Per quale ragione ha deciso di raccontare questa storia?

Due cose mi hanno spinto a scrivere Il Buon Gesù e il Cattivo Cristo. La prima è stata una conversazione che ho avuto con l’arcivescovo di Canterbury (Rowan Williams, n.d.r.) sul palco del National Theatre di Londra. Lui era venuto a vedere la rappresentazione teatrale tratta da Queste Oscure Materie, e alcuni bambini del pubblico l’avevano riconosciuto - l’arcivescovo è un uomo che potremmo definire d’aspetto venerabile: capelli bianchi, gran barba bianca… - I  bambini gli chiesero perché era lì a vedere una storia che attaccava la chiesa, e lui ha risposto di trovarla piacevole e apprezzarla. Il responsabile del teatro seppe di questo scambio e pensò che sarebbe stato interessante se io e l’arcivescovo avessimo discusso del libro e dei suoi argomenti in pubblico, sul palco. Andammo, e durante questo incontro – che ho trovato davvero interessante; stimo molto l’arcivescovo, è un intellettuale, e un uomo molto intelligente – lui disse: “Senti, hai attaccato la Chiesa e posso capire perché. Ma non capisco perché tu non abbia fatto parola di Gesù”. Al che ho risposto che aveva assolutamente ragione, e che prima o poi ne avrei parlato, forse avrei persino scritto un libro su di lui.La seconda cosa che mi ha spinto a scrivere questo libro è che il mio editore in Gran Bretagna ha iniziato a pubblicare una serie di miti antichi raccontati da autori contemporanei. Mi ha chiesto se ero interessato a farne uno, e l’idea mi è piaciuta molto. Così, in un angolo della testa avevo l’idea di raccontare di Gesù, e in un altro l’idea di raccontare un mito, finché le due cose non si sono fuse in una sola. 

A cosa si è ispirato per scrivere di Gesù e a cosa per scrivere di Cristo?

Volevo drammatizzare le differenze tra l’uomo Gesù, la figura storica, e Cristo la figura inventata, la creazione della Chiesa. Ho pensato che il modo migliore fosse scinderle in due persone diverse. L’idea di farne due gemelli è venuta subito dopo, anche perché mi è sempre piaciuto scrivere di gemelli, sono interessanti. Nelle storie ci sono quasi sempre un gemello buono e uno cattivo, e c’è quasi sempre una scena in cui uno viene scambiato per l’altro. Ed ecco la scena della resurrezione: uno viene sepolto, e l’altro viene scambiato per lui.

Quanto alla loro caratterizzazione… Direi che hanno fatto tutto da soli, hanno preso forma nella mia mente naturalmente, come fanno i personaggi. Io ho dovuto solo prendere nota di quello che facevano e scriverlo. Sono rimasto sorpreso dal modo in cui Cristo si è sviluppato, lui è come un personaggio di un romanzo, mentre Gesù non lo sembra affatto. Una volta capito questo ci ho giocato volutamente: tra le altre cose, questa è una storia che parla del raccontare delle storie. Il romanzo è una forma moderna di racconto, creato negli ultimi trecento anni circa. Ho pensato che inserendo un personaggio da un romanzo moderno all’interno di un racconto dal respiro così antico, quasi fiabesco, avrei potuto raccontare come quel personaggio, Cristo - che di fatto rappresenta la Chiesa – trascendeva l’epoca della storia attraversando i secoli. E’ paradossale perché Gesù – sia quello vero sia il mio – credeva che il mondo sarebbe finito molto presto, che sarebbe arrivato il regno dei cieli. Invece Cristo, che parla per la Chiesa del futuro, sa che non è così e che bisogna creare qualcosa che occupi il vuoto nell’attesa della fine dei giorni, preservando la parola di Gesù. Esattamente l’opposto di ciò che Gesù voleva. Come ho detto, paradossale, ma è una storia sul tramandare le storie.

Sarebbe stato facile identificare Cristo come il cattivo della storia, eppure - nonostante il titolo del libro - lei è riuscito a farne un personaggio in conflitto, molto umano. E’ un punto di vista molto interessante da offrire ai lettori, che non offre facili risposte.

Il titolo dà un’idea diversa, lascia pensare che sia tutto molto semplice, ma leggendo ci si rende conto in fretta che il Cristo della storia è in preda al dubbio e al senso di colpa, si domanda se stia facendo la cosa giusta o meno. A un certo punto è così disperato che non sa più cosa sia giusto e cosa sbagliato, così va a chiederlo ai lebbrosi e ai mendicanti, i quali gli danno risposte che si contraddicono a vicenda. Alla fine del libro capisce che non ci sono né risposte né risoluzione, che la tensione tra “ispirazione” e “organizzazione” è una tragedia umana eternamente ricorrente e non sarà mai risolta. Alla fine l’ispirazione muore e l’organizzazione trionfa perché continua nel tempo, finché una nuova e diversa ispirazione si affaccia a sostituire la vecchia. E’ un ciclo ricorsivo, e per Cristo è una tragedia: se non scrive la storia, Gesù sarà dimenticato, ma per raccontare la storia è necessario creare la Chiesa e modificare il messaggio di Gesù. E alla fine lo Straniero, che ovviamente rappresenta il lato umano e più venale della Chiesa, se ne va portandosi via il pane e il vino.