Spike, dopo aver lasciato il padre e il villaggio in cui ha trascorso l’infanzia, viene rapito da Jimmy Crystal e dai compagni che lui chiama le sue “dita”. Per sopravvivere ed entrare suo malgrado nella terribile banda, è costretto a battersi contro uno di loro e a ucciderlo per prenderne il posto. L’incubo, però, non è finito, perché Jimmy si crede il figlio del Grande Caprone, detto anche Satana, e il suo unico scopo è quello di trovare i sopravvissuti alla Rabbia e torturarli nei modi più crudeli. Il gruppo s’imbatte in quello che crede essere la dimora del maligno: un castello fatto d’ossa che però Spike sa essere opera del dottor Kelson, il quale è riuscito miracolosamente a instaurare un rapporto con un Alpha, riuscendo, tramite una parziale sedazione, a comunicare con lui. Il medico è certo di poter trovare una cura che potrebbe riportare l’uomo a uno stato di coscienza precedente alla malattia, ma il tempo stringe e l’arrivo della banda di Jimmy è imminente.

28 anni dopo, uscito lo scorso anno, ha sancito il ritorno di Danny Boyle alla regia e di Alex Garland alla sceneggiatura nella serie horror alla quale entrambi avevano lavorato nel 2002 con 28 giorni dopo, senza però proseguire la collaborazione nel sequel del 2007. La nuova pellicola, accolta con entusiasmo dalla maggior parte del pubblico e della critica, ha dimostrato che, anche a più di vent’anni di distanza dall’uscita del primo capitolo, il mordente era ancora tutto lì. Il mondo è cambiato, ma il tema dell’epidemia come Armageddon capace di polverizzare l’umanità e di ricondurla a uno stato primordiale di barbarie non ha affatto perso efficacia, tutt’altro. 28 anni dopo racconta un’Inghilterra isolata e priva di un’identità nazionale, attraversata da un forte senso di paura e di distanza etica, non lontano da quanto avvenuto nel 2020 in seguito alle scelte di auto-isolamento politico (Brexit) e sanitario (Covid). In questo senso, la scelta di adottare il punto di vista di un bambino, il cui percorso emotivo evolve dall’ammirazione per il padre eroico all’amore per la madre, fino alla misericordia rappresentata dal medico, conferisce al racconto una chiara densità etica, che va oltre il semplice intrattenimento action.

28 anni dopo: Il tempio delle ossa riprende il racconto dal punto in cui era stato interrotto, ma questa volta, oltre a Spike, che più che l’eroe della vicenda resta uno spettatore passivo, è il dottor Kelson a imporsi come vero protagonista. La sceneggiatura rimane affidata ad Alex Garland, mentre alla regia subentra Nia DaCosta, segnando un cambio di registro netto rispetto allo stile di Danny Boyle. Se, da un punto di vista puramente narrativo, l’evoluzione del protagonista, ormai lontano dalla sicurezza della famiglia, lo conduce verso una violenza sempre più estrema, sul piano della messa in scena il film rinuncia a ogni barocchismo per adottare una forma più classica e funzionale al racconto. In questo secondo capitolo l’horror si sposta dagli infetti agli esseri umani: la violenza autentica non è più quella dei mostri che divorano gli uomini, ma quella degli uomini che provano piacere nell’esercizio della violenza gratuita.

Questa nuova prospettiva, che coincide con quella del personaggio di Kelson, pone gli infetti non più come nemici, ma come malati privi di scelta e, dunque, non colpevoli. Quando il medico riesce infatti a instaurare un dialogo con l’Alpha che soprannomina affettuosamente Samson, risulta evidente come, per quest’ultimo, la violenza prescinda dalla volontà, a differenza di quanto accade con Jimmy Crystal. Entrambi, plasmati dalla catastrofe quando erano ancora bambini, hanno però seguito destini differenti, collocandosi all’interno di due sistemi di valori opposti: quello di chi non ha possibilità di scelta (e quindi colpa) e quello di chi, invece, una scelta ce l’ha. In un mondo così radicalmente polarizzato, sembra non esserci spazio per l’indecisione: o si imbocca la strada del sacrificio, oppure si soccombe alla follia più maligna. Nel terzo capitolo, previsto già per quest’anno, sarà Spike a dover scegliere da quale parte stare.