Un ultimo corridoio in salita terminava con una porta di bronzo. Gorghi di fuoco in bassorilievo spiraleggiavano sui battenti. Ai lati due Guardiani dell’Equilibrio in armatura completa. Al centro delle tuniche immacolate che coprivano l’acciaio spiccava il disco a sei punte. L’Arconte fece un cenno col capo e i due Guardiani spalancarono i battenti.

Al di là si apriva una sala dalla forma oblunga. Due file di bracieri ardevano ai lati, sulle pareti drappi dai colori opachi tremolavano alla luce delle fiamme e ampi tappeti di lana erano stesi sul pavimento d’assi. La luce era soffusa, l’aria satura dei fumi pungenti che si sprigionavano dai fuochi. Un’anziana sacerdotessa dalle vesti bianche si fece loro incontro.

La Custode dei Veggenti…

Lunghi capelli sulle spalle gracili, tintura scura su occhi e labbra, in netto contrasto con la carnagione pallida.

«Arconte Ossor. Che la Luce sia con voi» li accolse con voce vibrante. Sulle guance cadenti spiccavano le scarnificazioni biancastre che attestavano il suo Incontro con la Luce. «Non sono stata avvisata della vostra visita.»

Le dita dell’Arconte si mossero rapide. Nessuna formula di rito, nessun convenevole, ma Aleb parlò senza esitazioni.

«Voglio consultare l’Oracolo.»

«L’Oracolo sta riposando, adesso.» La sacerdotessa rimase qualche istante in silenzio. «È da molto tempo che non riceve visite.»

«Trentatre lune» scandì Aleb.

«Sì. Voi siete l’unico che ha tentato di interrogarlo dopo che ha ricevuto l’ultima Lucernaria.»

«Credi che non lo sappia?»

«Era mia convinzione che anche voi aveste rinunciato.»

«Convocatelo.»

«Ma mio signore,» la sacerdotessa si irrigidì, «è rimasto nella Luce, sarebbe inutile… Sapete bene che le porte della sua mente sono ormai serrate.»

Mani e dita si tesero sui braccioli prima di muoversi con decisione nell’aria.

«Sono stato l’Officiante delle sue ultime tre Lucernarie. Io sono l’artefice dell’Oracolo. Esegui il mio ordine.»

La sacerdotessa serrò le labbra. Da una tasca estrasse una campanella e la scosse. Due ancelle comparvero dal passaggio che si apriva in fondo alla sala. Sottovoce, la sacerdotessa diede loro l’ordine. Le ancelle scomparvero nel corridoio da dove erano venute.

L’attesa non fu breve. Aleb iniziò a sudare, non soltanto per il calore che avvolgeva la stanza. Stava per vedere l’Oracolo. Lo tenevano nascosto da tutto e da tutti, ma si diceva che fosse un sette volte Illuminato e che vivesse segregato nella Terza Colonna da oltre vent’anni. Qualcuno sosteneva che le sorti di Olm fossero state nelle sue mani per lungo tempo, ma che adesso avesse perso i suoi poteri o che fosse addirittura morto dopo l’ultima Lucernaria. Aleb si chiese ancora una volta perché mai il suo signore avesse deciso di interrogarlo. In quanto Incarnato, aveva assistito all’Adunanza tenutasi il giorno precedente. Nel corso del consiglio si era dibattuto circa la necessità di una più profonda diffusione della Via della Luce, del preoccupante aumento delle malnascite e dell’insorgere ai confini del Regno di episodi che facevano presagire il rischio di rivolte… No, doveva essere stato qualcos’altro a spingere l’Arconte a consultare l’Oracolo.

La lettera arrivata da Tilos.

Rumore di passi dal corridoio in fondo alla sala. Aleb trattenne il respiro.

Le due ancelle emersero ai lati del passaggio in penombra. Ciascuna teneva per mano un uomo. Due gemelli di età imponderabile: pelle, sguardi e movenze di bambini su corpi di vecchi macilenti. Piuttosto bassi, con mani e teste sproporzionatamente grosse. Indossavano soltanto una tunica candida ed entrambi tenevano il capo rivolto da un lato, gli occhi socchiusi. Avanzarono a piccoli passi, strascicando i piedi nudi. Le ancelle li fecero fermare al centro della stanza e si affrettarono a portare loro due sgabelli imbottiti. Li fecero accomodare.

«Nessuno è stato più capace di interloquire con l’Oracolo» disse la sacerdotessa. «Hanno continuato a comunicare tra loro soltanto attraverso numeri, e non hanno mai risposto ad alcuno stimolo esterno.»

I gemelli ondeggiavano con ritmo sincrono, mantenendo le palpebre socchiuse, via via disturbati da leggeri scatti delle spalle.

Quei due derelitti sono davvero l’Oracolo?

Aleb non poteva crederci. Si riscosse per dar voce alle dita del suo signore.

«La Luce mi ha dato la chiave per varcare la loro porta.»

«Non è bene disturbarli» sussurrò la sacerdotessa. «Ogni volta che ci abbiamo provato, abbiamo ottenuto soltanto delle gravi crisi…»

La mano sinistra dell’Arconte si mosse, la mano destra puntò verso i gemelli.

«Fatti da parte» disse Aleb prima di avvicinare la sedia con ruote all’Oracolo. La sacerdotessa affiancò le ancelle, in attesa a qualche passo dagli sgabelli.

L’Arconte estrasse dalle vesti una penna d’oca e la pergamena su cui lavorava da diverse lune, riempita di quelli che chiamava i “Numeri della Luce”. Aleb si fece avanti, il cuore