E’ impossibile non partire da un paragone tra Percy Jackson e Harry Potter o Frodo nel Signore degli Anelli.

Quando mi dicono che Percy assomiglia un po’ a questi personaggi, sorrido e dico che secondo me può essere vero, anche se si tratta di film  molto diversi. Sia Percy che Harry Potter che Frodo sono dei personaggi che hanno dei problemi, dei difetti, e nonostante questi difetti o forse grazie ad essi riescono a vivere le loro avventure e a crescere. Percy Jackson è un ragazzo che soffre di dislessia e di disturbo dell’attenzione, due problemi abbastanza comuni ai giovani di oggi, e queste sue difficoltà hanno un ruolo importante nella storia.

Come mai la scelta della mitologia classica, la collocazione di elementi del mito greco in punti nevralgici degli odierni Stati Uniti come l’Empire State Building o Hollywood?

Sono sempre stato affascinato dalla mitologia classica, fin da piccolo. Sono un fan del film del 1963 Giasone e gli Argonauti e ricordo benissimo la scena in cui i protagonisti combattono l’Idra. Oggi abbiamo la possibilità di ricreare i personaggi mitologici con un dettaglio straordinario, cosa che negli anni ’60 non si poteva fare: l’Idra che ho raffigurato nel mio film è un po’ un omaggio a quel tipo di cinema, ma con tutto il valore aggiunto della tecnologia più avanzata. La mitologia ha resistito ai secoli perché è un fenomeno culturale straordinario, con dei diversi livelli di lettura: il primo è quello classico che i ragazzi studiano a scuola, ma ce n’è sicuramente anche un’altro più oscuro e drammatico che ancora oggi coinvolge e appassiona anche gli adulti. Comunque ci tengo a sottolineare che questo film non vuole essere un’opera educativa ma semplicemente un momento di divertimento e di evasione per i ragazzi e per le famiglie: essendo anch’io un genitore ci tenevo a creare un prodotto che si può apprezzare a tutte le età. Mi piacciono i film che affrontano questioni sociali e penso che siano importanti in questo momento difficile ma, appunto perché ci troviamo in una congiuntura economica difficile, sono necessario anche i film di evasione che permettono alla gente di sorridere e distrarsi.

Che genere di riferimenti culturali aveva da ragazzo? A cosa si è ispirato per ricostruire questo clima ‘mitologico’?

Avevo visto numerosi vecchi film in cui gli Dèi letteralmente vivevano tra le nuvole; per questo volevo darne un’immagine diversa, volevo che fossero forti, possenti, che si preparassero costantemente alla battaglia, infatti non indossano tuniche ma armature. Anche l’Olimpo è minaccioso, negativo, difficile. Anche, per esempio, per il personaggio di Medusa era necessario trovare un’attrice letale e pericolosa ma allo stesso tempo affascinante e mi è venuta in mente Uma Thurman, forse per via di Kill Bill: questa donna convive da secoli con dei serpenti in testa che conoscono ogni suo pensiero. Alla Thurman ho lasciato completa libertà, i movimenti dei serpenti sono stati ricostruiti in post produzione sulla base dei suoi movimenti.

Come mai ha scelto di ispirarsi al filone mitologico, una sorta di fantasy ante-litteram, piuttosto che attingere ai fumetti, il mito dei nostri giorni, ricco di (super) eroi?

Credo che la maggioranza degli eroi dei fumetti sia in realtà ispirata agli eroi classici, perché hanno tutti in comune la natura ‘umana’: gli eroi sono persone, e come tali hanno difetti. Un esempio su tutti è Spider-Man, ma vale anche per gli altri personaggi della Marvel. Le storie degli eroi mitici sono in grado di persistere nel tempo, sono attuali anche oggi.

Il mondo degli inferi si trova...ad Hollywood. Un modo satirico per attaccare il mondo dello showbusiness?

Di sicuro Hollywood può essere l’inferno se il tuo film non ha successo. Io ho scelto di non vivere lì, se non per i pochi mesi cui ci sono costretto per lavoro. Ho scelto di vivere a San Francisco con i miei quattro figli, e ci sto benissimo. Quindi lo confermo, la scelta di collocare l’inferno a Hollywood non è affatto casuale.

Qual è la ricetta per creare una serie di film di successo, come è già accaduto con Harry Potter?

Tutto comincia dal trovare l’attore giusto per essere il protagonista. Quando ho conosciuto Logan Lerman ho capito subito che sarebbe stato lui. E’ stato per me un onore lavorare con questo ragazzo, e vedo una lunga carriera davanti a lui, non solo da star del cinema, ma grande interprete, perché ha tutte le qualità. Ha reso Percy Jackson un personaggio credibile, ti porta ad identificarti e a simpatizzare con lui. Il secondo ingrediente sono sicuramente gli effetti speciali, il cui utilizzo è, in alcuni casi, molto delicato. Quando un attore si trova infatti a lavorare molto tempo con il green screen, si trova senza punti di riferimento e può diventare meno credibile. Ecco perché abbiamo ricostruito sul set quanti più elementi possibili: abbiamo ricreato l’intero Partenone in modo che, anche se l’Idra contro cui i ragazzi combattono è digitale, i nostri attori hanno comunque avuto un ambiente di riferimento reale.

La saga di Percy Jackson è altrettanto fedele al libro rispetto alle avventure del maghetto con gli occhiali?

Quando abbiamo lavorato al primo Harry Potter, tutto era molto diverso. Si trattava di una serie di libri che avevano già avuto un successo planetario e quindi, nello scrivere la sceneggiatura, ci sentivamo gli occhi del mondo addosso. La pressione non veniva tanto dall’autrice J.K. Rowling, quanto dai fan, che avevano paura di quello che avremmo aggiunto o tolto rispetto al libro. Con il secondo episodio e ancora di più con il terzo, questa pressione si è un po’ allentata. Lavorando a Percy Jackson, fortunatamente, non l’ho avvertita affatto: mi sono concentrato sul mio lavoro, creare la miglior esperienza cinematografica possibile. Per esempio nel libro non c’è il combattimento con l’Idra e non c’è la scena in cui Percy controlla delle enormi colonne d’acqua, sono momenti che ho aggiunto io seguendo la mia creatività.

Possiamo aspettarci nuove avventure cinematografiche per il teenager figlio di Poseidone?

Mi piacerebbe dire già di sì, ma non voglio sfidare il destino. Dipende molto dal successo che avrà questo film; di sicuro a me piacerebbe moltissimo continuare a lavorare con questi attori e sul tema della mitologia.

Perché non girare Percy Jackson in 3D?

Abbiamo ragionato a lungo se far uscire o meno il film in 3D, ma ci sarebbero voluti altri 4 mesi per la post produzione e abbiamo deciso di non aspettare: sono in uscita altri film con tematiche legate alla mitologia, come Clash of the Titans, e ci tenevamo ad essere i primi. Film come Avatar, Up e Coraline hanno dimostrato che il 3D non è più un esercizio stilistico ma è ormai da considerare un importante strumento espressivo per il cinema del nostro tempo. Mi auguro di vedere sul grande schermo anche dei musical e dei film drammatici in tre dimensioni e sono sicuro che ci arriveremo presto.

Il lato emotivo è molto accentuato nel film, quando Percy incontra suo padre sembra volergli dire: “Però potevi farmi una telefonata…”

Questa è una delle ragioni per cui l’idea mi è piaciuta molto del libro: quando mia figlia me ne ha parlato mi ha detto di essere rimasta colpita dal fatto che Percy è dislessico perché lei ha lo stesso problema e si è sentita come incoraggiata. Percy ha molti difetti, ma questi si trasformano in qualcosa di positivo nel corso del film. Riguardo all’esempio citato, quella in cui Percy incontra suo padre è stata una scena di cui ho discusso di più con Logan: lui non dice “Oh, che figo, sono il figlio di Poseidone”, oppure “Che bello poterti rivedere” e non lo abbraccia, si stringono solo la mano e gli dice “Mi sarebbe piaciuto vederti almeno una volta”.

Non teme che aver interpretato i ruoli di Percy e dei suoi amici possa vincolare le carriere degli interpreti della pellicola, tutti piuttosto giovani?

Ci sono attori, come Tobey Maguire, che è stato bravissimo nei panni di Spider-Man ma è stato in grado di realizzare tante altre cose. Anche Harrison Ford ha ‘spezzato’ la scatola che lo intrappolava nei panni di Han Solo, o George Clooney e Christian Bale, entrambi interpreti di Batman. Il caso di Daniel Radcliffe è completamente diverso: quando ha lavorato con noi non aveva esperienze, aveva recitato solo in una produzione televisiva e aveva undici anni. Durante i primi due film ho dovuto quasi insegnare a recitare a lui e gli altri interpreti, tutti giovanissimi. Solo dal terzo film c’è stata più libertà di manovra e non c’era bisogno di interrompere le riprese per sistemare la recitazione.

La sua specialità è dirigere i ragazzini: cosa le piace di questo processo creativo?

Sia con Macauley Culkin che con Daniel Radcliffe o gli altri personaggi di Harry Potter era una vera e propria lezione di recitazione quasi individuale. In questo caso no, gli attori hanno già esperienze di recitazione, sono intorno ai vent’anni. Quel che mi piace del lavorare con i giovani è il loro entusiasmo, la carica che portano con sé sul set. Non voglio diventare come quei vecchi cinici che allontanano i giovani, mi ricordano da dove provengo.

Come dirige i baby talenti da lei lanciati e come li mette in guardia contro i pericoli di Hollywood?

L’importante è che capiscano che ciò che fanno è lavoro e non deve trasferirsi nella loro vita privata: quando sono con gli amici e la famiglia è bene che restino con i piedi per terra, devono essere umani nei loro rapporti e non prendersi troppo sul serio. La realtà è un’altra cosa.