Scomparsa oggi a 71 anni, Catherine O'Hara è stata, per molti di noi, una presenza di confine: sempre a metà tra il quotidiano e l’irreale, tra il riconoscibile e qualcosa che scivola di lato. Non è un caso che due dei suoi ruoli più impressi nella memoria collettiva appartengano a mondi che, in modi diversi, non funzionano secondo le regole normali.
In Mamma, ho perso l’aereo, Kate McCallister è una madre intrappolata in una frattura del reale. Un errore minimo — una sveglia, un conto sbagliato — apre un varco. Il mondo familiare si spezza e lei è costretta ad attraversare aeroporti, fusi orari, limiti burocratici e fisici come se stesse tentando di rientrare in una dimensione che le è stata sottratta.
Kate non combatte mostri, ma combatte il tempo. Non lancia incantesimi, ma persevera. È una protagonista fantasy mascherata da madre borghese: il suo potere è non fermarsi.
Dall’altra parte c’è Beetlejuice — e, nel 2024, Beetlejuice Beetlejuice — dove Catherine O’Hara interpreta Delia Deetz, una donna che vive già oltre la soglia, anche senza accorgersene.
Delia non capisce la casa che abita, non capisce i morti che la popolano, non capisce fino in fondo nemmeno se stessa. È fuori fase, fuori scala, fuori posto. Eppure non viene mai trattata come una macchietta.
Nel primo Beetlejuice Delia è spaesamento puro: una presenza inadatta a qualsiasi piano dell’esistenza, che reagisce all’ignoto irrigidendosi, cercando forma e controllo attraverso l’arte.
In Beetlejuice Beetlejuice la ritroviamo diversa, ma non “risolta”: più consapevole del caos, forse, ma ancora incapace di dominarlo davvero. Non è l’arco classico della redenzione. È una persistenza. Delia continua a esistere accanto all’assurdo, non sopra di esso.
In entrambi i casi, O’Hara non spiega il mondo in cui si trova. Lo attraversa.
Non rassicura lo spettatore. Lo accompagna.
È qui che il suo lavoro incrocia il fantasy nel senso più autentico: non come genere, ma come esperienza di spaesamento. I suoi personaggi non dominano l’ignoto, ci convivono. Non lo risolvono, lo tengono insieme quel tanto che basta per andare avanti.
Anche come doppiatrice (tra i ruoli maggiormente noti: Sally in Nightmare Before Christmas, Tina in Chicken Little, Madame Carlotta in Un mostro a Parigi, Susan Frankenstein in Frankenweenie, Marnie anziana in Quando c'era Marnie, Brook Ripple in Elemental), ha portato avanti la stessa poetica: figure dissonanti, mai levigate, riconoscibili prima per il ritmo che per l’immagine.
Forse è per questo che Catherine O’Hara resta così impressa.
Perché ci ha mostrato che il confine tra reale e irreale non è fatto di portali o formule arcane, ma di errori, fraintendimenti, case sbagliate, figli dimenticati, mondi che continuano a esistere anche quando non li capiamo più.











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