- Una domanda alle voci italiane
- Pete Docter: l’immaginazione resta il centro
- Lindsey Collins: giocare vuol dire anche annoiarsi
- Gianluca Gazzoli: un film che ci riguarda tutti
- Federico Basso: il buon compromesso e il corto circuito
- Katia Follesa: la perdita della curiosità
- Ilaria Stagni: orientarsi, ricordare, resistere
- L’intelligenza artificiale e il lavoro della voce
- Sal Da Vinci: il cuore nel passato e la testa nella modernità
- Il desiderio di essere scelti, senza nostalgia facile
- Un film sulla misura
Alla conferenza stampa di Toy Story 5, il discorso non si è fermato alla nostalgia per una saga amata da più generazioni, ma ha toccato un punto molto contemporaneo: il modo in cui il film riflette sull’obsolescenza, sui dispositivi digitali e sul tempo sottratto all’immaginazione. In sala, Pete Docter e Lindsey Collins, produttori del film, hanno parlato del rapporto fra fantasia e tecnologia, mentre le voci italiane hanno riportato il confronto su un terreno ancora più concreto, fatto di ricordi d’infanzia, vecchi strumenti ormai superati, socialità perduta e inquietudini legate all’intelligenza artificiale.
A fare da sfondo c’era anche un’altra domanda emersa durante l’incontro, quella sul desiderio di essere scelti in un’epoca in cui algoritmi e schermi competono costantemente per la nostra attenzione. È un riferimento importante perché aiuta a capire il cuore di Toy Story: i giocattoli non chiedono solo di essere usati, ma di essere preferiti, ricordati, amati. In Toy Story 5, però, questo bisogno si misura con una concorrenza nuova, molto più aggressiva, rappresentata dalle tecnologie digitali che assorbono tempo, sguardo e concentrazione.
Una domanda alle voci italiane
Nel corso della conferenza, ho rivolto una domanda alle voci italiane che spostava il discorso su un piano autobiografico e simbolico insieme: doppiando personaggi che rappresentano epoche tecnologiche diverse, vi è capitato di pensare a un vecchio giocattolo o a un dispositivo della vostra infanzia che oggi vi sembra già “preistorico”?
Le risposte hanno reso il senso della distanza tra le tecnologie del passato e quelle del presente, e di ciò che questo salto ha cambiato nel nostro rapporto con il gioco, la memoria e la vita quotidiana, non limitandosi a evocare oggetti del passato, ma raccontando soprattutto una sensazione: quella di vivere in un mondo in cui intere abitudini, intere modalità di apprendimento e persino intere professionalità rischiano di diventare improvvisamente vecchie. Il “preistorico”, in questa prospettiva, non è soltanto il vecchio giocattolo abbandonato in una scatola, ma un modo di stare al mondo che la rivoluzione digitale ha messo sotto pressione.
Pete Docter: l’immaginazione resta il centro
All’inizio dell’incontro, Pete Docter ha risposto a una domanda sul valore dell’immaginazione oggi, spiegando che per Pixar non è cambiato il principio di fondo. Docter ha detto che l’immaginazione resta il nucleo del lavoro creativo dello studio e che il film vuole mostrare quanto la fantasia possa essere divertente e magica
proprio come contrappunto alla tecnologia. In questa cornice, Toy Story 5 non oppone semplicemente vecchio e nuovo, ma difende lo spazio mentale in cui un bambino può ancora inventare, fantasticare e giocare senza essere immediatamente assorbito da uno schermo.
Docter ha poi ribadito, più avanti nella conferenza, che il desiderio di essere scelti è un sentimento universale rimasto intatto dai tempi del primo film. Richiamando il cuore di Woody e la sua ansia di non essere più il preferito, ha spiegato che questo bisogno di riconoscimento continua a parlare a tutti, ma oggi incontra una minaccia ulteriore: la tecnologia. La sua frase più netta è stata che, nel momento in cui metti la tecnologia nelle mani di un bambino, per i giocattoli hai perso
: un’immagine durissima, che rende bene il salto di scala tra la concorrenza emotiva del 1995 e quella odierna.
Lindsey Collins: giocare vuol dire anche annoiarsi
Lindsey Collins ha approfondito il rapporto tra gioco e tecnologia insistendo su un aspetto decisivo: l’importanza del tempo libero non colonizzato dagli schermi. Collins ha detto che il gioco, la noia, l’invenzione e l’atto stesso di immaginare restano fondamentali e che, come genitori, si dovrebbe incoraggiare proprio quel tipo di tempo “vuoto” da cui nascono la creatività e le storie. Quando ha parlato del valore di essere lontani dagli schermi
, ha dato la chiave più chiara per leggere il tema dell’obsolescenza nel film.
Il punto implicito, ma fortissimo, è che a diventare obsolete non sono solo le tecnologie vecchie. A rischiare l’obsolescenza sono anche pratiche umane basilari, come annoiarsi, fantasticare, costruire mondi interiori senza una mediazione costante del digitale. In questo senso, Toy Story 5 sembra chiedere non se il nuovo debba sostituire il vecchio, ma che cosa siamo disposti a perdere ogni volta che accettiamo questa sostituzione come inevitabile.
Gianluca Gazzoli: un film che ci riguarda tutti
Tra le voci italiane, Gianluca Gazzoli (voce italiana di Bullseye) è stato uno dei più espliciti nel collegare il film alla nostra esperienza quotidiana dei dispositivi. Commentando la battuta di Jessie ai giocattoli tecnologici, voi state rubando il tempo
, Gazzoli ha detto di sentirsi chiamato in causa, come genitore e come spettatore, perché il film interroga direttamente chi oggi ha una maggiore consapevolezza dell’uso dei dispositivi di ogni genere. Secondo lui, Toy Story 5 farà riflettere il pubblico forse ancora più dei capitoli precedenti proprio per questa capacità di toccare una questione concreta e diffusa.×
Più avanti, Gazzoli ha toccato il tema della socialità in modo ancora più profondo. Ha spiegato che il film indaga ciò che stiamo perdendo nelle relazioni, perché i giochi aiutano i bambini a entrare in contatto con altri bambini, mentre la tecnologia può modificare radicalmente questo processo. La sua immagine più felice è stata quella del Medioevo della tecnologia
: un’epoca in cui usiamo strumenti potentissimi ma stiamo solo cominciando a capire davvero cosa ci tolgono e cosa ci lasciano.
Federico Basso: il buon compromesso e il corto circuito
Federico Basso, che doppia il giocattolo elettronico Smarty Pants, ha portato nel dibattito una nota molto concreta sul modo di guardare il film e di vivere la tecnologia. Da un lato ha osservato che vederlo su un dispositivo personale sarebbe quasi paradossale, perché si creerebbe un “corto circuito” fra il contenuto del film e il mezzo su cui lo si guarda. Dall’altro ha insistito sul fatto che la tecnologia non vada demonizzata, ma collocata in una giusta dimensione
rispetto ai vecchi giocattoli e, più in generale, rispetto a un’esperienza equilibrata dell’infanzia.
La parte più significativa del suo intervento riguarda però il ruolo dei genitori. Basso ha detto con chiarezza che il bambino, se si trova il dispositivo davanti, ne resta inevitabilmente affascinato; per questo l’equilibrio dev’essere dettato
dagli adulti, attraverso educazione, buon senso e compromesso. Dentro questa idea c’è un aspetto essenziale della tua domanda: il vecchio giocattolo “preistorico" non è solo un ricordo, ma anche un termine di paragone per capire quanto l’educazione sia cambiata e quanto il digitale abbia ridisegnato i margini della scelta.
Katia Follesa: la perdita della curiosità
Katia Follesa è la voce del gioco che inizialmente soppianta i vecchi giocattoli, il pad Lilypad. Ha risposto al tema della tecnologia insistendo su ciò che si perde in termini di autenticità e desiderio di ricerca. Si è definita una nostalgica e ha detto che il problema principale è il fatto che, con la tecnologia, abbiamo tutto ancora prima della domanda
. In altre parole, il digitale tende a soddisfare immediatamente il bisogno di sapere, ma proprio per questo rischia di svuotare la curiosità, la fatica della ricerca e il piacere della scoperta.
Questo è uno dei punti in cui la mia domanda ha trovato una risposta indiretta ma molto forte. L’oggetto “preistorico” non è soltanto il vecchio telefono, la cartuccia, il giocattolo meccanico o il registratore dell’infanzia. È anche il simbolo di un tempo in cui il desiderio passava attraverso una ricerca più lenta, meno assistita, e in cui il rapporto con le cose comportava più attesa, più memoria e più partecipazione personale.
Ilaria Stagni: orientarsi, ricordare, resistere
Ilaria Stagni, voce "storica" di Jessie, ha proseguito il ragionamento di Follesa con esempi molto concreti. Ha ricordato il tempo delle cartine analogiche, delle indicazioni chieste per strada, del dubbio vissuto come parte normale dell’esperienza. Oggi, ha osservato, esiste una generazione che rischia di non perdersi mai perché ha sempre un navigatore in tasca; ma proprio questa sicurezza assoluta può significare la perdita di altre competenze, come l’orientamento, il ricorso alla memoria o la capacità di tollerare l’incertezza.
Stagni, però, non ha proposto una condanna totale della tecnologia. Ha ricordato che internet è una risorsa enorme, una risorsa infinita
, ma che va usata con cautela. È una posizione molto equilibrata, che si accorda bene con l’idea centrale emersa in conferenza: la tecnologia non è il nemico, ma diventa un problema quando rende superflue facoltà umane che invece dovrebbero restare vive.
L’intelligenza artificiale e il lavoro della voce
Sempre Ilaria Stagni ha poi spostato il discorso su un terreno ancora più sensibile: quello dell’intelligenza artificiale nel doppiaggio. Ha dichiarato che la tecnologia non si può fermare e che occorre conviverci, ma ha aggiunto che proprio per questo bisogna mettere paletti
. Nel suo campo, quello della recitazione vocale, l’IA rappresenta un pericolo reale; e tuttavia, ha insistito, l’emozione di una voce autentica, di una vera interpretazione, non potrà mai essere sostituita del tutto da una macchina, anche se capace di apprendere.
Questo passaggio allarga il senso della domanda che ho posto. Il dispositivo “preistorico” non è solo ciò che abbiamo lasciato indietro da bambini, ma anche ciò che stiamo rischiando di lasciare indietro adesso: il lavoro umano, la presenza, l’irripetibilità dell’interpretazione. Toy Story 5, allora, smette di essere soltanto un film sui giocattoli e diventa una parabola su ciò che succede quando il nuovo promette di assorbire ogni funzione, ogni relazione, ogni voce.
Sal Da Vinci: il cuore nel passato e la testa nella modernità
Sal Da Vinci doppia un giocattolo tradizionale nel film, Pizza cu 'e llente, ha riportato la questione su un piano più emotivo e generazionale. Ha raccontato di sentirsi molto legato a questo mondo fin da bambino, di aver trasmesso quella passione ai figli e poi ai nipoti, e ha usato una formula efficace per descrivere il rapporto con il film: vivere con il cuore nel passato e la testa nella modernità
. È una frase che sintetizza bene l’intera atmosfera della conferenza, perché indica una nostalgia non regressiva, capace di restare affettivamente ancorata al passato senza rifiutare il presente.
Quando poi ha ricordato la propria esperienza nel doppiaggio, confrontando il passato delle registrazioni “a colonne” con le sale attrezzate di oggi, Sal Da Vinci ha dato corpo a un’altra forma di obsolescenza: quella tecnica, professionale, industriale. Il suo racconto mostra che non è solo il giocattolo a invecchiare, ma anche i modi di lavorare, i supporti, gli spazi, gli strumenti con cui si produce immaginario.
Il desiderio di essere scelti, senza nostalgia facile
Il riferimento alla domanda sugli oggetti che desiderano essere scelti resta fondamentale per capire il senso complessivo dell’incontro. Pete Docter ha spiegato che quel bisogno è rimasto universale dal 1995 a oggi, ma che la tecnologia ha alzato enormemente la posta in gioco. Jessie, nella lettura dei creativi Pixar, incarna proprio questo scontro: è il personaggio che affronta più direttamente la minaccia portata dai dispositivi e dalla loro capacità di monopolizzare l’attenzione del bambino.
È qui che il tema dell’obsolescenza si chiarisce davvero. Non si tratta di piangere la fine dei vecchi oggetti, né di rifiutare in blocco il nuovo. Il punto è chiedersi che cosa diventa obsoleto quando uno schermo prende il posto di tutto il resto: il gioco libero, la noia creativa, la memoria, l’orientamento, la socialità, la visione condivisa, perfino il lavoro artistico di una voce.
Un film sulla misura
Alla fine, la conferenza stampa di Toy Story 5 ha restituito l’immagine di un film meno interessato alla nostalgia che alla misura. Pete Docter difende l’immaginazione come centro del lavoro Pixar; Lindsey Collins insiste sul valore del gioco e della distanza dagli schermi; Gianluca Gazzoli, Federico Basso, Katia Follesa, Ilaria Stagni e Sal Da Vinci traducono questi temi in un linguaggio quotidiano, fatto di dispositivi in tasca, ricordi analogici, relazioni da preservare e timori molto concreti per il futuro del lavoro creativo.
In questo senso, domandarsi come giocattoli e dispositivi “preistorici” rispecchia uno dei temi del film. Perché ciò che sembra vecchio non è sempre superato, e ciò che appare nuovissimo non coincide per forza con un progresso umano. Toy Story 5 sembra muoversi proprio su questa soglia: quella in cui il passato non viene idealizzato, ma continua a ricordarci che alcune cose, il gioco, il tempo, la curiosità, la voce, la presenza, non dovrebbero mai diventare obsolete.












