Frances Haugen è product manager nel dipartimento di integrità civica di Facebook e considera il suo lavoro quasi una vocazione. Crede nei social e nella loro capacità di mettere in relazione anche le persone meno carismatiche, offrendo loro la possibilità di costruire rapporti, seppur virtuali. Per questo è convinta che il suo ruolo sia fondamentale per tutelare non solo gli utenti, ma anche il sistema in cui crede. La sua certezza vacilla quando assiste alla radicalizzazione di una conoscente proprio attraverso Facebook: in poco tempo le sue posizioni politiche diventano sempre più estreme. Haugen comprende così che l’algoritmo, progettato per aumentare l’interazione e trattenere gli utenti il più a lungo possibile, finisce per verso contenuti sempre più estremi e violenti. Decide allora di contattare il giornalista d’inchiesta Jeff Horwitz e, attraverso di lui, prende forma l’inchiesta del The Wall Street Journal intitolata The Facebook Files, che mette a nudo il confine sempre più labile tra libertà di parola e incitamento alla violenza.

The Social: Il prezzo della verità
The Social: Il prezzo della verità

Dopo The Social Network, Aaron Sorkin torna a occuparsi di Facebook sedici anni dopo, spostando però il discorso dal mito della nascita dei social alle conseguenze del loro potere. Se allora il tema era soprattutto sociale e filosofico, quello di una società in transito dagli scambi personali ai rapporti virtuali, oggi la questione è diventata apertamente politica. Il dado è tratto: i social fanno parte della nostra vita. Resta da capire dove finisca il diritto di dire ciò che si vuole e dove inizi la responsabilità di chi gestisce piattaforme capaci di amplificare odio e violenza. Sorkin, su questo punto, non lascia spazio all’ambiguità. Sa perfettamente da che parte stare e The Social – Il prezzo della verità costruisce una contrapposizione morale piuttosto netta tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. La sceneggiatura punta tutto su dialoghi serrati e confronti diretti, mentre Mark Zuckerberg, interpretato dal solito Jeremy Strong, ormai abbonato a questo genere di personaggi, diventa il simbolo del capitalismo tecnologico disposto a sacrificare tutto sull’altare del profitto, nascondendosi dietro il principio della libertà.

Il problema è che, per un thriller d’inchiesta, la tesi è già completamente dichiarata dal primo minuto. Il film non cerca tanto di dimostrare qualcosa quanto di confermare ciò che molti spettatori già pensano. Non è un caso che la vicenda trovi il suo culmine durante l’assalto a Capitol Hill, quando l’uso delirante dei social da parte di Trump diventa la dimostrazione definitiva dei pericoli raccontati fino a quel momento. Chi è già convinto della tesi troverà dunque in The Social – Il prezzo della verità una conferma delle proprie convinzioni: la manipolazione politica, gli algoritmi che premiano l’estremismo, la sicurezza sacrificata sull’altare del fatturato. Ma per chi non lo è, il film difficilmente rappresenterà una rivelazione. È forse questo il vero limite del cinema politico contemporaneo: parlare sempre più spesso a un pubblico che ha già scelto da che parte stare. Chi possiede una posizione precisa ha avuto infinite occasioni per informarsi e rafforzarla; chi non l’ha fatto difficilmente cambierà idea davanti a un film che percepirà come una pellicola di propaganda.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: come se ne esce? Sul piano cinematografico, The Social – Il prezzo della verità funziona. La scrittura è brillante, i dialoghi hanno ritmo, la struttura riesce a trasformare una vicenda reale in un thriller e il cast è all’altezza. È quindi un buon film che rischia di essere divorato dalla propria tesi? In parte sì. E viene da chiedersi se il cinema degli ultimi anni non sia finito in una sorta di cul de sac, incapace di trovare un modo nuovo per raccontare la realtà senza limitarsi a ribadire ciò che una parte del pubblico sa già. Lo dimostrano titoli come The Apprentice, ma anche un documentario come Naza, capace di dare il pugno allo stomaco solo a un pubblico già consapevole di ciò che sta accadendo a Gaza. La fiction può ancora fare denuncia reale? Sorkin sembra rispondere di sì, e forse ha ragione: vale comunque la pena provarci. Proprio come ha fatto Frances Haugen nella vita reale, anche se, alla fine, il rischio è che, nei fatti, poco o nulla cambi.