nostri tempi, ovvero l’apocalisse ambientale.
Non tutto è perfetto. Il gioco degli incastri è talvolta confusionario e caotico, inserendo un ulteriore livello di spiazzamento in un film che è spiazzante di intenzione. Ma regge la distanza di oltre due ore, perché è denso di testi, di sottotesti e sfumature. Il film attraversa diversi generi, drammatico, comico, catastrofista e distopico, con una chiara tesi ideologica e un monito che passa spesso attraverso la risata amara. Ci racconta un rito sacrificale, che è sia teso a esorcizzare gli errori del passato prendendone consapevolezza, che atropopaico, per cercare di guardare al futuro.
Prima che sia troppo tardi.

















