Il film racconta la leggenda di un principe cacciato dalla propria terra e del suo riscatto.  Nel regno di Kindaor, Sedemondo (Gino Cervi) assassina il fratello  Licinio per usurparne il trono e soddisfare la sua avidità. Realizzato il suo piano, viene però avvertito da una misteriosa vecchia incontrata nel bosco, che predice nel futuro del suo regno  avversità e disgrazie a cui il nuovo sovrano dovrà far fronte. Preoccupato, il tiranno abbandona il piccolo Arminio, figlio di Licinio, nella valle dei leoni che, invece di ucciderlo, lo allevano come uno di loro. Cresciuto, Arminio (Massimo Girotti) incontra la giovane Tundra (Luisa Ferida), figlia di un re tradito e sconfitto da Sedemondo, e stringe con questa un'alleanza per riconquistare il suo trono. Nel frattempo il malvagio sovrano, invitando alcuni tra i cavalieri più stimati del regno, indice un torneo cui partecipa anche Arminio, vincendo e conquistando la mano di Elsa (Elisa Cegani), figlia di Sedemondo. Trascinato dal suo coraggio, il popolo insorge e affianca Arminio nella rivolta. Il giovane, dopo il sacrificio di Elsa, sposerà Tundra e insieme regneranno su Kindaor.

Rivisto oggi, La corona di ferro può apparire un curioso, tenero, a volte inconsciamente umoristico incrocio tra Ludovico Ariosto e Sem Benelli con un tocco di demagogia ed echi sconcertanti dei film di Tarzan celebri allora, eppure il film rappresenta ancora un esempio di velleità Hollywoodiane e mantiene intatto quel leggero sentore di "opposizione" (assai blanda ma, a quanto pare, consentita ad alcuni autori) che fece molto più scalpore di quanto effettivamente non meritasse.

Allo spettatore di oggi può sembrare quantomeno eccessiva la reazione di Goebbels il quale, alzandosi infuriato dalla proiezione alla rassegna di Venezia, tuonò contro un regista che "Con quelle idee, in Germania, sarebbe immediatamente finito al muro", ma i tempi (e l'alleato) erano quelli che erano; d'accordo, si parla di rivolta, si parla di libertà, ma NON si parla, ovviamente, di Democrazia: al termine si assiste soltanto alla restaurazione di un legittimo sovrano, che sarà illuminato quanto si vuole, ma pur sempre despota.

Del film si era fatto comunque un gran parlare fin dall'inizio, quando era trapelata la notizia che i soli costi di pre produzione - come si direbbe oggi - ammontavano alla cifra astronomica di 20.000 lire, sia pure affidate alle mani di un regista ancora giovane ma già capace, uno dei pochi che sapessero conciliare i gusti di critica e pubblico.

Il poliedrico Alessandro Blasetti, dopo un inizio con classiche 'Veline di Regime' (ricordiamo Sole, sulla bonifica dell'Agro Pontino e Vecchia Guardia, sulla Marcia su Roma) che apparivano però singolarmente sobrie rispetto al periodo, si era fatto rapidamente strada con classici in costume di grande successo quali Ettore Fieramosca e Un'avventura di Salvator Rosa (ambedue interpretati dall'ottimo Gino Cervi) che potremmo definire, paragonandoli a pellicole consimili con Douglas Fairbanks ed Errol Flynn, quasi di scuola americana.

 I più esperti ricorderanno certo che sua era stata anche la regia del leggendario, divertentissimo Nerone con Ettore Petrolini, dimostrazione che, a quanto sembra, un leggero, elegante e spiritoso 'ius Murmurandi' poteva essere non solo tollerato ma addirittura accettato (pare che addirittura Mussolini lo amasse molto, il che è tutto dire).

Oltretutto, il successo inatteso di un film come 1860, sulla spedizione dei Mille, emozionante nella sua semplicità, facevano di Blasetti un regista indiscutibile.

Restando nell'ambito dei film in costume, l'anno dopo la corona di ferro il regista turbò i sogni di molti adolescenti, e non solo, mostrando lo 'scandalosissimo' seno nudo di Clara Calamai nel celeberrimo La cena delle beffe, tratto dal dramma omonimo del già citato Sem Benelli.

Malgrado Blasetti, per la sua intransigenza, la sua disciplina e il suo rigore assoluto, fosse stato soprannominato 'Il regista con gli stivali', è evidente che gli attori amavano farsi dirigere da lui e sembravano costituire un cast quasi fisso dei suoi film: qui ritroviamo Gino Cervi, forse un po' a disagio ed eccessivo negli insoliti panni di Cattivo, Elisa Cegani e la tragica coppia Osvaldo Valenti - Luisa Ferida, lei splendente protagonista in un doppio ruolo di madre e figlia (ma Tundra, come nome esotico, fa un po' sorridere) e lui stranamente divertito e misurato rispetto al solito; va chiarito a questo punto che, al di là di qualsiasi considerazione sulla loro sorte e sulle loro scelte politiche, della coppia si vuole qui ricordare la bravura, che era e resta indiscutibile.

L'esordiente Girotti rischiò un'inattesa carriera americana proprio come sosia di Tarzan, ma fortunatamente la proposta, a causa del conflitto mondiale, naufragò e l'attore divenne una delle icone dell'immediato dopoguerra, indimenticabile protagonista, fra gli altri, di Ossessione, diretto dal maestro Luchino Visconti, quasi un'anteprima del Neorealismo, lontano anni luce da Telefoni Bianchi e 'cartoline Hollywoodiane', per nobili che ne fossero le intenzioni.

Non manca nemmeno un curioso, divertente, quasi malinconico cameo del Gigante Buono, il pugile Primo Carnera, in una delle sue rare apparizioni, forse la più nobile.

Malgrado il successo che ottenne, e il ricordo sempre vivo tra gli appassionati, La corona di ferro è un film molto lontano dalla perfezione, anzi non è nemmeno il "capolavoro" del Blasetti anteguerra, come affermato da alcuni (personalmente preferisco il succitato Un'avventura di Salvator Rosa), la recitazione è a volte eccessivamente sovraccarica, la narrazione risulta a tratti slegata e il regista non sembra saper riconfermare la  fama di "stratega delle comparse" che lo accompagnava: questo si nota in tutte le scene di massa e soprattutto in quella, pur splendidamente realizzata, del torneo dove il pubblico appare muoversi troppo chiaramente a comando, senza alcuna spontaneità.

Il film rappresenta comunque per Blasetti, a mio parere e più ancora di La cena delle beffe, l'apice e insieme il tramonto delle velleità fantastiche o comunque fantasiose; quando tornerà brevemente al genere nel 1949, con l'insopportabile Fabiola (quasi un antenato di Quo Vadis? e polpettoni simil - storici consimili), dimostrerà pochissima convinzione.

La corona di Ferro, come gli altri film da me citati, serve soltanto a dimostrare che sarebbe stato possibile creare, coraggiosamente, una buona piattaforma italiana per film fantastici di qualità non inferiore a quella straniera senza dover necessariamente ricorrere alle pallide imitazioni di dubbio gusto di cui ho parlato in altre occasioni.