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NELLA SALA SEGRETA

Rimase a guardarla ancora. Era mattina e una brezza leggera entrava delicata da una delle finestre del palazzo, insieme a numerosi fasci di luce. Quel soffio di vento accarezzò il pavimento di marmo, lasciando ondeggiare i vestiti bianchi e i capelli della giovane elfo. Sharadah non sembrava nemmeno più la stessa. 

I suoi capelli castani erano più lunghi e sciolti. Non portava più abiti umani, bensì elfici, com’era giusto che facesse una principessa. Già, principessa… Ma chi voleva prendere in giro? Nessuno la chiamava più così. E neanche lei si riteneva più la principessa di Fahlevall. Non da quando era partita, un anno fa.

Quando era tornata a casa, poi, era stata costretta ad attaccare il suo popolo, infiltrarsi nel suo palazzo e uccidere anche l’ultima superstite della famiglia reale. Sharadah rimase lì, in ginocchio, a guardare con i suoi occhi bianchi il corpo inerte della regina Teredett, che un tempo era stata sua madre. La sovrana era accasciata al suolo, priva di vita, con una grazia che neanche dopo la morte l’aveva abbandonata. Nemmeno ora che il suo cadavere era vecchio di un mese e, in parte, decomposto. Le orecchie a punta di Sharadah fremettero, sentendo che si avvicinavano dei passi decisi. Il portone bianco e ornato si spalancò bruscamente. Ranten entrò. Era un ragazzo umano, alto, dai capelli lisci e neri e gli occhi grigi come pezzi di ghiaccio. Il suo viso era perfetto, il passo leggermente zoppicante. Una lunga cicatrice gli attraversava l’occhio destro e cieco: quell’occhio che aveva perso per colpa di una freccia durante la loro ultima battaglia, prima di infiltrarsi nel castello. Dal suo portamento autoritario, dalla giubba nera da pirata e dallo spadone che pendeva al suo fianco, si intuiva immediatamente che Ranten non era un tipo facile.

«Abbiamo controllato anche l’ultima torre del castello. Niente.» Lanciò un’occhiata al grande soffitto a volta, riflettendo. «Probabilmente non è nel palazzo.»

«E dove altro vuoi che sia?» Requel entrò al suo seguito.

Era una ragazza dal viso determinato, anche lei molto cambiata dall’anno prima: i suoi capelli rossi erano più lunghi e nel suo sguardo verde c’era una nuova pace. Nonostante questo, era una delle migliori guerriere che Sharadah avesse mai conosciuto. Requel si fermò, notando che Sharadah fissava ancora il cadavere della regina Teredett. Le si avvicinò e fece per sfiorarla, ma la elfo si scostò: non le serviva compassione. Sharadah ricoprì sua madre con un lenzuolo e si alzò di scatto, lasciando ondeggiare la cascata di capelli. 

«Non abbiamo più tempo», la risvegliò Ranten, portandosi verso una finestra.

Di sotto, le strade di Fahlevall brulicavano di soldati elfici. Stavano appostati ad ogni angolo, vestiti delle loro armature bianche. Aspettavano loro. 

«Prendere possesso delle Triadi non è stato difficile», mormorò il capitano Ranten.

No, non lo era stato, ma solo perché Sharadah conosceva un passaggio segreto che li aveva portati direttamente all’interno delle tre torri in cui abitava la famiglia reale. Da allora si erano barricati all’interno e avevano eliminato le poche guardie che restavano, visto che la notte dell’attacco la maggior parte dei soldati si era precipitata alle mura di cinta.

«Non credo che potremo restare qui ancora per molto», continuò Ranten, «gli elfi sono sempre più arrabbiati e impazienti. Presto sfonderanno le nostre barricate e allora sarà stato tutto tempo sprecato. Dobbiamo trovare quella dannata sirena!»

Batté un pugno sulla cornice della finestra.

«Ma è ovvio che non è nel castello, visto che l’abbiamo setacciato da cima a fondo.»

«Forse dovevamo solo cercare meglio», si intromise Requel con un sorrisetto, giusto per stuzzicarlo.

Ranten le scoccò un’occhiata furente e disse:

«Abbiamo passato un mese qui dentro e non abbiamo ancora trovato Ea.»

«Forse…», Sharadah sollevò lo sguardo, «ci sarebbe una stanza che non abbiamo controllato.»

Gli occhi di tutti erano su di lei.

«È molto ben nascosta e nemmeno io vi avevo accesso, anche se non mi hanno mai spiegato perché. Sarebbe il luogo perfetto per nascondere una prigioniera.»

Requel fece spallucce. «Bene, allora. Non ci resta che quella.»

Sharadah infilò la porta, ma la mercenaria si fermò ad aspettare il capitano.

Quello si staccò dalla finestra di malavoglia e sibilò cupo:

«Poteva informarci un mese fa.»

Attraversarono i corridoi bianchi. Sharadah accese una mano di luce azzurra e prese a guidarli giù per una buia scala a chiocciola. Avrebbe dovuto pensare prima a quel posto, ma finora era stata troppo stravolta. La discesa sembrò non finire mai. I loro passi echeggiarono centinaia di volte nella cappa di pietra. Poi la strada si interruppe davanti a una porta ricoperta di fregi color madreperla, senza maniglia né serratura: un ingresso che solo un elfo poteva aprire. Sharadah poggiò la mano sulla porta e chiuse gli occhi, concentrandosi.

La sua mano brillò più intensamente e l’aria si riempì di fruscii sinistri.

Quando la elfo riaprì gli occhi, la porta svanì come se fosse stata fatta di fumo.

Sharadah procedette senza guardarsi indietro. Requel e Ranten la raggiunsero, guardandosi intorno: entrambi ne avevano visti di posti nella loro vita, eppure rimasero di stucco. La sala era enorme, bianca e ricoperta di fregi meravigliosi, come tutto in quel palazzo, ma vuota. Tuttavia si udiva un rumore sommesso,  un impercettibile scrosciare d’acqua. Allora si accorsero di cosa c’era in fondo alla sala: una vasca trasparente, come un’enorme ampolla per pesci.

Qualcosa nuotava sinuosamente al suo interno. Una figura femminile, umana solo per metà. Dalla vita in giù si dimenava una luccicante coda di pesce. Non c’era dubbio: era una sirena. E non poteva essere altri che Ea.

La sirena poggiò le mani al vetro e li fissò da lontano. Il suo viso pallido fu sfiorato dalla luce delle torce bianche appese alle pareti.

«State indietro», disse piano Sharadah.

Sollevò una mano. Stavolta la luce azzurrina del suo palmo crebbe fino ad illuminare l’intera sala, facendo ondeggiare i capelli di tutti. Ranten e Requel si pararono il volto con le braccia. La vasca di vetro andò in frantumi. L’acqua si riversò sul pavimento di marmo. Tra le schegge di vetro si mosse qualcosa di gommoso e lucido. La sirena si sollevò con fatica. I capelli blu come il mare le gocciolavano sul viso. La sua pelle era scivolosa. Accompagnata dal rumore di uno strappo, la coda della sirena si divise in due parti. Le squame si appiattirono sui muscoli, formando due gambe umane, anche se ancora verdi e quasi del tutto incapaci di camminare. Con difficoltà, la sirena riuscì a mettersi in piedi. Le sue caviglie si piegarono più volte, poco abituate a sostenere il peso del corpo. Un abito verde, simile ad un mucchio di alghe, ma dal taglio principesco, le ricadde sul corpo, come se anche quello fosse sbucato dalla sua pelle. L’acqua che allagava il pavimento inzuppò l’orlo del vestito. Ea studiò i presenti coi suoi occhi di un verde troppo chiaro, mentre delle ciocche blu le ricoprivano la fronte. Posò lo sguardo su Sharadah e un lungo sorriso affiorò sulle sue labbra pallide. Un sorriso. Ma di certo non un sorriso di gioia.