Dai Ringraziamenti di Sanctuary:

 

Le città, come i sogni,

sono costruite di desideri e di paure.

ITALO CALVINO

Sanctuary è nata proprio così: in una strana e inedita fusione di sogno, desiderio e paura.

Il sogno di una antologia del fantasy italiano con in sé un messaggio potente e un insieme di autori altrettanto evocativo; il desiderio di fare qualcosa di intrigante, di nuovo e particolare; la paura, più di una, di rivolgersi a un editore e ad autori tanto noti quanto capaci, proponendo un’idea complessa quanto ambiziosa. Una sola domanda: cosa ne sarebbe stato alla fine?

Se siete arrivati fin qui, di certo ognuno di voi si è dato la sua personalissima risposta.

Per me, Sanctuary, è stata una corsa nel sogno, nel desiderio e nella paura. Un inseguimento senza soste per le strade e i vicoli di una megalopoli di carta e d’inchiostro che è diventata, per merito di molti, il luogo d’incontro per eccellenza del fantasy italiano. È stato stupendo vedere quante persone, autori noti e non, si siano cimentati con una loro storia ambientata qui, fra questi palazzi senza fine e baraccopoli in rovina, fra strade illuminate da deboli luci al neon o piazze sfavillanti, fra creature amabili o terribili.

È stato altrettanto emozionante leggere oltre 2.000.000 di battute di autori al loro esordio, che hanno reso per davvero Sanctuary un luogo unico e originale, vivo e vitale come difficilmente può accadere in una antologia. Questo, sul serio, ha ripagato di tutto, di ogni mail e telefonata, oltre ogni mia aspettativa.

Ed è per questo che i grazie sono tanti e tutti sentiti di cuore. [...]

(da Sanctuary, p. 318, Luca Azzolini).

La parola agli autori: Pierdomenico Baccalario, Francesco Dimitri, Francesco Falconi, Fabrizio Furchì, Michele Giannone, Cecilia Randall, Fabiana Redivo, Egle Rizzo, Antonia Romagnoli e Luca Tarenzi.

Pierdomenico Baccalario: 

 

Sanctuary, citando l’introduzione di Alan D. Altieri, «un’opera sociale e magica, politica e gotica, temeraria e inaspettata», ha unito per la prima volta un gran numero di autori fantasy e fantastici italiani. Per quale motivo, secondo te, questo è avvenuto proprio ora? Un’evoluzione del genere? L’aprirsi di nuovi scenari fantasy e fantastici? E perché la spinta, sempre secondo te, non è partita da una delle case editrici storiche italiane?

Perché, forse, era il momento giusto. Il fatto stesso che di quest’antologia si parli, si discuta

Pierdomenico Baccalario
Pierdomenico Baccalario
e la si critichi significa che è un’operazione che doveva essere fatta. L’attenzione che merita se l’è conquistata sul campo, al di là della qualità dei racconti che ospita. Non è un’evoluzione: è la normalità. I racconti si sono persi per strada. Devono tornare. Belli e brutti. Dobbiamo essere invasi da racconti. E non sempre e solo da immagini.

Che cosa hai pensato sul momento, appena ti è arrivata la proposta per questa antologia-romanzo? E come hai vissuto la stesura del tuo racconto per Sanctuary? Che aspettative? Che dubbi?

Ho aderito subito. Adoro le antologie di racconti e sono convinto che torneranno di moda. Sono cresciuto con i Millemondi di Urania sotto l’ombrellone e mi piacerebbe poter ricominciare a farlo (a crescere, intendo). Scherzi a parte, ho ripescato dai miei cassetti l’idea di un racconto a cui ero molto affezionato, scuro e drammaticamente confuso, ovvero l’unica immagine di città che riesco davvero a immaginare. Odio le città, sia chiaro. L’unico dubbio che ho avuto, nell’adattare il racconto per Sanctuary era che, accostato a un fantasy più spinto (il mio è un racconto di fantascienza, dopotutto) il suo vero contenuto sarebbe stato travalicato, soprattutto nel finale, là dove compare il personaggio femminile. L’aspettativa era: vediamo a chi piace.  

In Sanctuary, tematiche importanti si possono rintracciare in tutti i racconti contenuti nella raccolta. Messaggi di speranza o moniti inquietanti. Quanto la “fiction” della tua storia si avvicina alla realtà che possiamo toccare con mano? O meglio, quanti spunti reali ci sono in essa?

Vero. Nel mio ho disseminato alcuni indizi: ho mantenuto un riferimento con la nostra “Terra” tramite una citazione di un filosofo greco per suggerire vicinanza tra i due mondi. Un futuro possibile, dove però l’aspetto del controllo assoluto è il meno importante, anche se il più evidente. Nella mia storia tutti noi siamo come i millepiedi del titolo: chiusi in una scatola di vetro che considerano il mondo, dove viviamo tutto sommato felici, fino a quando qualcuno, improvvisamente, da fuori, non decidere di romperla. La rottura della scatola è la consapevolezza violenta.

I millepiedi, a quel punto, impazziscono (altra conseguenza “normale” di una scoperta acquisita in modo traumatico) e invadono la casa, ogni luogo nuovo di cui prima non si conosceva l’esistenza. Occorre quindi fare pulizia: la follia e la consapevolezza sono altrettanto pericolose della libertà. Ma è questo l’unico modo per “scoprire” la propria condizione? Il finale della storia ne suggerisce un altro: il protagonista che esce di casa nell’ultimo paragrafo ha cambiato faccia. Letteralmente. Si è “aggiornato”.

E’ stato intaccato da un virus (femminile). Ha cambiato “skin”, come accade a un programma da computer e come è accaduto al peccatore che aveva appena confessato. E’ diventato una sua versione nuova, aggiornata, e quindi fatica a riconoscersi. La donna, quella donna, sempre e solo lei (che non a caso ha nome mitico e, guarda caso, greco) e  l’unica in grado di destabilizzare il mondo conosciuto per farlo passare a un diverso livello di consapevolezza. Dentro alla metafora, crea a poco a poco le crepe nei contenitori, per farci uscire fuori.

Sappiamo che  tutto ciò che è “fantastico”, Urban Fantasy compreso, viene visto come un genere piuttosto leggero e sottostimato dall'elite culturale. Perché secondo te? Dipende dai lettori, dagli editori, dal retaggio culturale?

Storicamente, le elite culturali si sono sempre auto-definite e in loro stesse avevano sempre

trovano tutto ciò di cui avevano bisogno. E’ invece piuttosto curioso che, oggi, tendano, anzi insistano a voler far sapere alle masse il contenuto del loro manifesto culturale. E a imporlo, come l’unico salvifico o degno di nota. Un esempio facile facile: le pagine culturali dei nostri giornali più venduti (e in particolare uno di Milano) insistono a non considerare i libri per ragazzi (Harry Potter compreso, se non quando diventa fenomeno di costume) come elementi di una letteratura “degna” di articoli, attenzione o recensioni. Qualcosa che non c’è. Che poiché non se ne parla non esiste. E’ fuori (poveri millepiedi). Non ci trovo niente di strano (se non poi forse che si lamentano del calo di vendite e del fatto che i ragazzi non leggono i giornali!).

Chi volesse farsi un’idea più articolata potrebbe leggere le conversazioni tra Tolkien, Williams e C.S. Lewis del secolo scorso, per accorgersi che non è cambiato molto: poche elite culturali riescono a trasmettersi alle generazioni successive. Gli eroi delle storie popolari, invece, spesso rimangono e vengono raccontati. Chi legge oggi fantasy e vuole evadere, non necessariamente è un farabutto che è stato chiuso giustamente in prigione. Spesso cerca solo l’evasione dall’ orribile contemporaneità che ci circonda. Dai lampioni e dalle strade intasate (cito sempre Tolkien), dall’architettura moderna, dagli anti-eroi e dalla noia in cui questa o quell’elite, per motivi che spesso non sono affatto culturali, amerebbe farci sguazzare. Cambiate canale. Leggete ciò che vi pare.