Negli anni Novanta la Russia si trova di fronte a un profondo cambiamento. Crollato il regime comunista, molti giovani sentono di poter plasmare il proprio mondo secondo nuovi desideri di libertà. Da una parte c’è chi guarda al capitalismo e alle possibilità che la nuova società offre per arricchirsi; dall’altra c’è chi crede nell’arte e in un nuovo modo di comunicare. Tra questi ultimi c’è Vadim Baranov che, dopo aver visto il padre uscire sconfitto dalla caduta del regime, da giovane intellettuale cerca di imporsi nel mondo dell’avanguardia teatrale. Il fallimento della relazione con Ksenia, che lo preferisce a uno dei nuovi ricchi, lo porta a riconsiderare le proprie convinzioni e ad abbandonare l’arte per la politica. Baranov non aspira a un ruolo pubblico, ma sceglie di mettersi al servizio del potere per manipolare i media e rendere il grigio e poco popolare capo dell’FSB, Vladimir Putin, l’indiscusso leader della nuova Russia.
Nato come romanzo dell’autore italiano Giuliano da Empoli, The Wizard of the Kremlin è una creatura complessa che racconta l’ascesa al potere di Vladimir Putin, trasfigurandola attraverso gli occhi di un personaggio quasi leggendario, Vadim Baranov (ispirato al reale Vladislav Surkov), consigliere politico e stratega dei media che incarna la trasformazione della comunicazione politica nella Russia post-sovietica. Il romanzo è stato accolto non solo come opera di fiction politica, ma anche come strumento di analisi del potere contemporaneo, insinuando l’idea che dietro le figure più autorevoli possano celarsi uomini e donne la cui immaginazione e capacità di manipolare le narrazioni pubbliche siano tanto decisive quanto le disposizioni ufficiali. Un tema estremamente affascinante che il regista Olivier Assayas porta sul grande schermo con Il Mago del Cremlino – Le origini di Putin, di cui firma la sceneggiatura insieme a Emmanuel Carrère e che è stato presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025.
Il film mostra un’ambizione notevole, sia per il tema affrontato sia per il peso simbolico della figura di Putin, ambizione che però finisce per schiacciare il racconto invece di sostenerlo. Non aiutano i dialoghi lunghi e le spiegazioni esplicite, che trasformano la narrazione in qualcosa di simile a una lezione di teoria politica più che a un’opera cinematografica, con un susseguirsi quasi infinito di scene d’incontro tra il protagonista e altri personaggi. Inoltre, i concetti legati al potere, alla propaganda e alla manipolazione dei media vengono spesso verbalizzati dai personaggi invece di emergere dalle immagini e dalle azioni, creando un senso di artificiosità e, a tratti, di noia. Il Mago del Cremlino – Le origini di Putin, nel tentativo di coprire un ampio arco storico e numerosi snodi della Russia post-sovietica, accumula eventi, figure e riferimenti che rischiano di confondere lo spettatore: la densità delle informazioni finisce per soffocare il dramma umano, rendendo difficile mantenere una vera progressione emotiva.
Anche la caratterizzazione dei personaggi non convince. Vadim Baranov, che dovrebbe essere una figura magnetica e contraddittoria, nelle mani di Paul Dano diventa un irritante omuncolo che sussurra frasi d’effetto e a cui un riccastro ha soffiato la ragazza. La figura di Ksenia (Alicia Vikander) si riduce a una semplice funzione narrativa, utile solo a spingere Baranov verso la decisione di uscire dal giro, senza che le venga attribuito alcuno spessore. Allo stesso modo, la rappresentazione di Putin, pur sostenuta da un lavoro attoriale fisicamente impressionante di Jude Law, resta più un’icona che un personaggio, più una sagoma concettuale che un individuo complesso. Il film finisce così per non approfondire davvero né l’uomo né il sistema, rimanendo sospeso in una zona ambigua che, alla fine, dice poco e convince ancor meno.
















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