La vita della  linguista Louise Banks (Amy Adams), nonché la storia dell'intera umanità, cambia quando nei cieli di tutto il mondo appaiono delle astronavi aliene. Di fronte all'inaspettato la vita nel mondo si sospende, mentre miliardi di persone si pongono le domande più disparate. Louise, che in scene che sembrano dei flashback, scopriamo avere una storia triste alle spalle, fatta di abbandoni e di perdite tragiche, viene tirata in prima linea in questa ricerca di risposte, quando il Colonnello Weber (Forest Whitaker) la cerca per convincerla a guidare un gruppo di scienziati approntato allo scopo di comunicare con gli alieni, parte di un network globale di gruppi di ricerca disseminati in un tutto il mondo. Se da un lato il fisico Ian Donnelly (Jeremy Renner) sembra convinto che la comunicazione con gli alieni debba avvenire sul piano di un linguaggio universale basato sui principi della matematica, Louise ha altre idee e, sin dal primo approccio ai due emissari, ribattezzati Tom e Jerry, tenta la strada dell'empatia.

Arrival
Arrival

Come già il racconto da cui è stata la sceneggiatura, Storia delle tua vita di Ted Chiang (Frassinelli),  uno dei fattori scatenanti dei cambiamenti che subirà la protagonista si basa sulla teoria di Sapir-Whorf, per la quale durante l'apprendimento di una lingua si inizierà a sognare e anche a pensare in quella lingua, ossia che il modo esprimersi alla lunga influenzerà anche il modo di pensare. E cosa può accadere quindi se il modo di pensare è fuori dagli schemi noti sul nostro pianeta, arrivando a influenzare anche la percezione dello scorrimento del tempo, per esempio?

Se il racconto era più intimista, esplorando le conseguenze di queste nuove percezioni sulla vita della sola Louise, la sceneggiatura di Eric Heisserer allarga l'orizzonte, costruendo una fitta rete di conseguenze su scala planetaria, espandendo i concetti rimasti in nuce nel testo originale, allargandosi alle possibili ripercussioni sulla storia umana.

Amy Adams e Jeremy Renner
Amy Adams e Jeremy Renner

Il piano è sempre duplice, interiore ed esteriore, accompagnato da un racconto cinematografico che Denis Villeneueve costruisce gestendo con equilibrio questa dualità. Fotografia quasi sgranata nei momenti intimistici, toni e colori netti nei momenti di tensione. 

I cambi percettivi, gestiti con voluti scavalcamenti di campo, servono a restituire lo stesso senso di spiazzamento provato dalla protagonista quando comincia a mettere insieme i pezzi di un mosaico all'inizio confuso, poi via via sempre più chiaro.

Amy Adams sostiene da sola praticamente tutto il film, con grande credibilità, letteralmente offuscando anche gli stessi alieni sulla scena. In realtà, gli alieni, l'effetto speciale, la resa cinematografica spettacolare, non sono gli obiettivi primari del film. Sono elementi che fungono più da catalizzatori di eventi che non da protagonisti di primo piano della vicenda.

Prove di linguaggio alieno
Prove di linguaggio alieno

Arrival è un buon esempio di fantascienza cinematografica derivativa, nel quale i concetti del materiale originale sono stati ben trasposti e quelli espansi e aggiunti non stonano nella resa finale.

In alcuni punti il racconto appare ridondante, forse nel tentativo di non fare perdere lo spettatore, rimarcando concetti già espressi. Ma esiste ancora un pubblico poco avvezzo a comprendere come la struttura stessa del racconto a cui sta assistendo venga a un certo punto ribaltata e rimessa in discussione? Spero francamente di no.