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Essere Peter Parker

La difficoltà di essere un supereroe
Questione di identificazione con il personaggio, ecco la chiave del successo dell’Uomo Ragno. Questa almeno è da sempre la chiave di lettura che va per la maggiore tra i critici e gli psicologi, quelli almeno che vogliono sempre dare una spiegazione scientifica ai fenomeni mediatici o di massa. Un successo lungo quarant’anni che, ai tempi in cui Stan Lee e Steve Dikto lo concepirono, sconvolse tutti i cliché dell’eroe fumettistico. Per la prima volta il protagonista era un teenager, un tipo anonimo, pieno di problemi. Uno comune, insomma, che si trova coinvolto da una grande responsabilità solo in seguito a un evento del tutto fortuito come la puntura di un ragno (radioattivo nel fumetto, geneticamente modificato nel film). Spidey è fondamentalmente un uomo pieno di contraddizioni, roso costantemente dal rimorso di coscienza per non aver impedito l’omicidio dello zio, in perenne apprensione per una zia sola e bisognosa di aiuto, sempre in lotta per guadagnarsi da vivere e in continua difficoltà nel portare avanti la storia d’amore della sua vita.
Questo è ciò che rappresenta Peter Parker, un ragazzo comune in cui ogni spettatore si può rispecchiare. “Era un outsider per gli altri ragazzini” dice il regista Sam Raimi, “un introverso, un solitario a scuola. Sapevo cosa Peter provava. È il primo supereroe teenager. Il primo con problemi personali. Potrebbe essere uno di noi, mentre Superman veniva da un altro pianeta e Wonder Woman era una principessa amazzone. Per essere invece Spiderman non dovevi far altro che esser punto da un ragno radioattivo. Potrebbe capitare a chiunque”.
Spiderman 2 è incentrato sul personaggio di Peter Parker, ancora prima che sull’eroe mascherato che scorrazza in città per difendere i deboli dai super-cattivi. “Pur essendo un film-fumetto non si concentra sui superpoteri, ma sull’umanità dei personaggi. Il cuore e i sentimenti prevalgono sugli effetti speciali. Credo sia un film vero e proprio, non rivolto solo agli amanti del filone dei supereroi”.

Kirsten Dunst (Mary Jane Wartson)
Se questo sia o meno il vero motivo del successo del film è difficile dirlo. Lo stesso Raimi riconosce di non capirne molto: “Non so proprio perché alcune cose hanno successo e altre no. Il box office è qualcosa di davvero strano, dove entrano in gioco fattori che non capisco. Ma penso che affinché un film faccia effetto sul pubblico e diventi popolare, debba contenere alcune verità in cui il pubblico stesso si possa rispecchiare. Elementi in cui si riconosca e con cui si relazioni in modo significativo. E questi gli devono essere proposti in un modo eccitante”. È un fatto che il pubblico, soprattutto quello americano, abbia accolto il film (entrambi ma soprattutto il secondo) con un atteggiamento addirittura estatico. Spiderman è il primo grande successo cinematografico dopo la tragedia dell’11 settembre in cui il popolo statunitense ha vissuto il momento più cupo e pessimista della propria storia. È opinione comune che il film sia divenuto un successo clamoroso proprio a causa del rinnovato bisogno di eroi dell’America. E questi non potevano più assomigliare a Superman, che da sempre è il supereroe per eccellenza, perfetto e indistruttibile, con cui l’America ha sempre voluto identificarsi. Ora che ha conosciuto la propria debolezza, che ha capito di poter essere ferita, è un eroe come l’Uomo Ragno che è in grado di rappresentarla, non più l’imbattibile Uomo d’acciao.

Spiderman atterra Superman
È difficile dire quanto possa essere attendibile questa teoria, per quanto plausibile. Bisogna capire se davvero il pubblico cerca se stesso al cinema o se invece ama semplicemente gli eroi dei fumetti per svagarsi e divertirsi un po’, senza pensare per due ore ai problemi di tutti i giorni. Sarà proprio il nuovo Superman di Bryan Singer a darci la risposta. Se dovesse essere un clamoroso flop, magari la teoria si rafforzerebbe; se invece, come ci auguriamo, la risposta del pubblico dovesse essere altrettanto entusiasta, forse ritorneremo a vedere il cinema fantastico per quello che è veramente, ossia uno strumento per divertire, coinvolgere, estraniare il pubblico e trascinarlo in un’avventura incredibile. E, perché no, farlo sognare un po’.
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Commenti
2 Lo stesso. In effetti Raimi ha rifiutato di scegliere, come aiuti sceneggiatori, giovani promesse appena uscite dall'accademia, e si è rivolto a scrittori di un certo successo, come Chabon apputno
» postato da Emanuele Terzuoli alle 14:10 del 26-07-2004
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1 Ma lo sceneggiatore Michael Chabon è lo stesso Michael Chabon che ha curato la recente antologia "La Super raccolta di storie d'avventura" - mondadori?
» postato da metalupo alle 13:27 del 26-07-2004