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Tradurre è tradire? Ce lo svela Valeria Galassi

Il secondo romanzo tradotto da Valeria Galassi, il suo primo fantasy
Sì, probabilmente è così: tradurre è un po' come tradire. Un vecchio detto che in parte trova conferma nelle parole di Valeria Galassi, nota traduttrice di romanzi e saggi, conosciutissima per il suo lavoro sulle opere di Diana Gabaldon. Tradurre è tradire, e in certi casi è anche "migliorare" ciò che arriva dall'estero. L'arte della traduzione è per questo difficile e complessa, richiede ottime conoscenze linguistiche ma anche doti da "editor" e, spesso e volentieri, un'ampia base culturale per sopperire alle più disparate nozioni presenti nei vari volumi.
Di tutto questo, e di molto altro ancora, abbiamo parlato con Valeria Galassi in una nostra intervista che spazia dal romanzo, al saggio, dai traduttori che hanno fatto scuola, fino ai rapporti fra traduttori e autori.
Dall'intervista: "Penso che un traduttore sia un autore, punto. Solo che riscrive libri altrui. Certo, tradurre è meno impegnativo che scrivere un libro di sana pianta, ma la parte autoriale, creativa, rimane, secondo me. Basta confrontare le versioni di due traduttori diversi, per capire quanto ognuno ci mette di sé!"
L'intervista:
A questo link, l'intervista con Valeria Galassi: Valeria Galassi: e Io Traduco.
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Commenti
2 Completamente d'accordo col commento precedente, forse la trilogia delle lande e' fra le peggiori traduzioni della storia del fantasy. Fra l'altro resto piuttosto agghiacciato dall'idea che un traduttore ci metta del suo e si senta un autore.
» postato da (Paolo Cerrocchi) alle 09:28 del 03-06-2009
3 E da un po' che non leggo romanzi in italiano e quando mi capita mi si rizzano i capelli per le castronate che trovo. Poi leggo: "A volte mi è capitato di tradurre libri di autori, in qualche caso anche di una certa fama, che scrivevano davvero male, e lì sì che ho "tradito" a tutto spiano! Non mi sono posta il problema della fedeltà, se non altro perché tradendoli sentivo di fare loro un favore!" "Il risultato finale sarà qualcosa di "altro", ma l'importante è che rimanga intatto lo spirito, l'atmosfera dell'originale." "Penso che un traduttore sia un autore, punto. Basta confrontare le versioni di due traduttori diversi, per capire quanto ognuno ci mette di sé! " No, no e no! Il lavoro del traduttore è delicato e importante. E' ovvio che a seguito della prima traduzione, tipo babel-fish, bisogna poi passare alla revisione e soprattutto fase dell'"adattamento" alla lingua; ma che il traduttore si permetta di "correggere" lo stile dello scrittore per migliorarlo, si limiti a "mantenere lo spirito e l'atmosfera" o che ci metta qualcosa di sé lo trovo spaventoso, disonesto nei confronti e dell'autore – anche quando si pensa di fargli un "piacere" - e di chi legge e soprattutto tremendamente presuntuoso. Già detesto quando vengono travisati i titoli dei romanzi, com'è capitato di recente con Gaiman il cui "The Graveyard Book" è stato tradotto con il terribile titolo "Il figlio del Cimitero", figurarsi quando i traduttori si sentono anche autori e agiscono come tali.
» postato da (Klytia ) alle 11:31 del 03-06-2009
4 « Già detesto quando vengono travisati i titoli dei romanzi, com'è capitato di recente con Gaiman il cui "The Graveyard Book" è stato tradotto con il terribile titolo "Il figlio del Cimitero", figurarsi quando i traduttori si sentono anche autori e agiscono come tali.» Mi ritrovo perfettamente d'accordo, non l'avrei saputo dire meglio!
» postato da Yenvel alle 11:51 del 03-06-2009
5 La questione è complessa. Montale è stato tra i più prolifici traduttori del secolo scorso e riteneva che durante l'atto della traduzione fosse indispensabile l'apporto del traduttore. Non a caso, se si confrontano alcune delle poesie da lui tradotte e gli originali si può notare come si tratti quasi di opere diverse, le quali mantengono però quasi del tutto intatto il senso profondo, il quale talvolta poteva derivare dalla musicalità dei versi e altre volte dal messaggio. Tuttavia, lui traduceva poesie, che è cosa ben diversa dalla prosa. In questo senso, posso concordare sul fatto che il traduttore debba comunque metterci del suo (è inevitabile), ma l'errore della Galassi, a mio avviso, sta nel pensare che è l'opera deve piegarsi alla volontà del traduttore, quando invece è l'esatto contrario. Detto ciò, non avendo mai letto un'opera da lei tradotta, non sono in grado di giudicarne l'abilità specifica. Rimane il fatto che mi trovo più in disaccordo che in accordo con le di lei parole.
» postato da Okamis alle 12:05 del 03-06-2009
6 All'estero spesso quando un libro è tradotto indicano il nome del traduttore come se fosse un coautore. Che il traduttore sia un autore è stabilito anche dalla legge, che considera la traduzione un'opera d'ingegno soggetta alle stesse regole previste per l'autore dell'opera. L'idea che la traduzione consista nel fare prima un babel fish e poi aggiustare è ridicola. Non hai idea di cosa significhi tradurre. S*
» postato da S* alle 12:54 del 03-06-2009
7 Se invece etichettare quello che di fatto era un riassunto un po' brutale del complesso processo di traduzione come un'affermazione "ridicola" (thank you very much) mi vuoi illuminare, sono tutta orecche occhi visto che siamo su internet. Se la legge considera un traduttore alla stregua di un autore non mi interessa, il punto è se si è disposti ad accettare il fatto che il traduttore ci metta un po' troppo del suo, correggendo, migliorando e talvolta anche aggiungendo.
» postato da (Klytia ) alle 14:08 del 03-06-2009
8 « L'idea che la traduzione consista nel fare prima un babel fish e poi aggiustare è ridicola. Non hai idea di cosa significhi tradurre. S*» non credo che Klytia intendesse questo, era per dire "una prima stesura di corsa", immagino... E qui è questione di metodo individuale, esattamente come per gli autori: c'è chi butta giù la prima bozza di corsa e poi torna a rifinire e rifinire e chi sta tutto il tempo necessario sulla singola pagina, per poi fare una revisione generale 'di corsa' su un manoscritto già ottimamente confezionato. Personalmente - e non credo di essere digiuna di traduzioni, anche se non l'ho mai fatto di mestiere, né di 'patenti', visto che ho un Proficiency - sono d'accordo che il traduttore faccia alla fine, nella propria lingua, un lavoro simile a quello dell'autore. Ma la bravura sta appunto nel conservare il più possibile stile, toni, registri, umori. Un traduttore che mi "migliora" lo stile, francamente fa rizzare i capelli pure a me. Chi gliel'ha chiesto? E in base a cosa il suo è migliore poi? Mi ricorda tanto i romanzi francesi di Harry Potter dove espungono tutte le frasi anche lontanamente 'diseducative' come Ron che incita a bigiare le lezioni. Se fossi la Row mi incazzerei come una biscia per queste cose, non per il Lexicon!
» postato da Marina alle 14:25 del 03-06-2009
9 «si è disposti ad accettare il fatto che il traduttore ci metta un po' troppo del suo, correggendo, migliorando e talvolta anche aggiungendo. » Sono d'accordo con te, per me il traduttore deve tradurre e non cambiare secondo il suo umore. A me piacerebbe leggere l'opera dell'autore leggittimo dell'opera e non quello che una legge considererà pure autore, ma non lo è, ai miei occhi, dell'opera da tradurre.
» postato da GattaMatta alle 14:27 del 03-06-2009
10 La questione "traduzione" è talmente complessa che, a mio avviso, saltare alla gola di una traduttrice che lo fa da anni così in fretta mi sembra, questo sì, un po' presuntuoso. Se si inquadra lo "scrivere male", sono anch'io contrario a un eccessivo rimaneggiamento del testo. "Scrivere male" è un giudizio che si può basare anche su dati tecnici oggettivi, ma non solo su quelli. Quindi, per una questione di umiltà nel lavoro, è il caso di essere prudenti. Se si inquadrano, invece, le oggettive differenze che ci sono tra inglese e italiano, il discorso che fa l'intervistata è perfettamente condivisibile. Non esiste una traduzione che non rimaneggi il testo e poi, nella nostra lingua, fili via liscia. La sola punteggiatura, spesso, va cambiata. Tanto per fare un esempio... I problemi delle traduzioni (specie del nostro amato genere), secondo me, sono ben altri. A volte si travisa il senso, proprio per mancanza di "prospettiva fantasy", per mancanza di una *vera* cultura nel campo. Dopo la scomparsa dell'amatissima Rambelli, nessun altro è riuscito a conquistarmi con le sue traduzioni (sguardo limitato alle mie letture, ovviamente). Forse per mancanza di autori alla fonte che scrivessero come Ursula Le Guin? Probabile... Ma la stessa Ursula Le Guin non è più stata tradotta come dalla Rambelli, nemmeno lontanamente.
» postato da Negróre alle 14:40 del 03-06-2009
11 «La questione "traduzione" è talmente complessa che, a mio avviso, saltare alla gola di una traduttrice che lo fa da anni così in fretta mi sembra, questo sì, un po' presuntuoso.» premetto che questa traduttrice non so manco chi sia, quindi parlo enza pregiudizi, però ti faccio notare che il fatto di fare un mestiere da molti anni non è di per sè - PER NESSUNA PROFESSIONE, beninteso - indice di qualità « Se si inquadra lo "scrivere male", sono anch'io contrario a un eccessivo rimaneggiamento del testo. "Scrivere male" è un giudizio che si può basare anche su dati tecnici oggettivi, ma non solo su quelli. Quindi, per una questione di umiltà nel lavoro, è il caso di essere prudenti. Se si inquadrano, invece, le oggettive differenze che ci sono tra inglese e italiano, il discorso che fa l'intervistata è perfettamente condivisibile. Non esiste una traduzione che non rimaneggi il testo e poi, nella nostra lingua, fili via liscia. La sola punteggiatura, spesso, va cambiata. Tanto per fare un esempio... » dal tenore della citazione a me dà l'impressione che si parli porprio del primo caso. Mi sembra un'affermazione di una leggerezza inaudita, stile "chissenefrega del testo, rielaboriamolo un (bel) po' che ci guadagna in salute". Poi può darsi che sia stata un'uscita non ponderata attentamente, ma resta infelicissima
» postato da Marina alle 14:57 del 03-06-2009
12 Da quando mi sono messa a leggere i romanzi in lingua originale mi sono resa conto della difficoltà in cui va incontro un traduttore, ma sicuramente l'arduo lavoro non lo autorizza a rielaborare l'opera di uno scrittore. Io vedo il traduttore ideale come un profondo conoscitore della lingua e delle sue molte sfumature (slang, modi di dire ecc...) che interviene sul testo da tradurre mantenendo il più possibile lo stile dell'autore, del resto come puoi permetterti di rielaborare lo stile e le parole di Jane Austen? Mi sembra che l'intrusione dei traduttori sia più un fenomeno recente e trovo presuntuoso che un traduttore si elevi al ruolo di autore.
» postato da Glorehlen alle 15:19 del 03-06-2009
13 «« L'idea che la traduzione consista nel fare prima un babel fish e poi aggiustare è ridicola. Non hai idea di cosa significhi tradurre. S*» non credo che Klytia intendesse questo, era per dire "una prima stesura di corsa", immagino... E qui è questione di metodo individuale, esattamente come per gli autori: c'è chi butta giù la prima bozza di corsa e poi torna a rifinire e rifinire e chi sta tutto il tempo necessario sulla singola pagina, per poi fare una revisione generale 'di corsa' su un manoscritto già ottimamente confezionato. Personalmente - e non credo di essere digiuna di traduzioni, anche se non l'ho mai fatto di mestiere, né di 'patenti', visto che ho un Proficiency - sono d'accordo che il traduttore faccia alla fine, nella propria lingua, un lavoro simile a quello dell'autore. Ma la bravura sta appunto nel conservare il più possibile stile, toni, registri, umori. Un traduttore che mi "migliora" lo stile, francamente fa rizzare i capelli pure a me. Chi gliel'ha chiesto? E in base a cosa il suo è migliore poi? Mi ricorda tanto i romanzi francesi di Harry Potter dove espungono tutte le frasi anche lontanamente 'diseducative' come Ron che incita a bigiare le lezioni. Se fossi la Row mi incazzerei come una biscia per queste cose, non per il Lexicon!» Quotone ^_^
» postato da Okamis alle 15:20 del 03-06-2009
14 Ribadisco un concetto del tutto personale che andrebbe sbattuto in faccia a tutti i traduttori che a più riprese tentano di dare velleità letterarie al loro lavoro di "traduzione". Il lettore vuole leggere l'autore tanto più fedelmente possibile. Il traduttore non ha diritto di pensare neanche lontanamente che un suo riadattare possa essere ben visto dal pubblico. Il traduttore viene pagato per tradurre e non per rielaborare nell'ottica che la sua rielaborazione sia migliore dell'originale. Il discorso della Galassi non sta ne in cielo ne in terra. Il traduttore migliore è quello che non fa pesare la proprio lavoro. Certi traduttori non meritano neanchè che il proprio nome venga inserito all'interno del volume (come si faceva un tempo) per inettiudine o per mediocrità dei risultati. Tradotto dalla Galassi ho letto solo le lande di ghiaccio ma dal poco che ho letto e dalle fesserie che va divulgando penso che faccia parte di questa categoria.
» postato da (Dario Giuliano) alle 15:57 del 03-06-2009
15 Fantastico: questa signora trasforma dei romanzi in degli scempi letterari e se ne vanta pure; fossi R.A. Salvatore verrei in Italia a prenderla a schiaffi...
» postato da (Alessandro Osmani) alle 16:14 del 03-06-2009
16 «
Quotone ^_^»
Okamis, se andiamo avanti così ben presto mi accuseranno di averti sottoposto alla Maledizione Imperius, te ne rendi conto, vero?
:">
» postato da Marina alle 16:16 del 03-06-2009
17 «« L'idea che la traduzione consista nel fare prima un babel fish e poi aggiustare è ridicola. Non hai idea di cosa significhi tradurre. S*» non credo che Klytia intendesse questo, era per dire "una prima stesura di corsa", immagino... » L'ha scritto lei, mica io. Se poi per rispondere devo aspettare che qualcuno traduca quello che ha detto Klythia... sempreché la traduzione non sia un tradimento. Qui vedo un sacco di commenti incavolati da parte di gente che non ha la minima idea di cosa stia parlando. È francamente un po' fastidioso. Poi naturalmente c'è chi ne sa di più e commenta in modo più appropriato. Il discorso in realtà non ha soluzione. Se vuoi leggere le cose esattamente come le ha scritte l'autore, l'unica soluzione è quella di imparare la lingua: e visto che qui non si parla di cose scritte in aramaico ma di cose scritte in inglese, direi che è anche quasi obbligatorio. Le lingue non sono entità determinate matematicamente. A ogni parola, anche quella più analoga, nelle diverse lingue corrispondono sfumature diverse. Una traduzione non può e non sarà mai fedele parola per parola. La cosa migliore che si può fare è cercare il più possibile di conservare lo spirito, ma è ovvio che qui si va su un terreno molto meno preciso, perché è una cosa soggetta a interpretazione e a vicinanza di sentimenti con l'autore. Senza contare che dove un lettore vede una cosa un altro può vedere una cosa diversa, e la traduzione può spingere più da una parte o più dall'altra. Questo senza necessariamente dover affrontare giochi di parole, ambivalenze e cose del genere, che comunque sono comuni. Inoltre c'è l'errore di fondo di considerare il testo dell'autore originale sacro e intoccabile. Non lo è. Il il testo dell'autore è già stato corretto, manipolato e magari riscritto dall'editor originale. Se ha ancora problemi probabilmente l'editor originale ha fatto un cattivo lavoro. Esempio, Angeli & Demoni prima edizione americana, che come sapete è ambientato a Roma, era pieno zeppo di errori di italiano, errori georgrafici, assurdità varie. La traduzione italiana lo ha corretto segnalando tutti i problemi all'editore originale. L'edizione americana successiva, uscita dopo Il codice da vinci, ha recepito le correzioni e il testo americano è uscito migliore di quello della prima edizione. Insomma: il testo non è scolpito nella pietra, sono byte buttati dentro un computer da un essere umano che può benissimo scrivere una frase venuta male, che si chiami pinco pallino o che si chiami JK Rowling o JRR Tolkien, e l'editor come il traduttore hanno il diritto e il dovere di sistemare le cose sbagliate. Senza ovviamente tradire lo spirito. Poi la realtà dei fatti naturalmente è che i traduttori hanno poco tempo e sono pagati poco e tirano via per finire più in fretta possibile. Ma questo è un altro discorso. S*
» postato da S* alle 16:45 del 03-06-2009
18 Silvio,
siamo d'accordo tutti, credo, che se un frase non sta sintatticamente in piedi nell'originale, va aggiustata;
che se ci sono errori vanno corretti;
che un termine può essere tradotto in un modo piuttosto che un altro con qualche variazione di sfumatura;
oppure (sempre caso HP), che un termine slang inglese britannico è diverso dall'equivalente americano e va cambiato per rendere comprensibie il testo al lettore di quel Paese
Ma non è quello che sembra dire la traduttrice in questione quando parla di 'riscrittura' migliorativa.
Se - ripendo l'esempio della Rowling - mi fai sparire intere frasi in un dialogo, oppure, per trasportare su terreno più familiare il lettore, traduci cauldron cakes con polentine (ma ce li vedi i Britannici a mangiare polentine?), oppure (esempio inventato) il mio personaggio dice "chi se ne fotte" e tu lo traduci con "acciderbolina, ma cosa mai ce ne cale di ciò" e tutto ciò solo perché tu traduttore, o il tuo editore, o il tuo Paese ritenete che devi essere più bello, politically correct piuttosto che educativo o piuttosto che quel che ti pare, qualcosa che non funziona converrai che c'è...
Sul pagamento da fame dei traduttori è purtroppo un'altra storia...![]()
» postato da Marina alle 17:07 del 03-06-2009
19 Credo che la questione della traduzione sia molto complessa. In effetti, il traduttore prende il posto dell'autore nel trattamento della lingua e lo deve fare necessariamente in base alle sue conoscenze della lingua di base e di quella di arrivo, per mantenere una certa sfumatura, un certo livello, di cui quasi nessuno dei lettori si accorgerà. Grandi traduttori sono stati Quasimodo o Pavese, che non a caso erano anche autori. Non so esprimere un mio giudizio sulle traduzioni fantasy, a parte molti errori, ma credo di capire (NON di approvare) il motivo di una certa correzione di tiro del linguaggio (premesso che non ho idea di chi sia la traduttrice): in ambito italiano, si è sempre tenuto molto conto di uno "stile" linguistico legato ad un determinato autore che, per quanto poco io ne sappia, è molto meno importante in altre lingue. Quindi, lo vedo come un adattamento (ripeto, NON condiviso da me) a una norma della letteratura italiana. Comunque, molti traduttori ci mettono del loro e molte traduzioni sono belle anche per questo (parlo da affezionata all'Iliade di Monti, che, filologicamente parlando, è un disastro). Se si vuole un'opera fedele all'autore, mi spiace, si impara l'inglese e si legge in lingua originale, anche se è faticoso e all'inizio si leggeranno due pagine al giorno. Non credo possa esistere una traduzione che non tradisca.
» postato da nisana alle 20:42 del 03-06-2009
20 Personalmente conto di pubblicare altre interviste a traduttori. Nel bene e nel male sono persone che come gli autori, si espongono mettendoci la loro firma.
Ognuno è ovviamente libero di esprimersi in merito, non concordo soprattutto con alcuni toni saccenti di questa discussione, nei confronti di persone che lavorano. Ma il mondo è bello perchè avariato.
Mi sembra giusto parlare con questi professionisti del loro lavoro. Altre interviste a traduttori sono in arrivo! ![]()
» postato da Manex alle 22:17 del 03-06-2009
21 ««La questione "traduzione" è talmente complessa che, a mio avviso, saltare alla gola di una traduttrice che lo fa da anni così in fretta mi sembra, questo sì, un po' presuntuoso.» premetto che questa traduttrice non so manco chi sia, quindi parlo enza pregiudizi, però ti faccio notare che il fatto di fare un mestiere da molti anni non è di per sè - PER NESSUNA PROFESSIONE, beninteso - indice di qualità» Mi devi spiegare cosa c'entra con ciò che ho scritto. La quantità non è indice di qualità, ma se non altro di esperienza, nel bene e nel male. Marina, sono serio: ci vuole più rispetto, per tutti. Altrimenti le battaglie portate avanti per il proprio "corpo" (nel mio caso quello degli autori) finiscono per apparire faziose e basta. Guarda caso, io, che sono un autore, non sono rimasto così scandalizzato dalle parole della traduttrice. Dovrei essere imbufalito, stando al vostro ragionamento. Come mai non lo sono? Forse perché, di parole lavorando e lavorando e lavorando ancora, a contatto con chi ne fa una professione, s'impara il rispetto del lavoro altrui. Le porcherie vanno condannate (quando si hanno le prove, però), non l'onestà intellettuale. Non so voi, ma io questa bella signora non la conosco, né conosco le sue traduzioni (della prima traduzione lei stessa parla con una certa distanza professionale, dovuta all'esperienza. Sono certo che, dietro a tre semplici frasi in croce, ci sia un vissuto e un ponderato enorme). Perché devo arroccarmi parlando del rispetto del testo originale (che come dice S* è una chimera - anche se va considerato che un buon editor lavora sul testo a fianco dell'autore, cosa che invece per un traduttore spesso non avviene)? Perché, se non ho nessuna esperienza in merito? Perché non ascolto con attenzione, in silenzio, e non apprezzo l'onestà intellettuale di una persona che era perfettamente conscia di dire una cosa a molti indigesta? Perché saltare alla gola, insomma?
» postato da Negróre alle 23:14 del 03-06-2009
22 «Il lettore vuole leggere l'autore tanto più fedelmente possibile. Il traduttore non ha diritto di pensare neanche lontanamente che un suo riadattare possa essere ben visto dal pubblico. Il traduttore viene pagato per tradurre e non per rielaborare nell'ottica che la sua rielaborazione sia migliore dell'originale. Il discorso della Galassi non sta ne in cielo ne in terra. Il traduttore migliore è quello che non fa pesare la proprio lavoro. Certi traduttori non meritano neanchè che il proprio nome venga inserito all'interno del volume (come si faceva un tempo) per inettiudine o per mediocrità dei risultati. Tradotto dalla Galassi ho letto solo le lande di ghiaccio ma dal poco che ho letto e dalle fesserie che va divulgando penso che faccia parte di questa categoria.» E' bene tenere a mente che la cosiddetta "traduzione letterale" è impossibile tra due lingue, soprattutto se di matrice diversa (anglosassone vs latina, ad esempio). Quindi dire che il lavoro del traduttore consiste ANCHE in una rielaborazione del testo originale non è un'eresia, ma la pura e semplice verità. Rimane il fatto, tuttavia, che il traduttore (e mi riferisco al caso specifico della prosa, visto che la poesia rappresenta un mondo a parte) dovrebbe sempre ricordarsi che la sua "autorità" deve sempre essere subordinata all'originale, a prescindere che l'opera gli/le piaccia o meno. Un conto è correggere le sviste dell'autore (cosa non solo legittima, ma doverosa), ben altro conto è mutarne lo stile. Compito del traduttore (IMO) dovrebbe essere di recepire lo stile dell'autore e adattarlo alla nuova lingua in cui va tradotto. Insomma, detto con parole non mie, la presenza del traduttore deve risultare allo stesso invisibile e marcata agli occhi del lettore.
» postato da Okamis alle 23:49 del 03-06-2009
23 «««La questione "traduzione" è talmente complessa che, a mio avviso, saltare alla gola di una traduttrice che lo fa da anni così in fretta mi sembra, questo sì, un po' presuntuoso.»
premetto che questa traduttrice non so manco chi sia, quindi parlo enza pregiudizi, però ti faccio notare che il fatto di fare un mestiere da molti anni non è di per sè - PER NESSUNA PROFESSIONE, beninteso - indice di qualità»
Mi devi spiegare cosa c'entra con ciò che ho scritto.
La quantità non è indice di qualità, ma se non altro di esperienza, nel bene e nel male.
»
e no, Andrea, NEL MALE proprio no, mi spiace... Sto parlando in generale, sia chiaro, ma se uno fa per 20 anni un lavoro ma lo fa male (e non sto parlando del caso specifico, lo ripeto a scanso di equivoci che mi sa che qui dentro volano come dei Concorde), non mi sembra qualcosa da tenere in gran conto
«
Marina, sono serio: ci vuole più rispetto, per tutti.»
non vedo come esprimere un giudizio su un'affermazione sia una mancanza di rispetto. Fa parte del normale confronto su un argomento. Se uno non vuole il confronto non si espone, sta sulla sua torre d'avorioccome fanno ad es i Gamberi, e buonanotte ai suonatori. Il rispetto si manca quando dall'argomento si scivola ad attaccare la persona dell'interlocutore. E adesso non dirmi che l'ho fatto perché se no è la volta che un invito di nessun rispetto lo rivolgo a te eh, André !
:">
«
Guarda caso, io, che sono un autore, non sono rimasto così scandalizzato dalle parole della traduttrice. Dovrei essere imbufalito, stando al vostro ragionamento. Come mai non lo sono? »
perché ognuno la pensa a modo suo! Ma che ragionamento è, scusa ?
E cmq è lo stesso discorso che si applica al buon editor: se è davvero buono consiglia, guida, indica ma non impone mai la sua personalità sul testo, a meno che l'autore non si esima dala trovare soluzioni alle pecche indicate. E non mi dire che il traduttore non può farlo perché in molti casi non lavora a fianco dell'autore, perché se il testo originale è passato attraverso un editor professionista quella fase è superata, non s erve ripeterla
«
Forse perché, di parole lavorando e lavorando e lavorando ancora, a contatto con chi ne fa una professione, s'impara il rispetto del lavoro altrui.»
di nuovo, non è questione di rispetto per la persona, è questione di opinione divergente su un affermazione. Mi sembra che tu confonda alla grande le due cose
«
Le porcherie vanno condannate (quando si hanno le prove, però), non l'onestà intellettuale.»
cosa c'entra adesso l'onestà intellettuale? Cavolo mi stai facendo un pistolotto sul nulla!
«
Perché devo arroccarmi parlando del rispetto del testo originale (che come dice S* è una chimera - anche se va considerato che un buon editor lavora sul testo a fianco dell'autore, cosa che invece per un traduttore spesso non avviene)? Perché, se non ho nessuna esperienza in merito? »
e perché la TUA (non) esperienza dovrebbe essere quella di tutti quelli che hanno commentato, scusa?
» postato da Marina alle 23:56 del 03-06-2009
24 «e perché la TUA (non) esperienza dovrebbe essere quella di tutti quelli che hanno commentato, scusa?»
Forse perché nessuno ha affermato di essere un traduttore professionista?
Finiamola di trincerarci dietro la dicitura "sana discussione": è un dito che non nasconde, quando si manca di rispetto. Discutere è sano, ma non è insultare.
Nessuno ha insultato nessuno? O volete dire che nessuno ha usato parolacce? No, perché le due cose sono, ancora una volta, diverse. Fossi in voi (ma non lo sono), mi calerei nei panni della traduttrice e rileggerei tutti gli interventi...
In ogni caso, ho detto la mia.
Non c'era riferimento a te precisamente, Marina, ma rispondevo direttamente a te perché tu mi hai direttamente citato. Semplice. Il mio discorso era sulla discussione (sugli interventi letti), che in alcuni casi mi sono parsi un po' troppo aggressivi.
Siate d'accordo con me, non siate d'accordo con me: finisce comunque qui. ![]()
» postato da Negróre alle 11:19 del 04-06-2009
25 ««e perché la TUA (non) esperienza dovrebbe essere quella di tutti quelli che hanno commentato, scusa?»
Forse perché nessuno ha affermato di essere un traduttore professionista?
»
va bene, ma anche senza essere professionista si può aver tradotto roba per anni, si può conoscere una lingua e si può aver visto fior di esempi di cattive traduzioni 'professioniste'. E anche questa è esperienza, anche s enon 'santificata' da una patente.
Professionista in fondo vuol dire poco, per me, e te lo spiego con un esempio: tu hai scritto per lungo tempo x FM, ti sei mai sentito inferiore a certi scribacchini 'professionisti' solo perché iscritti all'albo? Stessa cosa nei riguardi di un traduttore.
L'aggettivo che per me è una vera discriminante è, semmai, professionale. Perché in tutte le branche ci sono hobbysti professionali e ci sono professionisti amatoriali.
«
Finiamola di trincerarci dietro la dicitura "sana discussione": è un dito che non nasconde, quando si manca di rispetto. Discutere è sano, ma non è insultare.
Nessuno ha insultato nessuno? O volete dire che nessuno ha usato parolacce? No, perché le due cose sono, ancora una volta, diverse. Fossi in voi (ma non lo sono), mi calerei nei panni della traduttrice e rileggerei tutti gli interventi...
In ogni caso, ho detto la mia.
Non c'era riferimento a te precisamente, Marina, ma rispondevo direttamente a te perché tu mi hai direttamente citato. Semplice. Il mio discorso era sulla discussione (sugli interventi letti), che in alcuni casi mi sono parsi un po' troppo aggressivi.
»
beh, io ovviamente posso rispondere solo di ciò che ho scritto io (anche se riconosco con te che qualcuno è venuto avanti un po' come un trattore 
ed è quel che ho fatto. E visto che hai quotato me, pensavo che appunto ti riferissi a me
E io sarò anche molto piatta quando dico le cose, lo ammetto, ma non mi sembra di prendermela mai con la persona. Controbatto, a volte con molto vigore, la tesi che non mi convince, certo, ma confrontare visioni opposte è del resto lo scopo di una discussione e, in ultima istanza, di un forum.
» postato da Marina alle 12:19 del 04-06-2009
26 Accetto l'appunto sul "professionista". Cambiamolo in "professionale". Non so tu, e gli altri, ma io non ho dubbi sulla professionalità di una traduttrice che lavora per la Corbaccio, che è una casa editrice che appartiene allo stesso gruppo editoriale della Nord (che conosco almeno un po' personalmente). Mi sembra un azzardo considerarla poco professionale soltanto in base a un'affermazione discutibile - non sto dicendo che sia stato detto esplicitamente, ma se a qualcuno venisse la tentazione... Davvero si crede che la Corbaccio dia in mano l'intera saga della Gabaldon (un successo che tira molte copie) a una traduttrice che non sa il fatto suo? Cioè, mi dico, vogliamo davvero mettere in dubbio la professionalità di Valeria Galassi? E, di conseguenza, di tutti quelli che la scelgono e continuano a sceglierla? So perfettamente che il mio ragionamento non porta a un'automatica "incoronazione" di Valeria Galassi come la migliore traduttrice del mondo. Ma, visto che siamo riusciti a capirci su certi interventi sopra le righe, mi sembra un grosso azzardo giudicarla in base alla prima traduzione fatta in vita sua (come se io venissi giudicato in base a "Le sette gemme": non mi sembrerebbe corretto) e a un certo coraggio/sprezzo del "pericolo" nell'affermare qualcosa di cui, evidentemente, si è convinta sul campo - giusto o meno che sia.
» postato da Negróre alle 13:09 del 04-06-2009
27 «Accetto l'appunto sul "professionista". Cambiamolo in "professionale". Non so tu, e gli altri, ma io non ho dubbi sulla professionalità di una traduttrice che lavora per la Corbaccio, che è una casa editrice che appartiene allo stesso gruppo editoriale della Nord (che conosco almeno un po' personalmente). Mi sembra un azzardo considerarla poco professionale soltanto in base a un'affermazione discutibile - non sto dicendo che sia stato detto esplicitamente, ma se a qualcuno venisse la tentazione... » io la penso in questo modo: il fatto di lavorare per un grosso non è DI PER SE', automatico indice di professionalità, e qui non mi riferisco solo alla traduzione ma a tutti coloro che svolgono una professione sotto l'ombrello di una grande firma, in qualsiasi campo. Premesso questo, io non ho detto che questa traduttrice è poco professionale, perché non ho letto nulla di quel che ha tradotto. O meglio, ho avuto la sventura di leggere il quinto della Gabaldon (che lei considera spassosa e di cui afferma che gli episodi rosa non siano il solo motore, mentre io dissento con entrambe le affermazioni, ma qui va sicuramente a gusto e cmq non c'entra nulla col discorso che stiam facendo), ma non ho il paramtro inglese con cui confrontarlo (e mi guardo bene dal comprarlo, BRRR). Ho detto solo che l'affermazione mi fa drizzare i capelli in testa, questo sì. E qualora questo fosse il metro che applica abitualmente alle sue traduzioni, beh, allora Corbaccio o no, mi sembra un pessimo metodo. Che non c'entra più col professionale o amatoriale, resta solo un pessimo metodo al di là di qualsiasi parametro, a mio modestissimo avviso. E come autore, sono sicura che se ti trovassi in questa situazione ti arrabbieresti anche tu Andrea: perché un conto è l'editor che ti dice "sto passaggio non va, riscrivimelo tenendo presente questo e quest'altro". Ma sei sempre tu alla fine a riscriverlo. Un altro conto è l'editor (o il traduttore, in questo caso) che ti cambia un pezzo di sana pianta per adattarlo meglio, lui direttamente, al registro che ha in mente. Senza consultarti, senza avvisarti, senza darti la chance di farlo da te. Non è questione di primadonnismo dell'autore e sacralità dle testo, è un questione di rispetto del lavoro altrui (e anche dl diritto d'autore, se vogliiamo cavillare).
» postato da Marina alle 13:24 del 04-06-2009
28 Non ho il piacere di libri in lingua inglese perché mi mancano molte basi. Il traduttore, però, ha sempre suscitato il mio interesse: è il ponte diretto tra lo scritto dell'autore e me lettore (una volta pubblicato). Devo fidarmi, dunque, volente o nolente.
«"Penso che un traduttore sia un autore, punto. Solo che riscrive libri altrui."»
Ecco, in questo passaggio io non ci vedo un legame così netto. Secondo me, il traduttore può adattare (peggiornado o migliorando), rifinire ciò che l'autore ha ideato, ma è proprio nell'ideazione che sta la sostanziale differenza tra i due ruoli. Un traduttore che è anche autore, sì, è in grado di poter offrire 'mestiere' alle dinamiche di traduzione.
«"A volte mi è capitato di tradurre libri di autori, in qualche caso anche di una certa fama, che scrivevano davvero male, e lì sì che ho “tradito” a tutto spiano! Non mi sono posta il problema della fedeltà, se non altro perché tradendoli sentivo di fare loro un favore! E a quel punto il traduttore svolge anche un lavoro di editing, come al solito nell’ombra…"»
Qui non mi trova d'accordo, mi spiace. Pur apprezzandone l'intento — anche se quel 'a tutto spiano' mi vede perplesso —, questo tipo di approccio invasivo nei confronti di una 'cattiva scrittura dell'autore', anche se per 'migliorare', non mi piace. Preferisco sapere se quell'autore scrive male, perché altrimenti non leggerò più l'opera originale, ma un ibrido di due figure distinte, seppur nel rispetto dell'atmosfera. Chi non legge in lingua, quindi senza confronto, non se ne può accorgere, ma resta pur sempre un prodotto finale distorto (nella miglior accezione del termine, s'intende).
Lungi da me prendermela con Valeria Galassi, è solo una riflessione a voce alta per amor di discussione.
Un discorso analogo può essere fatto per i doppiatori di film (per i quali ho molta invidia). Non so voi, ma io la differenza tra uno bravo e uno meno bravo la sento, eccome. C'è l'immedesimazione a tracciare il solco, e il più delle volte è dovuta al fatto che quello più bravo ha studiato recitazione, conosce le relazioni che ci devono essere sul palcoscenico e le ricrea a sua volta. E lo fa dando 'spessore' alla sua voce (e una vita alle spalle), non riscrivendo il dialogo. Al massimo è tra la sceneggiatura (ideazione) e l'interpretazione dell'attore (traduce in immagini le parole, ma sempre di traduzione si tratta) che ci potranno essere rivisitazioni sostanziali. A pensarci bene, in questo caso, non mi darebbe fastidio. Strano, mi sto contraddicendo da solo.
Ergo, la mia verità ultima è che non conosco i 'dietro le quinte' di un attività come questa in oggetto, quindi cercherò di approfondire meglio con le successive interviste di Manex, in modo da ampliare il mio pensiero. Magari arriverò a stravolgerlo. Fantastico.
Sarebbe interessante capire cosa ne pensano gli autori presenti qui su FM nel caso un loro romanzo venisse tradotto con lo 'sconvolgimento a tutto spiano' di alcune loro scene. Lo dico senza istigazione polemica
, sia chiaro, solo per capire il punto di vista di che autore lo è veramente.
» postato da by Ax alle 13:54 del 04-06-2009
29 ««
Già detesto quando vengono travisati i titoli dei romanzi, com'è capitato di recente con Gaiman il cui "The Graveyard Book" è stato tradotto con il terribile titolo "Il figlio del Cimitero", figurarsi quando i traduttori si sentono anche autori e agiscono come tali.»
Mi ritrovo perfettamente d'accordo, non l'avrei saputo dire meglio!»
Lo dico senza polemica, anzi, l'argomento mi interessa molto, ma di questo romanzo ho letto soltanto critiche riferite al titolo, davvero (che nel caso specifico è stato scelto dalla redazione di comune accordo con Gaiman). Qualcuno l'avrà letto? Su, fatemi il culo!
Vi sfido! (aiutoooooo! noo, non fatelo). I Jack? Andavano tradotti? Avevo anche trovato una soluzione carina, ma che mandava a puttane tutto il registro della narrazione. È un lavoro fatto di scelte difficili. Quando l'azzecchi nessuno parla di te, quando sbagli tutti a lapidarti.
Ma è un lavoro splendido specie quando lavori su autori come Gaiman, anche se poi la sensazione è quella di ritrovarti in pigiama in mezzo alla piazza del paese. Tutti dicono di averlo letto, tutti ne parlano. Molti parlano del fatto che se ne parla. Il titolo è l'argomento standard.
Scherzi a parte, sono comunque d'accordo su molte delle cose che sono state dette in questo thread, e, cosa più sostanziale, anche con le perplessità di Klytia (come spiego più avanti): anche a me sulle prime ha un po' lasciato perplesso quella frase della collega (che non conosco, e che magari avrò frainteso).
Per me il traduttore NON è lo scrittore. Io mi sento più spesso come... un direttore d'orchestra, o un cantante di karaoke, fate voi (dipende da quanto vi piace il risultato, ma anche la base musicale, suppongo). Insomma, uno che offre una sua cover, una versione sua, su una partitura altrui.
Io credo che la collega volesse dire questo.
Una traduzione ha un difetto, un peccato originale, irrisolvibile: NON è l'originale. Se canto De André, non dovete prendervela con me perché non ho la sua voce... ma solo se non sto solo facendo del mio meglio.
Io non sono lui. Dovrei smettere per questo? E allora De André non lo canta più nessuno? La scelta è, imparare l'inglese e leggere in originale (cosa che consiglio caldamente, anche per i libri che ho tradotto: l'originale è l'originale, insomma!) oppure accettare il gioco, rassegnarsi un po' e accettare che possa capitarvi un traduttore ignorante, irrispettoso, presuntuoso (che spero non sia il mio caso, e sicuramente neppure quello della collega).
E, ribadisco, se potete leggete l'originale.
E poi attenzione a non semplificare troppo le cose.
Ci sono traduttori e traduttori, e soprattutto ci sono autori e autori, libri e libri. (E nello stesso libro, ci sono pagine e pagine, ciascuna con la sua storia e le sue scelte, le cose da sacrificare e quelle da compensare in altro modo).
Chi si accosta a, mettiamo, un Dan Brown, DEVE correggere, aggiustare, limare. Perché Dan Brown è un ignorante assoluto, e misteriosamente non ha un editor, o il suo editor è un cugino analfabeta dell'autore, chessò. Avete mai preso in mano "Angeli e Demoni" in inglese? Aah, ve lo consiglio, la lettura comica dell'estate! Non c'è UNA parola in italiano (e sono numerosissime) che sia scritta correttamente. Roba da chiamare i carbonieri... ehm.. i carabinieri,
e farlo arrestare.
Che facciamo, per rispetto di Mr. Brown ci teniamo il cardinale camerLEGNO? Ma ci sono intere frasi che sono nella loro stessa essenza assolutamente improponibili, e allora vai, giù col machete. Qualcuno si scandalizzerà? Ma dai! è quella lenza di Dan Brown, suvvìa. Non dico che non vada preso sul serio, ma è un prodotto particolare creato per essere leggero e godibile, e essergli fedeli significa anche appianare appena un po' certe cavolate già che ti capitano per le mani. Con rispetto, ma non reverenziale, ecco. Quando un traduttore parla di riscrittura, usa evidentemente un'iperbole, ma intende questo. Quell'intrico di difficoltà di cui parlavo qui sopra, più la necessità di appianare certe cose che in certi libri sarebbero indigeribili. Adattare al tempo, al luogo, oltre che alla cultura differente.
Poi, il concetto di intoccabilità di un libro nasce dall'idea errata che un libro sia solo frutto dell'ingegno solitario di un autore. Purtroppo, o per fortuna, non è così. Ci mettono le mani decine di persone, ci sono editor, revisori di bozze... figure oltretutto ancor più nascoste del traduttore e dell'autore, ma altrettanto fondamentali (e che hanno la disgrazia di non essere mai citate, ma anche la fortuna di avere il traduttore a beccarsi comunque pure le loro colpe). Con tutto ciò, la domanda posta in questo thread era evidentemente retorica e tutti sappiamo la risposta: nessun autore sarà mai disposto ad accettare un intervento massiccio da parte di un traduttore, neanche se necessario, e lo stesso Dan Brown sosterrà che quella del camerlegno è stata una scelta sofferta che voleva esprimere la durezza e infiammabilità del personaggio, e che i carbonieri sono degli ex camerlegni rimasti un po' scottati dagli eventi.
Ma vivaddio non c'è solo Dan Brown (che ci vuole, ma a piccolissime dosi). Ci sono anche libri meravigliosi, splendidi, che ti fanno paura solo a metterci mano, che vanno trattati con i guanti di velluto, per non sciuparne il ritmo, la poesia. Un bravo traduttore passa i suoi bei quarti d'ora (che corrispondono a kilowatt di bolletta da non sapere come pagare, sigh) a cercare l'aggettivo giusto, il finto-sinonimo che ha quella sfumatura in più.
Alla fine devi quasi sempre sacrificare qualcosa. Ci sono giochi di parole intraducibili, e miliardi di approcci a ciascun problema. Metto una nota? Tolgo il gioco di parole? Quale delle due è la soluzione che mi tiene più fedele alle intenzioni dell'autore?
Secondo me il libro dev'essere semplicemente bello e godibile quanto l'originale e dire la stessa cosa.
Non necessariamente le stesse cose, ma fondamentalmente la stessa cosa, e con lo stesso tono di voce, senza sembrare tradotto.
Secondariamente, io cerco la fedeltà assoluta, ma NON credo ai discorsi sulla fedeltà.
Nel senso che sono mal posti.
La fedeltà è un credo, un dogma, e un'illusione.
Forse un ideale, una chimera, un'utopia.
Vista in quest'ottica, è una cosa nella quale è necessario credere.
Alla quale mirare.
Sapendo bene cos'è.
Se il libro dev'essere semplicemente bello e godibile quanto l'originale e dire la stessa cosa, e con lo stesso tono di voce, senza sembrare tradotto... se, posta questa condizione, si può essere il più possibile fedeli alla frase e anche alla parola, magari alla virgola, bene.
Altrimenti, bisogna comunque guardare al senso vero della parola dentro la frase, e della frase dentro al paragrafo, e al paragrafo nel messaggio del libro.
Un esempio fresco fresco dal libro al quale sto lavorando in questi giorni, una cosa per la quale troverò di certo una soluzione molto stupida (e quindi non prendetela come una lezione di traduzione, non sono all'altezza per stare su una cattedra, è solo una provocazione)
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Se l'originale in inglese una ragazza dice qualcosa tipo "He must have something in his sleeve", per voi come dovrei tradurlo?
Pensateci bene per favore, se vi occorre consultate un dizionario, prima di continuare a leggere.
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E se poi il protagonista le risponde, "Ma Wendell ha le maniche corte!"?
(Ahaaa, problema! Allora le maniche vanno mantenute?).
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E se qualche rigo ancora dopo il protagonista vede Wendell e dice, "Sorrido fra me perché oggi Wendell ha le maniche corte"?
(Uh, ma allora devo proprio mantenere le maniche? E il significato della prima frase come lo rendo?)
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E se, allargando il campo al libro intero, il protagonista fosse un ragazzo che soffre di un lieve autismo e ha problemi a comprendere le espressioni figurate? (Oh, ma allora ci vuole per forza un'espressione figurata che lui deve prendere alla lettera?)
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E se Wendell fosse un bastardo che trama alle spalle del ragazzo? (E quindi non possiamo sostituire con un'espressione figurata presa a caso)
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Qual è il livello di fedeltà da mantenere?
Qual è la cosa più importante da mantenere e quale cosa possiamo sacrificare?
Siamo sicuri ad esempio, che per mantenere la manica, infilargli un asso sotto il polsino sia la cosa più fedele, per l'insieme del libro?
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E, alla fine, siamo sicuri che questo gioco di parole debba rubare un pomeriggio intero al nostro lavoro, magari trascurando il resto del libro?
Il succo è che la parola perfetta sembra fedele ma può uccidere il paragrafo, snaturando il libro.
Se il termine infedele mi permette di essere fedele al senso generale della frase, o se snaturando la frase salvo il paragrafo, o se storpiando il paragrafo salvo il romanzo, con queste scelte sarò stato fedele o infedele?
Con tutto ciò, io cerco di rispettare ogni parola, anche la virgola. Ma solo quando si può e suona naturale. Nel dubbio, ogni volta che ho un dubbio, io scelgo di essere fedele al lettore...
Carusi, è un lavoraccio. Ok, fai una cosa splendida, di cui vai fierissimo, e non stai chiuso in una fabbrica. Puoi persino montarti la testa. Però come in ogni fiaba ci sono i cattivi. Il mutuo da pagare, la casa vuota che sembra parlarti e ti getta nell'angoscia, la frase contorta che magicamente il giorno dopo diventa semplice... e quando il lieto fine sembra arrivato, ti arriva la strega cattiva che ce l'ha a morte con l'editore perché magari prima lavorava per quella collana lì e se n'è andata sbattendo la porta ma non ha le... ovaie per attaccarlo direttamente, e dice che la traduzione, chessò, è sciatta, è legnosa (ci sono alcuni aggettivi standard, e altri un po' più ricercati, che si possono gettare a piene mani sul capo del povero traduttore: legnosa, ampollosa, mediocre, incostante, zigrinata, ermafrodita, icignica, cugruffa... un periodo andava fortissimo la parola "corrusco", poi un tizio deve averlo cercato sul dizionario e da quell'istante è del tutto scomparsa dall'uso), magari mostrando chiaramente, e in più punti, di non aver letto davvero il tuo lavoro ma solo qualche nota stampa e degli stralci dell'originale.
Ci sono i recensori fai da te di certi blog, che anziché avere quell'approccio gioioso, allegro e naif del lettore vorace e entusiasta, si mettono a scimmiottare i recensori e le loro frustrazioni... sono i peggiori (non che bastino a rovinarti la giornata, specie se è stata una giornata trascorsa tra le righe di Susan Musgrave... però...). Ci sono quelli che, a prescindere, se amano l'autore, la colpa è del traduttore.
Ci sono gli editori che pagano poco e male, e quello lo sappiamo. Ci sono i colleghi che si radunano alle conferenze e si parlano addosso (ma è solo un modo per vincere la solitudine, sappiate... ore e ore tappati in casa sul significato di "polidismorfopalinclasìa"
, mentre altri colleghi seduti su un pulpito sopra una nuvoletta stile Goku sparano similitudini esistenzialiste del tipo "la traduzione è un atto d'amore", "la traduzione è sofferenza", "la traduzione è un zufrasso profumato", "la traduzione è la traduzione è la traduzione"... sono tutte cose che fanno male al nostro lavoro, che dovrebbe essere semplicemente: "mettiti lì e traduci, stronzo". Quello che dico sempre è che siamo gli odontotecnici della letteratura. Ogni tanto ci montiamo la testa perché siamo fondamentali, ma... siamo fondamentali. Sarà questa frustrazione data dal non essere scrittori, o sarà forse colpa di quest'epoca sciatta e superficiale e buzzurra, ma quello della letteratura è un mondo pieno di matti e isteriche, e il problema è che si collocano tutti nel percorso puro che dovrebbe congiungere l'autore al lettore (badate, non escludo il primo e i secondi tra i matti e le isteriche, ma la differenza sta nel fatto che sono però le uniche figure indispensabili, e spesso vittime incolpevoli della follia degli altri coinvolti nel percorso).
Ma alla fine, quello che resta è proprio quel rapporto autore-lettore, e il libro che avete per le mani... avete mai pensato a quanti dei libri che leggete sono tradotti? E quante volte siete andati a leggere il nome del traduttore? Quante volte vi siete chiesti "come sarà in originale?" Sono certo che moltissimi di voi lo fanno.
Beh, adesso, grazie al dannato Feisbukk siamo tutti disponibili e rintracciabili, e potete persino cliccare sull'iconetta del regalino per mandarci a domicilio un bel pesce in faccia quando il nostro lavoro vi ha fatto un effetto Guttalax (può succedere, altroché).
Fatelo.
Fate questo favore alla letteratura, fateci scendere dal trono aureo sulla nuvoletta.
Ma se possibile fatelo con semplicità, con umiltà e gentilezza, vi prego.
Siamo presuntuosi a volte, spesso snob, ma alla fine siamo solo delle persone un po' tristi e e un po' fragili e poco abituate a vedere la luce del sole, come l'uomo di vetro di Amélie. Ehi, dico sul serio!
E soprattutto, adoriamo parlare lungamente di noi stessi e del nostro lavoro, se ci ponete qualche semplice domanda... io sono persuaso che se ad esempio cercate la collega (che non ho il piacere di conoscere, ma dalla faccia e dalle risposte mi sembra una persona simpatica) e le ponete le vostre perplessità in merito a quella frase sull'autore, in qualche modo alla fine ne verrà fuori un dialogo interessante.
Vi auguro solo non sia logorroica come me.
A proposito... avrò mica annoiato qualcuno?
un abbraccio a tutti voi,
G Iacobaci
p.s. la prossima volta che leggo le parole "babelfish" e "traduttore" nello stesso post, mi metto a gridare.
A meno che l'argomento non sia Douglas Adams, beninteso. :-D
» postato da Giuseppe_Iacobaci alle 13:48 del 13-08-2009
30 Grazie, Giuseppe, per il tuo intervento sagace e schietto. L'ho apprezzato. La tua collega, dopo questo post, ha chesto il diritto di replica. Lo puoi trovare qui: http://www.fantasymagazine.it/forum/viewtopic.php?p=569337#569337 Purtroppo era solo una replica, non un botta e risposta con lei.
» postato da by Ax alle 14:25 del 13-08-2009
31 Bellissimo commento Giuseppe.
«Lo dico senza polemica, anzi, l'argomento mi interessa molto, ma di questo romanzo ho letto soltanto critiche riferite al titolo, davvero (che nel caso specifico è stato scelto dalla redazione di comune accordo con Gaiman). Qualcuno l'avrà letto? Su, fatemi il culo!
Vi sfido! (aiutoooooo! noo, non fatelo). »
Sì in inglese, quindi non posso giudicare la traduzione, suppongo che la tua sfida si riferisse a questo.
Il titolo sarà anche stato concordato con Gaiman ma rimane comunque pessimo
«I Jack? Andavano tradotti? »
Petta, stop, fermati: quindi TU sei il traduttore di Graveyard Book? Fantastico.
E come hai tradotto i "Jack"?
Ma soprattutto, hai partecipato anche tu alla proposta di traduzione del titolo?
«Non c'è UNA parola in italiano (e sono numerosissime) che sia scritta correttamente. Roba da chiamare i carbonieri... ehm.. i carabinieri,
e farlo arrestare.
Che facciamo, per rispetto di Mr. Brown ci teniamo il cardinale camerLEGNO? »
Secondo me sì, con una bella nota a piè di pagina, come si usava una volta, con scritto "Scritto così in originale" o qualcosa di simile.
Perchè fare un favore a Dan Brown?
«Secondo me il libro dev'essere semplicemente bello e godibile quanto l'originale e dire la stessa cosa.
Non necessariamente le stesse cose, ma fondamentalmente la stessa cosa, e con lo stesso tono di voce, senza sembrare tradotto.»
Ahum...sì con qualche limite magari. Due esempi...anzi tre
Train Man, curioso esperimento letterario, riuscito per altro: trasformare in un romanzo una serie di commenti inseriti dagli utenti di un famoso forum per single giapponese, 2channel. Mi rendo conto che tradurre i commenti da un forum non sia semplice, tuttavia, considerando che questa storia è puramente Giapponese, era così necessario inserire frasi come "me batte forte er core"? Non era meglio lasciarle in italiano inserendo a pie' di pagina le informazioni sull'intraducibile slang usato, se usato?
Oppure, tornando a Gaiman, ho trovato questa perla ne "Gli Eterni": "non è ancora apparso a striscia la notizia". Frase che mi è suonata stonata in un fumetto chiaramente ambientato negli USA. Why?
Infine tratto da Guerrors di Gibson (in italiano tradotto col più poetico "L'accademia dei sogni"); in una scena si parla della famiglia di Tito che da "famiglia" è diventata "firma", non ho qui la citazione precisa. In italiano non vuol dire niente; perchè ho il sospetto che in inglese fosse invece "firm"? Poi magari mi sbaglio eh...
Ah, io sono la Klytia di cui sopra, quella che non sa come "funzionano le traduzioni". Che poi è vero io non mi occupo di traduzioni, leggo appunto quelle altrui (ora molto meno)...e talvolta mi accorgo di certe castronate poi è ovvio che mi si avvelenano i canini.
«mentre altri colleghi seduti su un pulpito sopra una nuvoletta stile Goku sparano similitudini esistenzialiste del tipo "la traduzione è un atto d'amore", "la traduzione è sofferenza", "la traduzione è un zufrasso profumato", "la traduzione è la traduzione è la traduzione"... »
Ti sei dimenticato "tradure è un po' tradire"
«Fate questo favore alla letteratura, fateci scendere dal trono aureo sulla nuvoletta. »
Presente!
Basta poi non lamentarsi però
«p.s. la prossima volta che leggo le parole "babelfish" e "traduttore" nello stesso post, mi metto a gridare.
»
Il babelfish è un divertente traduttore.
Ora vado a mettermi i tappi per le orecchie.
:">
» postato da Melian alle 16:20 del 13-08-2009
32 «
Oppure, tornando a Gaiman, ho trovato questa perla ne "Gli Eterni": "non è ancora apparso a striscia la notizia". Frase che mi è suonata stonata in un fumetto chiaramente ambientato negli USA. Why?
»
E' un caso molto diverso dalla letteratura IMHO.
Con i fumetti Marvel compiono simili operazioni sin dai tempi della Corno. I fumetti sono pieni di batttute che fanno riferimento a show televisivi conosciuti solo negli USA.
Talvolta ho visto il nome dello show o dell'anchor man con accanto un (*) e una didascalia espilicativa. Ricordo di aver letto battute su Rischiatutto di Mike Bongiorno (negli anni '70, ora magari ci mettono lo show dei pacchi).
E' un dilemma. Il riferimento esplicito al personaggio consente di afferrare subito la metafora, specialmente se hai 7 anni (età in cui ho cominciato a leggere fumetti marvel).
Se leggi il nome di un anchor man americano e poi in basso la spiegazione, perdi l'immediatezza, pur avendo il traduttore rispettato la lettera. Se leggi subito Bruno Vespa, capisci che metafora viene usata.
E' una scelta da fare. Un bivio che non invidio al traduttore perchè in ogni caso troverà qualcuno che la contesta.
Se non hai un aggancio la cosa diventa problematica. Se lo spettacolo o ipersonaggio è noto in Italia ormai si usa il nome reale, penso a David Letterman, Jay Leno o Ophra Winfrey. Eppure anche in quel caso, ho visto una volta una vera castronerie, con il Bill Cosby Show, tradotto come "lo spettacolo di Bill Cosby", quando invece da noi è conosciuto come "I Robinson".
i miei due cents... imho ![]()
» postato da Manex alle 17:49 del 13-08-2009
33 Suppongo sia quel dilemma espresso bene da Giuseppe sull'essere fedele al testo o fedele al lettore.
"L'essere o non essere" del traduttore
Nell'esempio degli Eterni, personalmente tendo a preferire la nota a piè di pagina mantenendo la coerenza – sottolineo coerenza, non parlo di fedeltà al testo in questo caso - con l'ambientazione e la nazionalità del fumetto, ma più o meno vale la stessa cosa anche con l'esempio che ho riportato da Train Man, cosa c'entra il romanesco?
In generale questi riferimenti non sono mai tantissimi in un fumetto e una o due note in più non mi disturbano più di tanto, in effetti sono più disturbata da questo tipo di traduzioni (altrimenti non mi sarebbero rimaste in mente
)
» postato da Melian alle 10:42 del 14-08-2009
Puoi continuare la discussione sul forum


1 Belle parole... ... peccato solo che le traduzioni dell'armenia in generale e proprio della trilogia delle lande perdute in particolare siano tra i romanzi più agghiaccianti che abbia mai letto. Per non parlare delle quarte di copertina tracciate sicuramente da gente che non ha sicuramente letto prima il romanzo. Imperdonabili. Bruenor etichettato come gnomo invece che come nano. Regis diventa un nanerottolo (vergognoso)... ... e tanti altri strafalcioni da licenziamento. Quando per far un lavoro decente bastava solo sfogliare un qualsiasi manuale di dungeons n' dragons.
» postato da (Dario Giuliano) alle 08:07 del 03-06-2009