Nel 1976. Il minatore Aldo Marín fugge dal regime cileno del generale Augusto Pinochet insieme all'amico Chapa e si rifugia a Torino, lasciandosi dietro moglie e figlio.
I due, pur uniti dalle vicende politiche, hanno da subito diverse visioni su come integrarsi nell'Italia degli anni di piombo. Se Chapa sembra impelagato in loschi traffici con dei mafiosi, Aldo cerca di rigare dritto, lavorando in una fabbrica.
Ma sono appunto gli anni in cui tra rivendicazioni e manifestazioni, i terroristi piazzavano bombe nelle fabbriche. Aldo ne scova una e, sulla scorta della sua esperienza di minatore che piazzava esplosivi, la disinnesca.
Suscita così l'attenzione di una cellula di terroristi che, approfittando della sua difficoltà a mettersi in contatto con la famiglia in Cile, gli propone di lavorare per loro, costruendo bombe. Aldo accetta con il patto che lui costruisca le bombe e non le piazzi e che, soprattutto, queste non facciano vittime.
Il suo contatto con la cellua sarà Luciana, una dottoressa che pratica aborti clandestini, che instaura con Aldo un'amicizia che diventerà sempre più profonda. Luciana aiuterà concretamente Aldo a cercare di sapere quale sia stato il destino dei suoi familiari. Di contro Aldo, quando la donna sarà minacciata e malmenata da dei poliziotti abusanti del loro potere, reagirà in modo estremo, cercando un'esplosiva vendetta.
Il Cileno, diretto da Sergio Castro-San Martín, è un film che lambisce molti temi. La difficoltà di integrazione degli immigrati è sicuramente proiettabile, forse in modo ancora più pregnante, anche al giorno d'oggi. Rifugiati politici, ora come allora, sono bersaglio di persone senza scrupoli che cercano di approfittare del loro stato di necessità.
Aldo vive in una condizione permanente di spaesamento e che si racconta attraverso un'illusione di distacco morale, "io non metto le bombe, le fabbrico soltanto", destinata a infrangersi quando il personaggio stesso diventa un bomba a tempo emotiva, destinata inevitabilmente a esplodere.
La tensione narrativa del film cresce come una miccia che scivola silenziosamente verso la detonazione. Attorno a lui si muovono altre figure segnate dalla vita e delle loro tragedia: Luciana, ferita da un dolore passato e votata a un'assistenza clandestina, ed Enrico, leader di una banda anarchica che tenta disperatamente di tenere insieme i resti di un'utopia rivoluzionaria sganciata da un contatto con le esigenze della vita reale.
Resta confuso invece il ruolo dell'amico Chapa, forse al centro di un intreccio tra mafie, servizi e dittature, ma non ben chiarito.
Ed è su questo fronte che il film mostra la corda, più concentrato sulla dimensione intima dei protagonisti e sul loro senso di perdita, lasciando lo spettatore con domande senza risposta. siamo lontani dal cinema civile che certe ipotesi aveva la sfrontatezza di farle, e più vicini a un cinema di personaggi e sentimenti.
















