Chris Hansen è un giornalista che sogna di fare la storia della televisione. Il suo programma ha tutte le carte in regola per emergere in un palinsesto sempre più aggressivo: smascherare i peggiori predatori sessuali, quelli che adescano ragazzini attraverso le chat. Il meccanismo è semplice quanto perversamente televisivo: un attore che sembri minorenne viene usato come esca e, quando il predatore entra in casa convinto di essere al sicuro, le telecamere escono allo scoperto. Il suo volto finisce in televisione, seguito dall'arresto spettacolare con tanto di poliziotti pronti ad aspettarlo. To Catch a Predator diventa un successo e il network decide di spostarlo in prima serata, mettendolo in competizione con Lost. Peccato che le solite storie non bastino più a garantire ascolti sufficienti. Per Hansen è arrivato il momento di puntare a un pesce sempre più grosso, fino a trasformare la caccia in una vera e propria ossessione per lo share.
In concorso a Venezia 83, Primetime segna l'esordio nella fiction di Lance Oppenheim, giovane regista conosciuto soprattutto per il suo lavoro nel documentario. E proprio la sua esperienza con la realtà sembra guidare uno dei temi centrali del film: la progressiva trasformazione dell'inchiesta giornalistica in spettacolo, fino a rendere sempre più labile il confine tra cronaca e reality show. La vicenda prende spunto da To Catch a Predator, programma realmente andato in onda negli Stati Uniti nei primi anni Duemila e poi cancellato dopo il suicidio di Louis Conradt durante un'operazione nel 2006, la causa che ne seguì, le numerose critiche sul piano etico e il progressivo calo degli ascolti.
È proprio la spettacolarizzazione il cuore di Primetime. Quanto ci si può spingere oltre prima che la ricerca della verità diventi intrattenimento? E soprattutto, quanto è disposto a sacrificare un programma televisivo pur di conquistare qualche spettatore in più? Il limite tra ciò che può essere mostrato e ciò che, per buon gusto e pudore, sarebbe meglio lasciare fuori dall'inquadratura viene spostato continuamente in avanti. Un discorso che inevitabilmente guarda anche al presente, a un sistema della comunicazione nel quale distinguere un'inchiesta da uno show diventa sempre più complicato, soprattutto in un ecosistema ormai frammentato tra televisione, web e social network.
Sul piano formale, Oppenheim dimostra invece di avere le idee piuttosto chiare. La fotografia di David Bolen sfrutta il formato 4:3 e costruisce un'immagine volutamente televisiva, alternando la messa in scena agli inserti realistici degli arresti e alle immagini delle telecamere fisse disseminate sul set. Una scelta estetica coerente con il tema del film, che riesce a restituire quella sensazione di realtà filtrata e confezionata per il pubblico. È però quando Primetime deve trasformare questa intuizione in un vero discorso che cominciano i problemi. Il Chris Hansen interpretato da Robert Pattinson è infatti un personaggio costantemente sopra le righe, sospeso tra il giornalista convinto di portare avanti una missione necessaria e l'uomo disposto a tutto pur di conquistare il successo. Il problema è che il film non sembra mai davvero interessato a scegliere una direzione. Hansen resta in bilico tra le due possibilità e la sua ambiguità, invece di diventare il motore del racconto, finisce per renderlo semplicemente sfuggente. Anche il lungo spazio riservato a Dan Plumb, uno degli attori incaricati di interpretare il finto minorenne, sembra aggiungere più confusione che profondità. Le sue motivazioni e il suo rapporto con ciò che sta facendo aprono ulteriori questioni etiche, ma il film non riesce a svilupparle fino in fondo.
Il risultato è quindi un film che parte da uno spunto interessante e tremendamente attuale, costruisce un apparato visivo coerente e promettente, ma poi non riesce a trasformare le proprie intuizioni in un discorso compiuto. Primetime sembra sapere perfettamente quale domanda porre, molto meno quale risposta cercare ma finisce per girare a vuoto, senza trovare davvero un punto d'arrivo.













