Un film corale, anche troppo, Il dio dell'amore di Francesco Lagi. Tanti personaggi, molte storie che si intrecciano ma anche si perdono in mille rivoli dando l'impressione iniziale che si tramuta piano piano in certezza che il film non segua sempre un filo logico. Si parte da un' idea che poteva in fieri essere anche originale ma lo sviluppo non è all' altezza. Ovidio, il magister amoris il Deus ex machina di tutto l'intreccio è interpretato dal bravo Francesco Colella che tiene, o almeno ci prova, il bandolo della matassa. Che fatica deve essere però tenere tutti quei fili che non disegnano affatto un arazzo ma si aggrovigliano in un gomitolo che viene voglia di provare a sbrogliare per dare un preciso senso al tutto. Perché un senso il film lo ha nella sua ambizione di parlare dell' amore declinato in tutte le sue forme, di provare a raccontare il sentimento per eccellenza, il vero motore che muove tutto, il cielo e le altre stelle.
Il cast è di tutto rispetto e per fortuna gli attori sanno il fatto loro e provano a reggere una sceneggiatura ai limiti della fantasia e anche un po' del surreale. Tutte le coppie non sono trasparenti, tutti hanno l'amante, il triangolo deve molto piacere al regista perché non salva niente e nessuno dalle infedeltà. Il problema non sarebbe nemmeno quello se non fosse che le coppie sono tutte interscambiabili. Si continua a imbastire relazioni parallele fra gli stessi personaggi. L' unica volta che il quadro si allarga si inserisce un appuntamento al buio che finisce per essere una truffa lasciando la sensazione di una mera appendice e niente più.
Altra nota dolente il minutaggio che viene stiracchiato per quasi due ore quando invece il plot poteva essere esaurito in molto meno tempo. Questo prolungare la storia ha l'effetto di spezzare il ritmo e rendere quasi tutto un po' soporifero.
Anche se in chiusura si prova a dare una svolta con un colpo di scena e qualche piccola sorpresa in realtà non vi è una vera e propria soluzione dirompente ma si tratta più di un' espediente per chiudere il cerchio in maniera morbida e dare una personale giustificazione a tutta la molteplicità di situazioni che hanno composto il racconto. Apprezzabile l'idea di fondo ma scomodare Publio Ovidio Nasone e citare un po' a caso i suoi capolavori avrebbe richiesto più rispetto e anche una maggiore deferenza.
I suoi versi rimarranno eterni per la bellezza e la profondità di pensiero così come lo sfondo di una Roma che appare sempre la stessa città imperiale imponente anche se il passaggio dei secoli ha cercato di sminuirne la grandezza e la magnificenza.
Un plauso alla colonna sonora che, curata dal maestro Stefano Bollani, accompagna con grazia le scene che si susseguono un po' caotiche, un po' scollegate, un po' abbozzate, un po' traballanti in bilico tra la verosimiglianza e la forzatura della realtà.

















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