«Sì» rispondo. E sebbene provi un brivido di rimpianto all’idea di abbandonare tanto presto le gramaglie, in realtà sono grata della possibilità di apparire come tutte le altre. Mi aiuterà a restare anonima, spero.

«Splendido. Bene, verrà inserita nella prima classe con altre sei giovani signorine della sua età. La colazione viene servita alle nove in punto. Avrà lezione di francese con Mademoiselle LeFarge, disegno con Miss Moore, musica con Mr Grunewald. Io mi occuperò delle lezioni di portamento. Tutte le sere alle sei c’è la preghiera nella cappella. Anzi» dà un’occhiata all’orologio sul camino «dovremmo muoverci tra breve. La cena è alle sette. A seguire, un momento di ricreazione fino alle dieci, quando tutte le ragazze devono essere a letto». Prova a fare un sorriso da confessionale, di quelli che si vedono nei ritratti devozionali di Florence Nightingale. In base alla mia esperienza, con questi sorrisi il messaggio vero – quello nascosto dietro le convenzioni e la buona educazione – ha bisogno di essere tradotto.

«Penso che sarà molto felice qui, Miss Doyle».

Traduzione: è un ordine.

«La Spence ha preparato moltissime giovani donne meravigliose che hanno fatto matrimoni molto vantaggiosi».

Non ci aspettiamo molto di più da lei. Per favore non ci metta in imbarazzo.

«Chissà, magari un giorno potrebbe ritrovarsi a occupare la mia stessa posizione».

Se si dimostrerà del tutto inadatta al matrimonio e non finirà in qualche convento austriaco a cucire camicie da notte ricamate.

Il sorriso della Nightwing vacilla lievemente. So che sta aspettando da me una frase lusinghiera, qualcosa che la convinca che non ha commesso un errore ad accogliere una ragazza in lutto che sembra del tutto indegna degli insegnamenti della Spence. Avanti, Gemma, gettale un osso, dille che sei felice e orgogliosa di far parte della grande famiglia Spence. Mi limito a un cenno d’assenso. Il suo sorriso svanisce.

«Finché resterà qui io posso essere un solido alleato, a patto che lei rispetti le regole. Altrimenti sarò la morsa che la rimetterà al suo posto. Ci siamo capite?».

«Sì, Mrs Nightwing».

«Ottimo. Ora le mostro la scuola e poi potrà cambiarsi per partecipare alla preghiera».

 

§

 

«La sua camera è qui». Siamo al terzo piano e avanziamo per un lungo corridoio con molte porte. Sui muri sono appesi ritratti fotografici delle varie classi della Spence, volti sgranati ancora più difficili da distinguere alla luce fioca dei pochi lumi a gas. Entriamo in una stanza in fondo a sinistra. Mrs Nightwing spalanca la porta a rivelare un ambiente angusto e ammuffito che si potrebbe descrivere ottimisticamente come squallido e che in realtà è una topaia. Uno scrittoio macchiato, una sedia e un lume. Lungo le pareti, a destra e a sinistra, due lettini di ferro. Uno sembra occupato, con le lenzuola ordinatamente rincalzate. L’altro, il mio, è infilato sotto una trave del tetto che di sicuro rischierà di spaccarmi la testa se mi alzerò troppo di scatto. È un abbaino, appoggiato sul fianco dell’edificio come un ripensamento, perfetto per un ripensamento di ragazza, aggiunta all’elenco all’ultimo istante.

Mrs Nightwing passa un dito sul piano dello scrittoio e aggrotta la fronte, scoprendo un velo di polvere. «Ovviamente diamo la precedenza a quelle ragazze che tornano da noi per vari anni di seguito» spiega, come a scusarsi del mio alloggio. «Ma penso che troverà la sua camera allegra e accogliente. Si gode un’ottima vista dalla finestra».

Ha ragione. Vedo il prato inondato dal chiaro di luna, i giardini, la cappella sulla collina e una folta cortina di alberi.

«Una vista incantevole» dico, cercando di mostrarmi nello stesso tempo allegra e accomodante.

La cosa compiace Mrs Nightwing, che sorride. «Dividerà la stanza con Ann Bradshaw. Ann è molto disponibile. È una delle studentesse con la borsa di studio».

È un modo carino per dire: «Una di quelle accettate per carità», una povera ragazza spedita a scuola da un lontano parente o destinataria di una borsa di studio da parte di uno dei benefattori della Spence. Il letto di Ann è rimboccato con precisione e liscio come vetro, e io mi chiedo quale sia la sua situazione e se andremo abbastanza d’accordo perché mi parli di sé.

L’armadio è socchiuso. C’è appesa un’uniforme: gonna bianca a pieghe, camicetta bianca con inserti di pizzo sul petto e maniche a sbuffo, stivaletti bianchi con ganci e lacci, un mantello di velluto blu con cappuccio.

«Può cambiarsi per la preghiera. Le do qualche minuto». La Nightwing chiude la porta e io mi infilo l’uniforme allacciando i tanti minuscoli bottoncini. La gonna è troppo corta, ma per il resto la taglia è perfetta.

Mrs Nightwing nota la striscia mancante sull’orlo e corruga la fronte. «È molto alta». Proprio quello che una ragazza vuole sentirsi ricordare. «Diremo a Brigid di aggiungere una balza». Si volta e io la seguo fuori.

«Dove dà quella porta?» chiedo, indicando l’ala in penombra all’estremità opposta del pianerottolo, dove una pesante porta doppia sta di guardia, chiusa da un massiccio chiavistello. Il genere di serratura necessaria per tenere fuori le persone. O per custodire dentro qualcosa.

Mrs Nightwing aggrotta la fronte e stringe le labbra. «Quella è l’ala est. È stata distrutta da un incendio anni fa. Non la utilizziamo più, perciò l’abbiamo chiusa. Risparmiamo sul riscaldamento. Venga».

Mi passa davanti. Io mi incammino dietro di lei, poi mi guardo alle spalle e gli occhi mi cadono sulla base della porta chiusa, dalla quale filtra una lama di luce. Potrebbe essere la stanchezza per la fine della giornata e il lungo viaggio, oppure il fatto che sto cominciando ad abituarmi a vedere cose, ma posso giurare di aver visto un’ombra muoversi sul pavimento oltre quella porta.

No. Vattene.

Mi rifiuto di permettere al passato di trovarmi qui. Devo controllarmi. Chiudo gli occhi per un istante e mi faccio una promessa.

Non c’è niente lì dietro. Sono stanca. Aprirò gli occhi e vedrò solo una porta.

Quando guardo, non c’è niente.