Sin dalla visione delle prime opere esposte nella mostra in Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea, comprendiamo subito che non si tratta di una visione passiva, ma di entrare in un luogo in cui le immagini chiedono di essere rilette, contestate, restituite al loro tempo e, insieme, sottratte alla sua violenza.

Il manifesto della mostra "Quasi un paradiso"
Il manifesto della mostra "Quasi un paradiso"

D'altra parte la sede della mostra è il Museum Rietberg di Zurigo, dedicato all'arte delle culture tradizionali e contemporanee di Asia, Africa, America e Oceania. Un luogo che, con l'esposizione permanente, mostre temporanee e programmi educativi inclusivi per pubblici diversi, dà voce e visibilità a culture che il mondo occidentale ha troppo spesso ignorato nei secoli, con un archivio enorme di foto a sua disposzione. 

Il senso della mostra

La curatrice della mostra Nanina Guyer lo chiarisce fin dall’inizio: il progetto non mette semplicemente in scena fotografie d’archivio, ma segue il modo in cui artisti contemporanei di aree geografiche diverse tornano a quelle immagini per colmare vuoti, rovesciare stereotipi, riparare ferite e immaginare storie altre. È questo il primo dato che colpisce: la mostra non celebra la fotografia come documento neutro, ma la interroga come strumento storico, politico e affettivo.

Nanina Guyer - Sullo sfondo Omar Victor Diop & Lee Shulman, The Anonymous Project presents: Being There 54, 2023 © Omar Victor Diop & Lee Shulman, per gentile concessione degli artisti e Galerie MAGNIN-A
Nanina Guyer - Sullo sfondo Omar Victor Diop & Lee Shulman, The Anonymous Project presents: Being There 54, 2023 © Omar Victor Diop & Lee Shulman, per gentile concessione degli artisti e Galerie MAGNIN-A

Il percorso tematico

La struttura dell’esposizione rende visibile questa intenzione. Il percorso si articola in quattro nuclei, ciascuno dei quali corrisponde a una diversa modalità di confronto con il passato: creare nuovi archivi, smontare gli stereotipi coloniali, prendersi cura delle immagini e delle persone che vi compaiono, e infine ricorrere alla speculazione fantastica per riempire i vuoti della storia. Non è una semplice suddivisione tematica: è una progressione di sguardi, quasi un movimento dalla constatazione della mancanza alla possibilità di un racconto diverso.

Dinh Q. Lê, Crossing the Farther Shore, 2014 © Dinh Q. Lê
Dinh Q. Lê, Crossing the Farther Shore, 2014 © Dinh Q. Lê

Nella prima sezione, dedicata alla creazione di nuovi archivi, il tono è quello della ricerca e del recupero. Qui l’assenza non è un concetto astratto, ma una condizione concreta: in molti contesti, soprattutto fuori dall’Europa, mancano fotografie capaci di restituire continuità alla memoria delle comunità. Gli artisti reagiscono a questa lacuna costruendo immagini e dispositivi che suppliscono alla perdita. Dinh Q. L., ad esempio, rielabora il proprio rapporto con il Vietnam attraverso il ritrovamento di fotografie di famiglia disperse e di immagini appartenute ad altre famiglie costrette alla fuga. Le sue strutture cubiche trasformano il materiale fotografico in un archivio tridimensionale, quasi una casa provvisoria per memorie sradicate.

Rosana Paulino, Das Avós (From Grandmothers), 2019 © Rosana Paulino, per gentile concessione dell’artista e Mendes Wood DM
Rosana Paulino, Das Avós (From Grandmothers), 2019 © Rosana Paulino, per gentile concessione dell’artista e Mendes Wood DM

Accanto a lui, Rosana Paulino porta avanti da anni una riflessione severa e lucidissima sulla scarsità di immagini delle persone nere nella memoria visiva brasiliana. La sua opera, monumentale e insistente, mette a nudo la disuguaglianza nella distribuzione delle immagini e mostra come l’assenza fotografica non sia mai innocente. Anche Cédric Kouam lavora su questo versante, ma con un’attenzione particolare alla materia stessa della fotografia: i suoi negativi deteriorati, le superfici rovinate, le deformazioni del supporto diventano parte del significato. In questa sezione emerge con forza un’idea semplice e potente: creare un archivio non significa soltanto conservare, ma anche produrre le condizioni perché una storia torni ad essere narrabile.

Il secondo nucleo della mostra affronta il confronto con gli stereotipi costruiti dalla fotografia coloniale. Qui il discorso si fa più tagliente, perché le immagini non vengono rimosse ma riattivate come prove di un’immaginazione dominata dal potere. La fotografia, nell’età coloniale, ha contribuito a classificare i corpi, a fissare gerarchie, a diffondere immagini seriali dei popoli colonizzati come se fossero “tipi” e non persone. La mostra mostra bene come questi cliché non siano scomparsi: continuano a vivere nella memoria visiva collettiva, spesso in modo inconscio.

Omar Victor Diop & Lee Shulman, The Anonymous Project presents: Being There 54, 2023 © Omar Victor Diop & Lee Shulman, per gentile concessione degli artisti e Galerie MAGNIN-A
Omar Victor Diop & Lee Shulman, The Anonymous Project presents: Being There 54, 2023 © Omar Victor Diop & Lee Shulman, per gentile concessione degli artisti e Galerie MAGNIN-A

Omar Victor Diop, in collaborazione con Lee Shulman, affronta proprio questo meccanismo con intelligenza teatrale. Inserendosi in fotografie familiari bianche degli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta, l’artista occupa uno spazio che storicamente gli era stato negato. Il suo gesto appare lieve, quasi elegante, ma il suo effetto è radicale: rende visibile l’esclusione senza spiegazioni didascaliche, con la forza di una presenza che destabilizza l’immagine stessa. A questo livello si collegano anche Wendy Red Star e Yuki Kihara, che agiscono in modi diversi ma complementari. Red Star smonta con ironia le fotografie storiche dei nativi nordamericani e ne rivela il carattere costruito, artificiale, spesso caricaturale. Kihara, invece, ribalta lo sguardo su Gauguin con una satira che unisce critica storica e immaginazione queer, restituendo complessità a figure e culture ridotte per decenni a semplice scenario esotico.

Sasha Huber, Tailoring Freedom – Delia, profile, 2023© Sasha Huber, per gentile concessione dell’artista e Harvard University
Sasha Huber, Tailoring Freedom – Delia, profile, 2023© Sasha Huber, per gentile concessione dell’artista e Harvard University

La terza sezione è forse la più commovente, perché mette al centro la cura. Non una cura astratta o consolatoria, ma una pratica concreta di riparazione dello sguardo. Qui gli artisti si avvicinano a fotografie che testimoniano violenza, sfruttamento, oggettivazione dei corpi, e intervengono su di esse come per proteggerne i soggetti, o per sottrarli, almeno simbolicamente, alla brutalità dell’origine. Sasha Huber, con Tailoring Freedom, è una delle presenze più forti. Le sue graffette sulle immagini di persone schiavizzate fotografate per Louis Agassiz non sono un semplice segno formale: sono un gesto insieme aggressivo e riparativo rispetto all'uso originale delle foto.  Guyer ci ha spiegato infatti che le fotografie, in origine, mostravano i corpi nudi, allo scopo di dimostrare una presunta inferiorità della "razza" nera. Le graffette feriscono la superficie della carta per costruire una sorta di armatura, una protezione visiva che rifiuta lo sguardo coloniale e al tempo stesso ne conserva la memoria. 

La forza di questa sezione sta nel non negare il dolore. Le fotografie storiche qui presentate, o rielaborate, non vengono neutralizzate. Rimangono difficili, disturbanti, spesso intollerabili. Eppure il lavoro degli artisti introduce una differenza decisiva: il passato non viene lasciato intatto nella sua violenza, ma reso attraversabile. La mostra chiede tempo, e chiede soprattutto una disponibilità a sostare davanti alle immagini senza consumo rapido.

L’ultima sezione si apre alla speculazione, e qui il titolo Quasi un paradiso trova la sua risonanza più evidente. Se nelle prime parti della mostra gli artisti lavorano sulle lacune della memoria e sui danni prodotti dal colonialismo, qui il punto di partenza è la possibilità di immaginare ciò che la storia non ha registrato. La curatela si appoggia alla critical fabulation: i vuoti della documentazione vengono colmati non con l’illusione della verità, ma con una forma di immaginazione critica che prende sul serio i frammenti disponibili e ne trae nuove possibilità narrative.

Raphaël Barontini, The Golden Ladies, 2026© 2026, ProLitteris, Zurigo, per gentile concessione dell’artista
Raphaël Barontini, The Golden Ladies, 2026© 2026, ProLitteris, Zurigo, per gentile concessione dell’artista

Raphal Barontini rilegge così la figura di Nobosudru, invertendo il punto di vista e sottraendo il soggetto al destino di semplice immagine coloniale. Andrea Chung, invece, lavora su un orizzonte afrofuturista in cui il trauma della schiavitù si trasforma in un’altra possibilità di mondo. Le sue opere non negano la violenza della storia, ma la oltrepassano verso un futuro ancora in costruzione, in cui la fantasia non è evasione bensì forma di sopravvivenza. È qui che possiamo riflettere sul senso più profondo della mostra: il paradiso evocato dal titolo non è un luogo perduto da rimpiangere, né una promessa ingenua di armonia. È piuttosto uno spazio mentale e politico in cui le immagini smettono di appartenere a una sola storia e diventano il terreno di un racconto plurale.

Conclusioni

Uscendo da Quasi un paradiso, resta la sensazione di aver attraversato una mostra che non si limita a esporre opere, ma costruisce un argomento. La fotografia coloniale appare come un archivio di potere, ma anche come un campo di battaglia aperto. Gli artisti riuniti al Rietberg non si limitano a recuperare immagini perdute o problematiche: le costringono a parlare di nuovo, a dire ciò che era stato taciuto, a mostrare la propria parzialità. In questo senso la mostra non propone una semplice revisione del passato, ma un esercizio di memoria attiva. E proprio qui sta il suo valore più forte: ricordare che ogni immagine è anche una domanda su chi ha il diritto di raccontare il mondo.

Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea è in mostra al Museum Rietberg di Zurigo, in Gablerstrasse 15, 8002 Zurigo, fino al 6 settembre 2026. Se passate per Zurigo per le vostre vacanze estive, varrà la pena visitarla.