Judy Garland, pseudonimo di Frances Ethel Gumm è stata una delle stelle più brillanti di Hollywood. Figlia d’arte debuttò da bambina, vivendo sostanzialmente sempre sotto i riflettori e diventando una delle star della MGM, in un’epoca in cui le major gestivano le vite degli attori sotto contratto sia fuori che dentro lo schermo. Judy, di Rupert Goold, film tratto dalla pièce teatrale di Peter Quilter, End of the Rainbow, racconta l’ultimo periodo della vita della diva, quello della tournée londinese del 1969, dopo la quale sarebbe morta da lì a pochi mesi. Costretta ad accettare un lavoro che non vuole più per poter mantenere i figli, il ritratto della Garland è quello di una donna ormai arrivata al limite, incapace di vivere una vita normale e dipendente da alcool e droghe. Attraverso numerosi flash back legati all’infanzia di Judy, Goold racconta la storia di una bambina costretta a prendere pillole per rimanere sveglia e a cui è proibito mangiare qualsiasi dolci o hamburger. La stessa bambina però che aveva scelto dietro richiesta di Louis B. Mayer durante Il Mago di Oz, la strada del successo rispetto a quella di una vita simile a tutte le altre ragazze. Ed è proprio l’amore del pubblico l’unico affetto che Judy pare riuscire ad avere, non certo quello del nuovo marito, ennesimo squalo capace solo di approfittarsi del talento della donna, e neppure quello dei figli, che preferiscono la stabilità che il padre può offrire loro.

Ennesimo film biografico di questo periodo dopo Bohemian Rhapsody e Rocketman, Judy può avvalersi di un’eccezionale Renée Zellweger, che interpreta la Garland riuscendo in un’incredibile trasformazione fisica e gestuale, che la fa apparire fedelissima all’originale (a differenza sia del Freddie Mercury di Rami Malek che di Elton John di Taron Egerton).

Tuttavia, ci si chiede, qual è il senso di un’operazione come questa? Che la vita di una diva diventata celebre da bambina possa essere difficile è noto, e il film non prova neppure a fare un discorso che vada al di là della semplice biografia. A tutti i fan della Garland il suo dolore esistenziale forse può interessare ma per tutti gli altri non resta molto altro se non una grande prova attoriale.